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BeneventoBlogCronacheCulturaDocumentiInchieste fotografiche

Benevento conquista ancora i giovani americani: 36 studenti del Nebraska alla scoperta della Via Appia e della memoria familiare

Dopo aver accolto negli anni studenti provenienti dalla California, dall’Australia, dal Canada e dal Sud America, Franco Francesca continua a credere nella forza delle esperienze autentiche come strumento di promozione del territorio, della cultura italiana e della propria visione creativa.

Nelle scorse settimane sono stati 36 studenti del Nebraska a fare tappa a Benevento nell’ambito di un percorso internazionale ispirato all’antica Via Appia. Un viaggio che da Roma conduce verso Benevento, Pompei, Sorrento e Brindisi, ripercorrendo simbolicamente la strada che per secoli ha collegato Roma al Mediterraneo orientale e alla Grecia.

In una calda giornata tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, questi giovani tra i 17 e i 18 anni hanno visitato il Teatro Romano, passeggiato tra le strade del centro storico e scoperto l’atelier di Franco Francesca, che ancora una volta si è trasformato in un luogo di incontro, accoglienza e racconto del territorio. In una città quasi sospesa nella quiete delle ore più calde, l’atelier ha rappresentato un punto di riferimento dove conoscere non solo le creazioni dell’artista, ma anche la storia, le tradizioni e l’identità del Sannio.

Molti di questi studenti appartengono alla terza generazione di famiglie italiane emigrate all’estero. Crescono ascoltando i racconti dei nonni e dei bisnonni, le storie dei paesi lasciati alle spalle, delle tradizioni conservate nel tempo e di un’Italia che, pur essendo lontana, è sempre rimasta viva nella memoria familiare.

Per molti di loro visitare l’Italia non è soltanto un viaggio di studio. È la realizzazione di un sogno custodito per generazioni. Attraverso i loro occhi, genitori e nonni rivivono luoghi che hanno amato, raccontato e tramandato per tutta la vita. Questi ragazzi diventano così il ponte tra passato e futuro, tra la memoria di chi è partito e la curiosità di chi desidera comprendere meglio la propria identità culturale.

Per questo Franco Francesca preferisce parlare di “turismo della memoria familiare” piuttosto che di semplice turismo delle radici. Se il turismo delle radici cerca di rispondere alla domanda “da dove veniamo?”, il turismo della memoria familiare prova a rispondere a una domanda ancora più profonda: “chi siamo?”.

Da oltre vent’anni Franco Francesca lavora proprio su questo segmento, costruendo relazioni con scuole, università e organizzazioni internazionali e creando percorsi che permettono alle nuove generazioni di entrare in contatto con la cultura italiana attraverso esperienze reali e coinvolgenti.

Questo lavoro si intreccia naturalmente con la sua attività di eco-designer, artista, docente e promotore culturale. Perché Franco Francesca non è soltanto un marchio di moda. È un brand registrato che da quasi trent’anni racconta sostenibilità, inclusione, moda lenta, artigianato, territorio e cultura.

Ridurre Franco Francesca a un semplice marchio di abbigliamento o accessori sarebbe limitante. Il brand rappresenta una visione più ampia che utilizza l’arte e la moda come strumenti di comunicazione, relazione e valorizzazione del territorio. Franco Francesca non vende semplicemente prodotti: propone un approccio, una filosofia e uno stile di vita che mettono al centro le persone, la sostenibilità, la memoria e l’identità culturale.

La sua arte e la sua moda parlano del Sannio e di Benevento, delle radici profonde di questa terra, della sua storia millenaria e della sua capacità di accogliere. È per questo che il suo lavoro creativo si fonde con quello di educatore e promotore culturale: ogni progetto diventa un’occasione per raccontare il territorio a chi arriva da lontano.

E il viaggio continua. Sono già in programma nuove visite da parte di scuole internazionali durante l’estate e il prossimo autunno. Iniziative che richiedono una pianificazione complessa e un lavoro organizzativo che spesso si sviluppa nell’arco di 12-24 mesi, ma che continuano a portare nel Sannio giovani provenienti da tutto il mondo.

Perché promuovere un territorio significa prima di tutto creare esperienze capaci di lasciare un ricordo. E quando un ragazzo torna a casa portando con sé un pezzo di Benevento, quella memoria continua a viaggiare, attraversando oceani, generazioni e culture.

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La Redazione 8 Giugno 2026 0
BeneventoBlogCronacheDocumentiInchieste

Operazione settoplastica al San Pio: il bello e il brutto.

Per deformazione personale sono abituato a raccontare ciò che vedo -bello o brutto che sia- di questa città. In genere non uso mezzi termini: o una cosa è bella o è brutta, via di mezzo non esistono, almeno fino ad oggi.

Ma partiamo dall’inizio: cioè da una visita otorinolaringoiatra al mio povero e piccolo nasino che, aimé, aveva bisogno di una bella raddrizzata.

Premetto che, nei lontani anni ‘80, un amico aveva fatto un’operazione al naso raccontandomi tutti i particolari del post intervento.

Si, è inutile che ci giri intorno, i famosi TAMPONI nasali spinti fin dentro il cervello.

Già la volontà era quello che era, con questa premessa, dopo quarant’anni, l’intenzione di farmi un’operazione di tale genere era vista come una cosa che difficilmente avrei sopportato (visto che scrivo, sono sopravvissuto).

Comunque una ciste (polipo) e la deviazione preesistente mi avevano quasi del tutto chiuso una narice.

Il che mi faceva andare in apnea la notte e respirare male il resto della giornata -non immaginate neanche i quantitativi di Vicks aloe comprati negli ultimi due anni, una media di 2 al mese, se non tre- per cui spinto e convinto da un’ingerenza esterna moooooltoooo convincente, e prenotata da lei, vado a visita.

Trovo una dottoressa gentilissima e bravissima che, non so come, riesce a convincermi a fare questa operazione (ho la netta sensazione che le due donne nella stanza si siano scambiate qualche occhiata complice per prendermi per il…ma lasciamo stare).

Comunque non mi dilungo perché voglio arrivare al punto della questione iniziale.

Arriva il giorno dell’operazione e dopo l’anestesia mi risveglio che era stato fatto tutto, ma con i fastidiosi tamponi nel naso. Tutti bravissimi e soprattutto pazienti con un impaziente come me. Ringrazio tutti e mi riportano in stanza dove, per colpa dei tamponi inizio a dare di matto.

La mia compagna al mio fianco mi sopporta per quasi quattro ore fino a che chiede all’infermiera se mi può dare delle gocce per dormire…e io dormo.

Dopo due giorni la dottoressa che mi aveva operato mi chiama e mi fa andare a levare i tamponi. Non vi dico il dolore, inaspettato e inaspettabile.

Respiro dieci secondi e, dopo aver soffiato il naso più volte, mi rimettono altri tamponi e poi mi dimettono dicendo che dopo quattro giorni sarei dovuto andare in ambulatorio a levare gli altri.

Giorni interminabili con quei cosi nel naso, fastidiosi all’inverosimile.

Arriva il fatidico giorno e arriva il momento. C’erano bambini fuori all’ambulatorio per la preospedalizzazione. Arrivano quasi tutti dopo di me. Ma tanto io avrei chiesto di essere il primo perché quei cosi non li sopportavo più.

Arriva la dottoressa ed entro nell’ambulatorio memore del dolore provato la prima volta.

Mi leva il primo, chiedo un attimo di pausa per riprendermi, svengo per qualche secondo e mi leva anche l’altro. Non ho urlato solo per non fare spaventare i bambini fuori all’ambulatorio.

Questa la storia, personale, in sintesi.

Ora mi direte dove volevo arrivare.

Partiamo dalle cose belle: professionisti eccellenti, reparto pulitissimo e infermieri e oss gentili (sempre a sopportarmi).

Operazione riuscita benissimo con la dottoressa, l’anestesista e gli infermieri che hanno fatto anche oltre ciò che avrebbero dovuto fare.

Tutto bene dunque?

No arriva la seconda parte, le cose brutte. Dopo quarant’anni è mai possibile che non si attui un protocollo differente per levare i tamponi? Un procedimento cosi doloroso da provocare anche svenimenti.

Almeno un’anestesia locale per alleviare un po’ il dolore.

Come paziente, avendo fatto l’operazione, potrei non pensare a chi verrà dopo di me, ma come giornalista ci penso e quindi esorto l’Asl di Benevento e il san Pio a rivedere i protocolli in questo senso.

Penso che ci voglia davvero poco per risolvere questo problema.

Se esiste un dottore che attua la terapia del dolore, esisterà qualcosa per alleviare questo dolore atroce e traumatico nelle persone che fanno l’operazione di settoplastica.

Felice Presta

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La Redazione 14 Maggio 2026 0
BeneventoBlogCronacheInchiesteInchieste fotograficheSannio

Benevento sotto una pioggia “educata”: l’asfalto racconta le sue crepe

Benevento, ultimamente, sta vivendo un piccolo timido fenomeno: più turisti. Molti non organizzati, non in gruppo, ma curiosi, liberi, con scarpe comode e occhi attenti.
Girano la città, osservano, fotografano… e parlano.
Il feedback sul patrimonio artistico e monumentale è quasi sempre ottimo. Ma – e qui arriva il “però” grande quanto una pozzanghera – tutto il resto lascia parecchio a desiderare.
Non serve uscire dal centro storico, né avventurarsi in zone “periferiche”. Basta camminare.
Magari dopo una pioggia tranquilla, gentile, di quelle che non fanno notizia.
Eppure, puntualmente, compaiono pozze d’acqua, sanpietrini rotti, crepe, avvallamenti, tombini ribelli, deflussi che decidono di non defluire.
Non parliamo di bombe d’acqua.
Parliamo di pioggia educata, di un weekend normale.
Eppure la città reagisce come se fosse colta di sorpresa ogni volta.
Il problema è che non è un caso isolato.
È un andamento.
Ogni quartiere, ogni strada, ogni angolo ha “qualcosa che non va”.
Una buca, una crepa, un rattoppo provvisorio che è diventato definitivo.
E allora fa un po’ sorridere – amaramente – sentire racconti di una città prospera, scintillante, impeccabile.
Perché basta un colpo d’occhio, nemmeno troppo attento, per vedere una realtà diversa.
Una città bellissima, sì. Ma stanca, trascurata nei dettagli, quelli che fanno davvero la differenza per chi la vive e per chi la visita.
Forse Benevento non ha bisogno di essere raccontata come “fantastica”.
Forse ha solo bisogno di essere ascoltata.
E, ogni tanto, anche aggiustata.
…. Appunti sparsi di un beneventano fuori sede,
di ritorno a casa per un fine settimana.
#benevento #sannioreport #resilinzasannita #sannio

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La Redazione 26 Gennaio 2026 0
BlogCultura

Depressione: quando la luce si spegne

 “Di quei tempi ero fatto per sprofondare ad ogni parola che mi fosse detta, o mosca che vedessi volare, in abissi di riflessioni e considerazioni che mi scavavano dentro e bucheravano giù per torto e su per traverso lo spirito, come una tana di talpa; senza che di fuori ne paresse nulla.”

Luigi Pirandello

 

La depressione è un male dilagante, molto è stato detto e scritto sull’argomento: articoli, libri, da quelli tecnici, ai manuali, sino ad arrivare alle storie di chi l’ha combattuta personalmente, fino a sconfiggerla. Quando pensiamo alla depressione, immaginiamo una persona triste, che non si prende cura di sé, scontrosa, che si chiude al rapporto con l’altro, una persona che fatica ad alzarsi dal letto per fare anche le cose più semplici: lavarsi, andare a lavorare, prepararsi da magiare, persino abbracciare una persona a cui vogliamo bene e dimostrare il nostro affetto, diventa sinonimo di fatica, quasi come se le emozioni non riuscissero a oltrepassare lo strato di epidermide per arrivare a toccare la nostra parte più profonda.

 C’è chi ha paragonata la depressione a un cane nero, che ti azzanna alla gola, ferendoti a morte, chi l’ha descritta come assenza, come vuoto assoluto, come qualcosa che ti lacera dentro, fino a rosicare la parte migliore di te, quella stessa parte che ti fa venire voglia di alzarti al mattino, quella che ti fa venire voglia di stringere fra le braccia il tuo cane, o un bambino, anche quando il bambino in questione è tuo figlio, che ami più di qualsiasi cosa al mondo.

Sentirsi depressi è una condizione che svilisce, ci estranea dal mondo: penso alla sua complessità, a tutte le sue sfaccettature, ai diversi modi con i quali può aggrapparsi a qualcuno, risucchiandolo in un vortice di pensieri negativi, di preoccupazioni ossessive, fino al totale annientamento.

 Quante volte confondiamo la tristezza con la depressione: abusiamo di questa parola, basta un momento di tristezza, o di malinconia, che ci definiamo depressi. In realtà essere tristi capita a tuti, succede spesso di avere un momento di sconforto, un momento dove siamo sconsolati, perché ci è successo qualcosa di brutto.

Essere tristi, non è come essere depressi.

Cosa ci aiuta a capire, quando quello con cui combattiamo tutti i giorni è il cane nero che ci azzanna alla gola, oppure è soltanto un brutto periodo? Cosa differenzia la vera depressione dalla tristezza?

La tristezza è un’emozione: quando siamo tristi, seppur con fatica, riusciamo a portare avanti la nostra vita: ci alziamo, ci laviamo, andiamo a lavoro, riusciamo nel bene o nel male a prenderci cura di noi stessi. Abbiamo consapevolezza del nostro malessere, lo riconosciamo, spesso riusciamo a capire da dove viene, da dove nasce la sofferenza che ci portiamo dentro, siamo in grado di darle un nome, di darle un significato all’interno della nostra vita.

Quando siamo depressi no. La depressione, quella vera, ci limita in tutto, fino a farci abbandonare tutto ciò che ci rende vivi.

Ci annulla completamente, siamo come anestetizzati, le nostre emozioni sono appiattite, non sappiamo come restare a galla, non riusciamo a trovare un’ancora di salvezza alla quale aggrapparci, nell’oceano nero in cui affoghiamo. Tutta la nostra vita si ferma, come se qualcuno avesse deciso di chiuderci a chiave in una stanza, senza rumore, al buio, con l’impossibilità di uscire.

La depressione non è come un momento di tristezza, la depressione è una vera e propria malattia.

Ma siamo certi che la depressione sia soltanto questo? Siamo sicuri che sia soltanto legata a stati d’animo così angosciosi, così evidenti, che piano piano ci avvelenano, che ci paralizzano, rispetto a quelle che sono le nostre emozioni e le nostre azioni quotidiane?

 La depressione non è soltanto quella che si palesa a noi in maniera così evidente, esiste un cane nero che può nascondersi dietro un viso truccato, dietro un manager di successo, dietro un sorriso, dietro un malessere fisico a cui spesso non sappiamo dare una spiegazione: la depressione quando non si mostra in maniera evidente si chiama mascherata, proprio perché nasconde la sua presenza nel corpo dolorante.

Il cane nero, ci parla attraverso dei malesseri apparentemente di altra natura, come ad esempio: il mal di testa, i disturbi gastrointestinali, il mal di schiena, una spossatezza psicofisica generalizzata. È allora che cerchiamo di trovare la causa dei nostri dolori in patologie organiche, in malattie che poco hanno a che fare con la nostra sofferenza, proprio perché fatichiamo a identificare il nostro malessere: la depressione, quella mascherata, come quella che si palesa chiaramente ai nostri occhi, è subdola.

Oltre al vuoto, all’assenza assoluta, quando siamo malati quello che percepiamo è il senso di colpa: ci colpevolizziamo perché non riusciamo a reagire, perché non riusciamo a prenderci cura di noi stessi e delle persone che abbiamo accanto a cui vogliamo bene.

Ci alziamo una mattina, pensiamo che da quel giorno sarà diverso, perché dobbiamo impegnarci, perché ce la dobbiamo fare a tirarci fuori dal vortice nero nel quale siamo piombati, ma poi arriva la sera, e la sensazione di fallimento è cocente come lava.

La delusione è su due fronti: da una parte ci sentiamo appunto dei falliti, e dall’altra ci sentiamo colpevolizzati da chi abbiamo intorno, da chi non si spiega la nostra mancanza di forza, perché la convinzione, è che basterebbe soltanto un pezzettino, ma giusto un pezzettino di volontà in più, per tirarci fuori dal nostro malessere. È allora che la sensazione di fallimento è ancora più profonda, la sensazione di essere da soli nella sofferenza si fa strada, acuendo ancora di più il nostro dolore.

Come lo spieghiamo alle persone che ci circondano, che noi vorremmo tirarci fuori da quel torpore che ci consuma giorno dopo giorno, ma che proprio non ce la facciamo? Come glielo spieghiamo alle persone, che se ci fanno sentire in colpa, ci fanno stare ancora più male, e che non è con la forza di volontà, che possiamo scrollarci di dosso questo peso che ci schiaccia il petto, come un macigno insopportabile, di cui non abbiamo consapevolezza e che in fondo non sappiamo da dove viene?

Non si esce dalla depressione con la forza di volontà, o con l’aiuto delle persone che ci circondano. L’affetto dei nostri cari non basta, rischiamo di cronicizzare ulteriormente qualcosa che già ci appiattisce, che ci annulla, procrastinando lo stato di malessere e allontanandoci sempre di più dalla vita.

La depressione, è una vera e propria malattia.

E come tutte le malattie va curata, chiedendo l’aiuto delle persone giuste: con un approccio combinato con i farmaci e la psicoterapia, quando la malattia è in uno stato molto avanzato, fino ad arrivare alla sola psicoterapia, quando siamo raggiungibili con le parole, quando le parole riescono ad attraversare quello schermo invisibile che ci ha isolato da noi stessi e dal mondo.

La depressione si cura, dalla depressione si guarisce…

 

Marilena De Cicco (psicoterapeuta)

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La Redazione 30 Settembre 2025 0
BlogCultura

QUANDO CHIEDERE AIUTO FA PAURA

 “Non è tanto dell’aiuto degli amici che noi abbiamo bisogno, quanto della fiducia che al bisogno ce ne potremo servire.”

Epicuro

 

Riesci a chiedere? Ti sei mai chiesto perché è così difficile chiedere aiuto? Cosa ci spinge a non rivolgerci a un’altra persona quando sentiamo di aver bisogno di aiuto?

Capita a ognuno di noi di attraversare un momento critico: un cambiamento di lavoro, un lutto improvviso, un periodo difficile con il/la nostro/a partner, l’adolescenza dei nostri figli e perché no, semplicemente una brutta giornata, una di quelle dove parlare con qualcuno è proprio quello di cui avremmo bisogno. A volte ci capita di sentirci soli, con la sensazione che nessuno possa comprendere il nostro stato d’animo, che nessuno possa comprendere la nostra sofferenza, che nessuno possa prenderci per mano e accompagnarci, fino a quando quella sensazione di malessere possa scomparire, o quanto meno attenuarsi.

È allora che spesso piuttosto che aprirci agli altri ci chiudiamo.

Ci chiudiamo nel nostro guscio, nel nostro mondo, ci proteggiamo, serrando bene tutte le porte, perché solo quello, per noi è un posto sicuro. Lo conosciamo: dal nostro piccolo mondo sappiamo bene cosa aspettarci, mai nessuno deluderà le nostre aspettative. Perché è proprio di questo che si tratta: uno dei motivi per cui ci chiudiamo in noi stessi è la paura della delusione, la pura che quella persona non ci potrà aiutare come vorremmo o addirittura che quella persona non lo faccia affatto. Si fa strada in noi la paura del rifiuto, la paura del giudizio, e la vergogna di non essere all’altezza della situazione, di non essere in grado di gestire da soli qualcosa che appartiene alla nostra vita: sensazione amplificata dall’ attenzione spasmodica per le performance, che ci definiscono e dalle reti sociali che tendono a diradarsi in favore di un individualismo sempre più pressante.

Ma da dove nasce la convinzione che nessuno ci aiuterà, la paura del giudizio e la vergona?

Sono molteplici le motivazioni che possono spingerci a chiudere la porta all’altro: molto dipende dalla nostra vita, da come abbiamo sentito sulla nostra pelle di poterci affidare a qualcuno senza essere delusi, senza essere giudicati. Una delle ragioni è certamente da ricercare nella nostra infanzia: una paura che viene da lontano, da quando eravamo bambini.

 Quando già da piccolini qualcuno ha deluso le nostre aspettative.

È all’interno della nostra famiglia di origine, all’interno di quelli che sono i nostri legami più autentici che si instaura il senso di fiducia verso l’altro.

È attraverso il rapporto con le nostre figure di accudimento primarie, che nella maggior parte dei casi sono rappresentate dai nostri genitori, che sperimentiamo per la prima volta la fiducia: sono loro a rispondere per primi alle nostre necessità, anche a quelle più intime. Quando cresciamo in una famiglia, dove l’attenzione per i nostri bisogni è stata soddisfatta, in un ambiente dove le nostre paure, come le nostre necessità, sono state accolte e ascoltate, impariamo ad avere fiducia, non solo in noi stessi ma anche nell’altro, impariamo ad aspettarci che l’altro possa rappresentare per noi fonte di vicinanza emotiva, impariamo che possiamo chiedere aiuto, che possiamo esporci, senza che questo rappresenti per noi motivo di paura o addirittura di sofferenza.

È necessario scardinare le nostre titubanze, arginare la diffidenza, mettere da parte la preoccupazione del rifiuto e della delusione, perché solo questo ci porta a uscire allo scoperto, a uscire dalla nostra zona confort e trovare la forza di chiedere: alla nostra famiglia, al nostro amico più caro o all’esperto, quando ci rendiamo conto che le persone che ci sono intorno e che ci vogliono bene non posseggono le giuste competenze per aiutarci. Mostrare all’altro le nostre debolezze, le nostre fragilità, senza la paura di sentirsi giudicati o sminuiti, aiuta in primis noi stessi: aumenta il nostro livello di consapevolezza e rafforza il sentimento di fiducia che abbiamo verso noi stessi e verso l’altro.

Perché è importante chiedere aiuto:

  • Chiedere aiuto crea relazioni: l’uomo è un essere sociale, in quanto tale non può vivere da solo, tutti noi, prima o poi abbiamo bisogno di aiuto.
  • Chiedere aiuto ci rende consapevoli dei nostri punti di forza e delle nostre debolezze: dopo un rifiuto, dopo una delusione proviamo a darci un’altra possibilità.
  • Chiedere aiuto ci può sollevare da un problema al quale non riusciamo a trovare una soluzione: confrontarsi con l’altro, soprattutto un esperto, può aiutarci a dare una lettura diversa alla nostra realtà.

Impariamo a chiedere aiuto, impariamo a darci una chance: impariamo a fidarci di noi stessi e rivolgiamo la stessa fiducia a chi abbiamo scelto come nostro interlocutore.

 

Marilena De Cicco 

psicologa e psicoterapeuta sistemico-relazionale

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La Redazione 23 Settembre 2025 0
BeneventoBlogSannio

Il Centro storico di Pietrelcina e la possibilità del rinnovamento

La questione della “conservazione” è un problema cruciale e ineludibile, allo stesso tempo è un tema difficile da pensare e argomentare, per l’immediata diffidenza che suscita. Eppure dovrebbe essere intuitivo che la conservazione è un aspetto non marginale in qualsiasi riflessione che riguarda il paesaggio, specialmente quello urbano, perché dalla capacità di comprendere ciò che va conservato si può immaginare un futuro di rinnovamento e trasformazione senza provocare distruzioni.

Ogni tessuto territoriale è un organismo complesso e delicato, non riducibile a semplice superficie disponibile a qualsiasi manomissione. “Conservare” nel suo significato originario, deriva da “cum-serbare”, preservare nella cura, trattenendolo dalla sparizione. Si protegge ciò che si ha a cuore, solo ciò che conta per una comunità, l’esatto contrario di una concezione museale.

L’elaborazione di un pensiero del paesaggio e del territorio come identità singolare dei luoghi non può evitare di interrogarsi sul valore della conservazione. Di fronte a territori e aree urbane scempiate dal disordine e dalla sciattezza delle nuove edificazioni, i centri storici dei piccoli paesi, sembrano resistere al degrado estetico che inevitabilmente apre la strada al decadimento civile. È un dibattito vecchio e già in epoche passate, in un’Italia tutta proiettata verso l’espansione economica, sono stati in molti a lanciare l’allarme contro l’alterazione del paesaggio che non può essere ridotto né a cartolina patinata intoccabile, né a uno spazio da spianare e alterare a piacimento per soddisfare l’economia e il mercato. Un equilibrio esiste e va trovato. A titolo di esempio, quando i Talebani hanno fatto saltare le colossali statue del Buddha di Bamiyan, tutti comprendemmo che dietro a quel gesto iconoclasta, c’era una volontà di annichilimento e umiliazione di una tradizione millenaria.

I piccoli borghi si trovano sempre stretti tra due tendenze: l’eccessiva trasformazione e l’altrettanto eccessiva conservazione. Tornando alle nostre terre, ai luoghi che abitiamo e influenzano la vita, il centro storico di Pietrelcina, il famoso Castello, si trova purtroppo in una condizione di sospensione e spopolamento. “Ncoppa Castiello”, espressione dialettale che descrive lo spirito di chi ancora ci abita, sembra relegata a un lontano passato, quando il rione abbarbicato sulla roccia, era abitato da un’umanità eterogenea. Salendo a piedi dopo avere superato Porta Madonnella, si cammina tra vicoli e le piccole corti in uno spazio che sembra fisso nel tempo.

La dura legge dell’economia, il mutamento degli stili di vita, un modello globalista scellerato che non premia la prossimità e considera gli antichi territori come un luogo folkloristico da animare solo in determinati periodi dell’anno, non aiutano a immaginare un futuro per il Rione Castello. Persino i turisti sono spesso smarriti con le loro domande: “ancora ci abita qualcuno?” oppure “voi vivete qui?” – è la classica reazione quando una porta si apre o quando ci vedono con una busta della spesa mentre rientriamo in casa.

I luoghi sono sempre dotati di una propria “individualità”, quella che il geografo Vidal de La Blanche chiamava la “personalità”, anche quando sembriamo non accorgercene perché troppo distratti dalla routine quotidiana. Sono certi caratteri identitari a dare forma e valore a un determinato quartiere.

Per quanto riguarda il centro storico di Pietrelcina sono opportune alcune azioni per migliorare la situazione. Prima di tutto, andrebbe creato un sistema per facilitare, nei limiti del possibile, l’accesso ai disabili. Nelle giornate di maggiore affollamento turistico, si dovrebbe predisporre l’ingresso dei viaggiatori in piccoli gruppi a numero chiuso per evitare lo sgradevole effetto “collo di bottiglia” quando gli abitanti del centro storico sono costretti a farsi largo tra la folla di turisti per raggiungere le proprie abitazioni. Questo consentirebbe ai viaggiatori di evitare lunghe code e di potere visitare il borgo e le stanze dove visse Padre Pio da giovane con più tranquillità. Noi abitanti, custodi del centro storico, abbiamo il dovere di preservare i luoghi e di averne cura, i turisti hanno il diritto una visita serena.

Più ambiziosa è l’idea di una trasformazione del centro storico con l’esperimento di installazione di strumenti e tecnologie “off grid” per produrre e soddisfare in autonomia i carichi energetici. In questo modo il Rione Castello potrebbe diventare un borgo autonomo e digitalizzato con la possibilità di trasformare case e stanze disabitate in spazi di lavoro e comunità.

Il centro storico di Pietrelcina potrebbe rinascere: servono pazienza per la ricerca dei fondi pubblici e idee creative per sottrarlo al declino.

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La Redazione 4 Febbraio 2025 0
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Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne? Va benissimo, ma perché aumentano?

Riprendere a scrivere dopo tanto tempo non è facile ma l’argomento non solo è di attualità ma è, per me, importantissimo: quello sulla violenza sulle donne.

Lo scorso 25 novembre c’è stata la giornata dedicata…belle le foto sui social, gli speciali sui tg e sui giornali. Tutto bello ma a che cosa serve?

Mi spiego.

La sensibilizzazione va benissimo ma deve essere seguita da fatti concreti.

I dati sulle denunce non diminuiscono, ma anzi aumentano.

Cosi come gli omicidi, le minacce, le violenze e cosi via.

Perché?

Dopo aver attentamente e giornalisticamente studiato il fenomeno (eh già mi hanno insegnato a studiare prima di affermare determinate cose), anche dalla parte normativa -cioè partendo dalle denunce fino ad arrivare ai tribunali- posso tranquillamente affermare senza tema di smentita che, codice rosso o meno, dalla denuncia della potenziale vittima alla lettura del fascicolo da parte del magistrato -e qui parlo solo di lettura, non di atti coercitivi- passano dai quattro ai sei mesi.

Solo in caso di flagranza di reato, difficili in molti dei casi come quelli citati prima, si può e si fa qualcosa in più.

Sennò si va avanti con una, due, cinque, dieci denunce nel frattempo che il magistrato incaricato valuti l’ormai enorme fascicolo e decida poi qualcosa al riguardo.

Non va bene, non va per nulla bene.

Se ci fate caso il più delle volte, nei femminicidi, le vittime avevano fatto più denunce. Avevano allertato più volte le forze di Polizia…ma il tempo trascorso aveva poi permesso all’assassino di mettere in pratica i propositi maturati nel tempo.

Le forze dell’ordine non hanno colpe visto il vincolo che li lega alle decisioni di un giudice.

E neanche i consigli che danno (allontanatevi, non rispondete, non reagite e cosi via) possono essere d’aiuto in molti dei casi.

Torniamo ai magistrati? Anche loro non hanno colpa visto le tante pratiche che si accumulano sulle loro scrivanie e non possono essere smaltite in breve tempo.

Si è fatto tanto per la sensibilizzazione, come ho detto, si è attivato un numero verde il 1522, alcune procure hanno attivato sportelli appositi, la normativa al riguardo è stata aggiornata anche con l’aggiunta nel codice penale del femminicidio. Rimane il blackout dalle denunce al fare qualcosa al riguardo (ad esempio obbligo di non avvicinarsi alla persona).

Passa troppo tempo e questo tempo, molte volte, è fatale per le donne che devono subire.

 

Felice Presta

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La Redazione 30 Novembre 2024 0
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Inchiesta conoscitiva su attacchi di panico e altro negli ultimi tempi

Compito di un giornalista d’inchiesta è tenere sempre gli occhi e le orecchie bene aperte ed osservare ciò che succede intorno a lui e, quando si verifichino anomalie, cercare di dare delle risposte a queste.

Non sono un medico quindi cercherò di spiegare delle cose dal punto di vista del…paziente.

Negli ultimi tempi, diciamo nell’arco di un anno, con accelerazioni negli ultimi 6 mesi, c’è stato un incremento dei cosi detti STATI D’ANSIA E DI PANICO.

In che cosa consistono? Il corpo, sia pure respirando profondamente, sembra che non riceva abbastanza aria nei polmoni e quindi, il più delle volte, si è costretti a iperventilare per tornare alla normalità.

Non sempre ci si riesce e, appunto, si va nel panico.

In alcuni casi questi attacchi portano anche ad aritmie cardiache di media importanza.

Se siano connessi i due stati non lo so, per questo scrivo l’articolo, per fare in modo, con i vostri commenti, di avere un’idea più chiara di ciò che sta succedendo.

Potrei pensare che la presupposta mancanza di ossigeno, o la sensazione se cosi la vogliamo chiamare, porti poi ad un’accelerazione dei battiti del cuore e quindi all’aritmia. Questo lo dovrebbero poi spiegare i medici.

Questi sintomi, che ho avuto modo di constatare in prima persona, e poi con altre due persone vicine, vengono su uomini che hanno superato, o sono prossimi, alla cinquantina. Di donne non ne ho avuto notizie.

Questa anomalia è solo l’unica di tante altre verificatesi in un arco di tempo più ampio, diciamo due o tre anni e che vado ad elencare in ordine di casi.

  • Mal di schiena. Ma non quello normale bensì un dolore costante e persistente che può durare dai due ai sei mesi nella parte centrale alla fine della colonna vertebrale in prossimità del coccige. Una volta che il dolore è passato rimane, toccandosi, comunque quello sottocutaneo, come se si fosse preso una botta, e limita nei movimenti il corpo di chi lo ha subito.
  • Spossatezza, chiamiamola voglia di non fare nulla. Non si desidera uscire, stare con la gente, passeggiare eccetera. Io l’ho definita sindrome lockdown. Ma non è comunque uno stato mentale bensì fisico. E come se il fisico dicesse al corpo STAI A CASA. E quando non ci sei magari provoca un senso di insofferenza e indifferenza per il mondo fuori di essa.
  • Naso chiuso in modo perenne e anomalo. E qui entro in ballo ancora io. Pur avendo la deviazione del setto nasale che mi fa respirare male -per cui ogni anno consumo nel periodo invernale almeno una boccetta di decongestionante- quest’anno, da novembre ad oggi, ne ho consumati…cinque. Tra l’altro ho notato che il naso chiuso contribuisce alla sensazione della mancanza d’aria e della difficoltà a respirare.
  • Mal di testa continui e sinusiti
  • Sindromi influenzali che permango anche dieci, dodici giorni dopo che è passato lo stato febbrile. Magari con una ricaduta nel periodo immediatamente successivo.

Ci sono altri sintomi, che qui non elenco, perché trovati in giro in maniera minore.

Naturalmente non sto presupponendo che ciò sia dovuto al COVID o ai vaccini. Lo scrivo giusto per evitare eventuali diatribe tra chi si è vaccinato e chi no.

Fin qui quello che ho visto e trovato in giro. Prima di chiedere lumi magari a un dottore o a un esperto vorrei a questo punto il vostro parere e vedere se la cosa, in alcuni casi, è più generalizzata a differenza di altri.

Potete quindi commentare su questo articolo, telefonare al 338-2415614, oppure mandarci un’email a sannioreport@gmail.com .

Tutte le informazioni raccolte verranno catalogate per farne un elenco, dopodiché chiederò parere su queste anomalie fisiche che molte persone stanno avendo negli ultimi tempi.

Vi ringrazio fin d’ora per la collaborazione.

Felice Presta

 

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La Redazione 18 Gennaio 2024 0
BeneventoBlogCronache

Ospedale: la nostra solidarietà all’anziana signora che ha avuto il coraggio di sfogarsi

Ieri con un post ironico sui social e, avendo letto attentamente lo sfogo di una signora anziana al pronto soccorso cittadino, ho scritto:” Se dovessi stare male non mi portate al pronto soccorso, uccidetemi subito”:

Una provocazione? Sicuramente, ma anche la constatazione di un’amara realtà dove, ascoltando le persone, episodi di una gravità assoluta si moltiplicano a dismisura.

Tutto ciò è dovuto al covid? Sicuramente, ma ciò non toglie che si sta perdendo l’umanità che dovrebbe esserci in un posto che si dovrebbe definire ospedale.

E veniamo a un caso per far capire.

Sto male mi accompagnano al pronto soccorso.

Entro con un codice, verde rosso giallo blue indaco violetto, non è importante.

E mi mettono su una barella e poi in una stanza nel migliore dei casi. Nel peggiore rimango sulla barella e rimango nei corridoi in attesa di un posto.

Da solo.

Nessuno sa quando passeranno a visitarmi e se lo faranno. Vedi infermieri che vanno avanti e dietro, dottori esauriti dal superlavoro.

E intanto tu rimani li e i tuoi cari fuori.

Passa il tempo tu non sai niente. Quindi comunichi con il cellulare, in questo caso una benedizione, all’esterno che non sai nulla…tutti aspettano. Tu degente, i tuoi parenti fuori, gli infermieri che non sanno che dirti.

Hai fame? Hai sete? Devi aspettare qualche anima pia, oppure avere la forza di alzarti (ma se sto male e non riesco a muovermi? ) e andare a un distributore automatico.

Passa un medico, guarda la cartella, scrive degli esami e ripone la cartella.

“Dottore quando li devo fare questi esami?”. “Appena possibile!”

E intanto tu aspetti li. Posso mangiare? Posso bere? Visto che qualcuno è riuscito a portarmi qualcosa da mangiare e da bere? Boh, non ti dicono nulla. Devo fare una tac? Una risonanza? Guardo sulla cartella e i geroglifici non mi dicono nulla.

Ci sarà uno scienziato addetto che li tradurrà dall’aramaico antico.

“Infermiere mi sento male”, “Non si preoccupi è momentaneo adesso vedo di portarvi qualcosa per il dolore”.

Si giusto un po’ di acqua benedetta, forse.

Dopo 12 ore perdo la pazienza e inizio ad averne abbastanza e chiamo tutti quelli che mi passano davanti…tutti rispondono che tornano subito e non li rivedo più. Vedo facce nuove, avranno finito il turno quelli di prima, fermo qualcuno e spiego cosa mi è successo. Stessa cosa, torniamo subito.

Mi sento sempre peggio e oltre a fare le telefonate ai parenti all’esterno che non sanno cosa fare oltre che a cercare raccomandazioni per entrare almeno uno e venire ad accudirmi o almeno a starmi accanto.

Ma c’è il COVID non si può. Mascherine a gogo, gente sulle barelle che come me chiama, o perde la pazienza.

Gente anziana abbandonata senza assistenza, ma chi dovrebbe assisterla se non i suoi parenti? Che però non lasciano entrare.

Vabbè alla fine o muoio oppure riescono a salvarmi per miracolo (nel senso che un medico si ferma, si accerta quello che ho, mi da la cura o da le indicazioni agli infermieri e vengo salvato). Dopo 36 ore sia ben chiaro.

In pratica è una lotteria, macabra ma sempre lotteria.

Se ti capita qualcuno buono ti salvi, sennò hai voglia di morire, solo.

Sono solidale con l’anziana signora che si è sfogata in maniera civile contro questo andazzo in un pronto soccorso, in questo caso di Benevento, ma poteva essere di qualsiasi altra città.

E il racconto anche ironico fatto era solo per sottolineare un fatto di per se evidente: la sanità pubblica è al collasso, chi può scappa dagli ospedali (e parlo di dottori) per andare in posti più tranquilli ed efficienti. Gli infermieri fanno quello che possono, diventando nervosi loro e facendo innervosire anche i pazienti che qualche volta sclerano (comportamento da censurare naturalmente).

E l’ultima realtà è che si muore più facilmente di prima dentro gli ospedali e non per covid.

La politica dovrebbe riflettere su questo ultimo dato!

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La Redazione 15 Dicembre 2023 0
BeneventoBlogCulturaDocumenti

Salutiamo i reperti di piazza Cardinal di Pacca (piazza Santamaria)

Come ho più volte scritto parlare di Cultura in questa città (dove per cultura si intende anche e soprattutto la valorizzazione del nostro patrimonio storico-archeologico) sta diventando ogni giorno sempre più difficile. Per l’ignavia di cittadini e amministrazioni, certamente, ma anche per il fatto che quei pochi “CHE FANNO” non riescono a mettersi d’accordo unitariamente per presentare progetti e quant’altro in modo da costringere chi di dovere ad ascoltare. Poi c’è l’onda lunga del “momento” come quella di piazza Cardinal di Pacca, cioè una micro sollevazione-indignazione popolare che porta la politica e la sovrintendenza a cambiare i Progetti (sbagliati) iniziali. Molto lo si deve all’opposizione al Comune di Benevento con i consiglieri come Moretti e Perifano che, carte alla mano, hanno costretto al cambio.

Martedì 27 giugno ci sarà una manifestazione a questo proposito, e precedentemente anche una raccolta di firme, che secondo il sottoscritto lasciano il tempo che trovano. Anche perché la decisione già è presa: si ricopre tutto. Perché? Perché l’amministrazione non ha interesse a recuperare l’area, la sovrintendenza si nasconde dietro “non teniamo soldi” e quindi rimane ciò che è stato deciso.

Si farà un infopoint light, il prossimo anno torneranno le giostre e tutto finirà nel dimenticatoio.

Come dite? Perché ne sono cosi sicuro? Perché sono esperienze già vissute in precedenza, con i Sabariani, con Torre Biffa, con Cellarulo, i resti del mercato romano del Malies e cosi via…

La storia degli ultimi trent’anni è costellata di episodi del genere e non si è mai trovata la via per un recupero o per una valorizzazione adeguata di ciò che abbiamo, di ciò che sappiamo di avere e di ciò che troveremo spostando 10cm di asfalto. Un discorso settoriale in questo senso, sulla spinta emozionale del momento, non serve a nulla tantomeno a ciò che c’è sotto piazza Cardinal di Pacca. L’ho detto e lo ripeto: è meglio che vengano risotterrati i reperti trovati perché altre soluzioni economiche non ce ne sono. Una sola ipotesi è possibile nel caso si voglia realmente attuare un progetto di valorizzazione dei reperti sulla piazza. Creare una struttura fissa che protegga dalle intemperie e non lastre di plastica che, dopo un paio di anni complice l’umidità della città, non faccia più vedere ciò che si cela li sotto.

Dal discorso sembro sfiduciato? Certamente, e state parlando con chi ha messo in piedi l’operazione Santi Quaranta, ripulito e fatto diventare di proprietà comunale il campanile di Santa Sofia e ripulito i resti dell’anfiteatro gratuitamente (adesso daranno a una ditta 25 mila euro circa per fare la stessa cosa). Ci vuole programmazione economica, una visione di città che da 40 anni non c’è mai stata, ci vuole impegno, fatica e sudore. Ma è meglio tagliare nastri e accedere al successivo buffet piuttosto che fare una cosa del genere. Ci si stanca di meno.

Felice Presta

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La Redazione 22 Giugno 2023 0
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