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Category: Cronache

BeneventoBlogCronacheCulturaDocumentiInchiesteSenza categoria

Benevento: una città sempre più europea

Giuro che c’ho provato a non rispondere al manifesto europeista di questa amministrazione.

Si l’ho pubblicato su facebook prendendo un po’ in giro ma avevo evitato di scrivere un articolo a tal proposito. Tanto ormai sono un abitante di San Nicola Manfredi e di quello che fa il viandante e la sua ciurma di lecchini, arraffa arraffa e succhiaruote poco me ne importa. La maggioranza ha voluto la sua riconferma, adesso se lo tenesse stretto!

Ma torniamo a Benevento una città sempre più europea.

Ho mandato un’email alla presidentessa della commissione europea al riguardo, Ursula von der Leyen, ma non ho mai avuto risposta.

Allora ho provveduto ad un’analisi seguendo le statistiche del Sole 24ore, dell’Istat ecc.

Ed è venuto fuori che nonostante ciò che dicono tutti gli istituti di ricerca siamo collegatissimi, come trasporti e servizi, a tutti i paesi europei.

Però per arrivare a Napoli ci mettiamo 2 ore.

Abbiamo un patrimonio artistico e museale da far invidia a molte città italiane ed europee, ma che non lo conosce nessuno, cosi come non la conosce nessuno Benevento (parlo dei turisti e del turismo naturalmente).

Ma forse in Europa siamo conosciutissimi: il viandate è stato eletto nel 1999 e nel 2004 al parlamento europeo. Avrà sparso la voce all’epoca.

Attività commerciali chiudono in maniera superiore alle aperture con una durata media che scende in maniera significativa anno dopo anno.

Per capirci chiude un’attività trentennale ne aprono tre che chiudono dopo 5 anni…il bilancio è in perdita. Per tutti gli economisti, stagisti, universitari, notabili ecc. E’ UN ESEMPIO!

La città si sta spopolando diventando sempre più una città di “vecchi” e di pensionati (e di maranza, perché in questa città non ci facciamo mancare nulla).

Scende la spesa pro capite ed è facile immaginare il perché. Una persona in attività spende sicuramente di più di una persona in pensione.

L’università e il conservatorio, due istituzioni che sono cresciute e attraggono ragazzi da altre città e regioni ma sono due mosche bianche che certamente non possono da sole salvare una città…una provincia.

Ma siamo europeisti magari suonando Mozart al conservatorio ci annetteranno all’Austria.

Se poi il viandante intende che stiamo diventando una città europea per i CAPOlavori pubblici beh c’è molto da dire a questo proposito.

Questa amministrazione lascerà in giro per la città tanti di quei cantieri aperti che altro che il mamozzio a piazza Duomo.

A proposito il 30 giugno scade l’ultimo termine utile per i fondi PNRR. Il mese prossimo inizieremo a fare i conti su quello che ci costerà come comune finire i CAPOLavori pubblici iniziati con tanta enfasi. Ve lo preannuncio, il conto sarà molto salato.

Proporrei di fare un fiera europea di tali capolavori cosi da far vedere in Europa come non si devono fare certi lavori pubblici.

Può darsi che venga Ursula a inaugurarla anche se io proporrei magari qualcun altro che porti con se qualche drone depotenziato per far saltare magari il mammozio in aria.

Ultima cosa: non fa niente che ogni volta che mi vedi mi guardi schifato…la cosa è moooltoooo reciproca. Ubi maior, minor cessat

Felice Presta

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La Redazione 26 Giugno 2026 0
BeneventoBlogCronacheCulturaDocumentiInchieste fotografiche

Benevento conquista ancora i giovani americani: 36 studenti del Nebraska alla scoperta della Via Appia e della memoria familiare

Dopo aver accolto negli anni studenti provenienti dalla California, dall’Australia, dal Canada e dal Sud America, Franco Francesca continua a credere nella forza delle esperienze autentiche come strumento di promozione del territorio, della cultura italiana e della propria visione creativa.

Nelle scorse settimane sono stati 36 studenti del Nebraska a fare tappa a Benevento nell’ambito di un percorso internazionale ispirato all’antica Via Appia. Un viaggio che da Roma conduce verso Benevento, Pompei, Sorrento e Brindisi, ripercorrendo simbolicamente la strada che per secoli ha collegato Roma al Mediterraneo orientale e alla Grecia.

In una calda giornata tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, questi giovani tra i 17 e i 18 anni hanno visitato il Teatro Romano, passeggiato tra le strade del centro storico e scoperto l’atelier di Franco Francesca, che ancora una volta si è trasformato in un luogo di incontro, accoglienza e racconto del territorio. In una città quasi sospesa nella quiete delle ore più calde, l’atelier ha rappresentato un punto di riferimento dove conoscere non solo le creazioni dell’artista, ma anche la storia, le tradizioni e l’identità del Sannio.

Molti di questi studenti appartengono alla terza generazione di famiglie italiane emigrate all’estero. Crescono ascoltando i racconti dei nonni e dei bisnonni, le storie dei paesi lasciati alle spalle, delle tradizioni conservate nel tempo e di un’Italia che, pur essendo lontana, è sempre rimasta viva nella memoria familiare.

Per molti di loro visitare l’Italia non è soltanto un viaggio di studio. È la realizzazione di un sogno custodito per generazioni. Attraverso i loro occhi, genitori e nonni rivivono luoghi che hanno amato, raccontato e tramandato per tutta la vita. Questi ragazzi diventano così il ponte tra passato e futuro, tra la memoria di chi è partito e la curiosità di chi desidera comprendere meglio la propria identità culturale.

Per questo Franco Francesca preferisce parlare di “turismo della memoria familiare” piuttosto che di semplice turismo delle radici. Se il turismo delle radici cerca di rispondere alla domanda “da dove veniamo?”, il turismo della memoria familiare prova a rispondere a una domanda ancora più profonda: “chi siamo?”.

Da oltre vent’anni Franco Francesca lavora proprio su questo segmento, costruendo relazioni con scuole, università e organizzazioni internazionali e creando percorsi che permettono alle nuove generazioni di entrare in contatto con la cultura italiana attraverso esperienze reali e coinvolgenti.

Questo lavoro si intreccia naturalmente con la sua attività di eco-designer, artista, docente e promotore culturale. Perché Franco Francesca non è soltanto un marchio di moda. È un brand registrato che da quasi trent’anni racconta sostenibilità, inclusione, moda lenta, artigianato, territorio e cultura.

Ridurre Franco Francesca a un semplice marchio di abbigliamento o accessori sarebbe limitante. Il brand rappresenta una visione più ampia che utilizza l’arte e la moda come strumenti di comunicazione, relazione e valorizzazione del territorio. Franco Francesca non vende semplicemente prodotti: propone un approccio, una filosofia e uno stile di vita che mettono al centro le persone, la sostenibilità, la memoria e l’identità culturale.

La sua arte e la sua moda parlano del Sannio e di Benevento, delle radici profonde di questa terra, della sua storia millenaria e della sua capacità di accogliere. È per questo che il suo lavoro creativo si fonde con quello di educatore e promotore culturale: ogni progetto diventa un’occasione per raccontare il territorio a chi arriva da lontano.

E il viaggio continua. Sono già in programma nuove visite da parte di scuole internazionali durante l’estate e il prossimo autunno. Iniziative che richiedono una pianificazione complessa e un lavoro organizzativo che spesso si sviluppa nell’arco di 12-24 mesi, ma che continuano a portare nel Sannio giovani provenienti da tutto il mondo.

Perché promuovere un territorio significa prima di tutto creare esperienze capaci di lasciare un ricordo. E quando un ragazzo torna a casa portando con sé un pezzo di Benevento, quella memoria continua a viaggiare, attraversando oceani, generazioni e culture.

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La Redazione 8 Giugno 2026 0
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Operazione settoplastica al San Pio: il bello e il brutto.

Per deformazione personale sono abituato a raccontare ciò che vedo -bello o brutto che sia- di questa città. In genere non uso mezzi termini: o una cosa è bella o è brutta, via di mezzo non esistono, almeno fino ad oggi.

Ma partiamo dall’inizio: cioè da una visita otorinolaringoiatra al mio povero e piccolo nasino che, aimé, aveva bisogno di una bella raddrizzata.

Premetto che, nei lontani anni ‘80, un amico aveva fatto un’operazione al naso raccontandomi tutti i particolari del post intervento.

Si, è inutile che ci giri intorno, i famosi TAMPONI nasali spinti fin dentro il cervello.

Già la volontà era quello che era, con questa premessa, dopo quarant’anni, l’intenzione di farmi un’operazione di tale genere era vista come una cosa che difficilmente avrei sopportato (visto che scrivo, sono sopravvissuto).

Comunque una ciste (polipo) e la deviazione preesistente mi avevano quasi del tutto chiuso una narice.

Il che mi faceva andare in apnea la notte e respirare male il resto della giornata -non immaginate neanche i quantitativi di Vicks aloe comprati negli ultimi due anni, una media di 2 al mese, se non tre- per cui spinto e convinto da un’ingerenza esterna moooooltoooo convincente, e prenotata da lei, vado a visita.

Trovo una dottoressa gentilissima e bravissima che, non so come, riesce a convincermi a fare questa operazione (ho la netta sensazione che le due donne nella stanza si siano scambiate qualche occhiata complice per prendermi per il…ma lasciamo stare).

Comunque non mi dilungo perché voglio arrivare al punto della questione iniziale.

Arriva il giorno dell’operazione e dopo l’anestesia mi risveglio che era stato fatto tutto, ma con i fastidiosi tamponi nel naso. Tutti bravissimi e soprattutto pazienti con un impaziente come me. Ringrazio tutti e mi riportano in stanza dove, per colpa dei tamponi inizio a dare di matto.

La mia compagna al mio fianco mi sopporta per quasi quattro ore fino a che chiede all’infermiera se mi può dare delle gocce per dormire…e io dormo.

Dopo due giorni la dottoressa che mi aveva operato mi chiama e mi fa andare a levare i tamponi. Non vi dico il dolore, inaspettato e inaspettabile.

Respiro dieci secondi e, dopo aver soffiato il naso più volte, mi rimettono altri tamponi e poi mi dimettono dicendo che dopo quattro giorni sarei dovuto andare in ambulatorio a levare gli altri.

Giorni interminabili con quei cosi nel naso, fastidiosi all’inverosimile.

Arriva il fatidico giorno e arriva il momento. C’erano bambini fuori all’ambulatorio per la preospedalizzazione. Arrivano quasi tutti dopo di me. Ma tanto io avrei chiesto di essere il primo perché quei cosi non li sopportavo più.

Arriva la dottoressa ed entro nell’ambulatorio memore del dolore provato la prima volta.

Mi leva il primo, chiedo un attimo di pausa per riprendermi, svengo per qualche secondo e mi leva anche l’altro. Non ho urlato solo per non fare spaventare i bambini fuori all’ambulatorio.

Questa la storia, personale, in sintesi.

Ora mi direte dove volevo arrivare.

Partiamo dalle cose belle: professionisti eccellenti, reparto pulitissimo e infermieri e oss gentili (sempre a sopportarmi).

Operazione riuscita benissimo con la dottoressa, l’anestesista e gli infermieri che hanno fatto anche oltre ciò che avrebbero dovuto fare.

Tutto bene dunque?

No arriva la seconda parte, le cose brutte. Dopo quarant’anni è mai possibile che non si attui un protocollo differente per levare i tamponi? Un procedimento cosi doloroso da provocare anche svenimenti.

Almeno un’anestesia locale per alleviare un po’ il dolore.

Come paziente, avendo fatto l’operazione, potrei non pensare a chi verrà dopo di me, ma come giornalista ci penso e quindi esorto l’Asl di Benevento e il san Pio a rivedere i protocolli in questo senso.

Penso che ci voglia davvero poco per risolvere questo problema.

Se esiste un dottore che attua la terapia del dolore, esisterà qualcosa per alleviare questo dolore atroce e traumatico nelle persone che fanno l’operazione di settoplastica.

Felice Presta

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La Redazione 14 Maggio 2026 0
CronacheSannio

La zona grigia che corrode il Sannio

La recente vicenda giudiziaria che ha coinvolto un importante esponente politico sannita ci riporta in una dimensione di rapporti opachi tra società civile, classe politica e ceto burocratico.
Certi silenzi o le parole di condanna pronunciate con voce flebile ci ricordano quanto sia problematico il rapporto con la questione della corruzione. Troppo spesso la rabbia cede il passo alla rassegnazione, ma la prima non è sufficiente e non è più consentito fare finta di niente.
La corruzione è diventata un elemento strutturale da non intendere semplicemente come un reato penale o un atto immorale individuale, ma come il sintomo di una profonda degenerazione strutturale e antropologica, dovuta soprattutto al dominio dell’elemento economico dove il profitto e l’interesse individuale prevalgono sopra ogni cosa.
Esiste una vasta zona grigia a Benevento e nel Sannio dove politica e società civile si intrecciano in una rete di corruzione e malaffare. Ad essere colpita è prima di tutto la Politica come arte e scienza della decisione, passione e contrapposizione di idee. Poi vengono colpiti tutti quei gruppi di liberi cittadini che si organizzano e non si piegano alle pressioni esterne di un ambiente corrotto.
Qui non si tratta di semplici illazioni o suggestioni ma di accendere un faro sopra quella coltre di omertà che corrode dall’interno il corpo sociale. Ogni tanto, un fatto di cronaca giudiziaria scuote dal torpore e riattiva tutto quel vasto assortimento di rabbia, lamentele, omelie cariche di moralità fino all’individuazione di un bersaglio da colpire, da accusare di tutti i mali per meglio ripulire la coscienza e favorire l’auto-assoluzione collettiva.
Ciò che viene taciuto è il fatto che questa corruzione fa comodo a tanti perché è il carburante di una mentalità secondo la quale bisogna sempre trovarsi un punto di protezione. Allo stesso modo conviene a quel segmento di società civile che tanto si indigna a fasi alterne, ma che da quel sistema opaco riceve linfa vitale.
Occorre risalire alle cause storiche di questa mentalità. È innegabile che c’è una perfetta simmetria tra l’aumento del consenso di un ceto politico e burocratico corrotto e quella fitta rete di incarichi, favori, piccole raccomandazioni. Se esistono piccoli e grandi fenomeni corruttivi è perché c’è una società civile che li accoglie e non li respinge con fermezza.
La zona grigia è come una struttura popolata da una schiera di cortigiani dove è sfumato il confine tra mutuo soccorso e reciproca intimidazione. C’è chi desidera entrare nel perimetro per godere di qualche privilegio e chi semplicemente vuole restarne fuori per mantenere più intatta possibile la propria libertà. Ed è questo drappello di uomini e donne che quotidianamente, in un territorio difficile e complicato, ci dimostrano che un’altra strada è percorribile, un altro modo di pensare e agire è possibile.
Forse assistiamo ad una fase di declino del Sannio, una lenta decomposizione delle sue élites e un lungo interregno ci attende, ma questo non significa che non ci siano nuove possibilità.
Nelle fasi di caduta emergono spesso energie vitali latenti, c’è un margine da dove originano nuove forme e soprattutto, c’è ancora chi non si è rassegnato all’idea che non si possa invertire la rotta.

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La Redazione 21 Aprile 2026 0
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Benevento sotto una pioggia “educata”: l’asfalto racconta le sue crepe

Benevento, ultimamente, sta vivendo un piccolo timido fenomeno: più turisti. Molti non organizzati, non in gruppo, ma curiosi, liberi, con scarpe comode e occhi attenti.
Girano la città, osservano, fotografano… e parlano.
Il feedback sul patrimonio artistico e monumentale è quasi sempre ottimo. Ma – e qui arriva il “però” grande quanto una pozzanghera – tutto il resto lascia parecchio a desiderare.
Non serve uscire dal centro storico, né avventurarsi in zone “periferiche”. Basta camminare.
Magari dopo una pioggia tranquilla, gentile, di quelle che non fanno notizia.
Eppure, puntualmente, compaiono pozze d’acqua, sanpietrini rotti, crepe, avvallamenti, tombini ribelli, deflussi che decidono di non defluire.
Non parliamo di bombe d’acqua.
Parliamo di pioggia educata, di un weekend normale.
Eppure la città reagisce come se fosse colta di sorpresa ogni volta.
Il problema è che non è un caso isolato.
È un andamento.
Ogni quartiere, ogni strada, ogni angolo ha “qualcosa che non va”.
Una buca, una crepa, un rattoppo provvisorio che è diventato definitivo.
E allora fa un po’ sorridere – amaramente – sentire racconti di una città prospera, scintillante, impeccabile.
Perché basta un colpo d’occhio, nemmeno troppo attento, per vedere una realtà diversa.
Una città bellissima, sì. Ma stanca, trascurata nei dettagli, quelli che fanno davvero la differenza per chi la vive e per chi la visita.
Forse Benevento non ha bisogno di essere raccontata come “fantastica”.
Forse ha solo bisogno di essere ascoltata.
E, ogni tanto, anche aggiustata.
…. Appunti sparsi di un beneventano fuori sede,
di ritorno a casa per un fine settimana.
#benevento #sannioreport #resilinzasannita #sannio

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La Redazione 26 Gennaio 2026 0
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Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne? Va benissimo, ma perché aumentano?

Riprendere a scrivere dopo tanto tempo non è facile ma l’argomento non solo è di attualità ma è, per me, importantissimo: quello sulla violenza sulle donne.

Lo scorso 25 novembre c’è stata la giornata dedicata…belle le foto sui social, gli speciali sui tg e sui giornali. Tutto bello ma a che cosa serve?

Mi spiego.

La sensibilizzazione va benissimo ma deve essere seguita da fatti concreti.

I dati sulle denunce non diminuiscono, ma anzi aumentano.

Cosi come gli omicidi, le minacce, le violenze e cosi via.

Perché?

Dopo aver attentamente e giornalisticamente studiato il fenomeno (eh già mi hanno insegnato a studiare prima di affermare determinate cose), anche dalla parte normativa -cioè partendo dalle denunce fino ad arrivare ai tribunali- posso tranquillamente affermare senza tema di smentita che, codice rosso o meno, dalla denuncia della potenziale vittima alla lettura del fascicolo da parte del magistrato -e qui parlo solo di lettura, non di atti coercitivi- passano dai quattro ai sei mesi.

Solo in caso di flagranza di reato, difficili in molti dei casi come quelli citati prima, si può e si fa qualcosa in più.

Sennò si va avanti con una, due, cinque, dieci denunce nel frattempo che il magistrato incaricato valuti l’ormai enorme fascicolo e decida poi qualcosa al riguardo.

Non va bene, non va per nulla bene.

Se ci fate caso il più delle volte, nei femminicidi, le vittime avevano fatto più denunce. Avevano allertato più volte le forze di Polizia…ma il tempo trascorso aveva poi permesso all’assassino di mettere in pratica i propositi maturati nel tempo.

Le forze dell’ordine non hanno colpe visto il vincolo che li lega alle decisioni di un giudice.

E neanche i consigli che danno (allontanatevi, non rispondete, non reagite e cosi via) possono essere d’aiuto in molti dei casi.

Torniamo ai magistrati? Anche loro non hanno colpa visto le tante pratiche che si accumulano sulle loro scrivanie e non possono essere smaltite in breve tempo.

Si è fatto tanto per la sensibilizzazione, come ho detto, si è attivato un numero verde il 1522, alcune procure hanno attivato sportelli appositi, la normativa al riguardo è stata aggiornata anche con l’aggiunta nel codice penale del femminicidio. Rimane il blackout dalle denunce al fare qualcosa al riguardo (ad esempio obbligo di non avvicinarsi alla persona).

Passa troppo tempo e questo tempo, molte volte, è fatale per le donne che devono subire.

 

Felice Presta

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La Redazione 30 Novembre 2024 0
BeneventoBlogCronacheCulturaDocumentiInchieste

Inchiesta conoscitiva su attacchi di panico e altro negli ultimi tempi

Compito di un giornalista d’inchiesta è tenere sempre gli occhi e le orecchie bene aperte ed osservare ciò che succede intorno a lui e, quando si verifichino anomalie, cercare di dare delle risposte a queste.

Non sono un medico quindi cercherò di spiegare delle cose dal punto di vista del…paziente.

Negli ultimi tempi, diciamo nell’arco di un anno, con accelerazioni negli ultimi 6 mesi, c’è stato un incremento dei cosi detti STATI D’ANSIA E DI PANICO.

In che cosa consistono? Il corpo, sia pure respirando profondamente, sembra che non riceva abbastanza aria nei polmoni e quindi, il più delle volte, si è costretti a iperventilare per tornare alla normalità.

Non sempre ci si riesce e, appunto, si va nel panico.

In alcuni casi questi attacchi portano anche ad aritmie cardiache di media importanza.

Se siano connessi i due stati non lo so, per questo scrivo l’articolo, per fare in modo, con i vostri commenti, di avere un’idea più chiara di ciò che sta succedendo.

Potrei pensare che la presupposta mancanza di ossigeno, o la sensazione se cosi la vogliamo chiamare, porti poi ad un’accelerazione dei battiti del cuore e quindi all’aritmia. Questo lo dovrebbero poi spiegare i medici.

Questi sintomi, che ho avuto modo di constatare in prima persona, e poi con altre due persone vicine, vengono su uomini che hanno superato, o sono prossimi, alla cinquantina. Di donne non ne ho avuto notizie.

Questa anomalia è solo l’unica di tante altre verificatesi in un arco di tempo più ampio, diciamo due o tre anni e che vado ad elencare in ordine di casi.

  • Mal di schiena. Ma non quello normale bensì un dolore costante e persistente che può durare dai due ai sei mesi nella parte centrale alla fine della colonna vertebrale in prossimità del coccige. Una volta che il dolore è passato rimane, toccandosi, comunque quello sottocutaneo, come se si fosse preso una botta, e limita nei movimenti il corpo di chi lo ha subito.
  • Spossatezza, chiamiamola voglia di non fare nulla. Non si desidera uscire, stare con la gente, passeggiare eccetera. Io l’ho definita sindrome lockdown. Ma non è comunque uno stato mentale bensì fisico. E come se il fisico dicesse al corpo STAI A CASA. E quando non ci sei magari provoca un senso di insofferenza e indifferenza per il mondo fuori di essa.
  • Naso chiuso in modo perenne e anomalo. E qui entro in ballo ancora io. Pur avendo la deviazione del setto nasale che mi fa respirare male -per cui ogni anno consumo nel periodo invernale almeno una boccetta di decongestionante- quest’anno, da novembre ad oggi, ne ho consumati…cinque. Tra l’altro ho notato che il naso chiuso contribuisce alla sensazione della mancanza d’aria e della difficoltà a respirare.
  • Mal di testa continui e sinusiti
  • Sindromi influenzali che permango anche dieci, dodici giorni dopo che è passato lo stato febbrile. Magari con una ricaduta nel periodo immediatamente successivo.

Ci sono altri sintomi, che qui non elenco, perché trovati in giro in maniera minore.

Naturalmente non sto presupponendo che ciò sia dovuto al COVID o ai vaccini. Lo scrivo giusto per evitare eventuali diatribe tra chi si è vaccinato e chi no.

Fin qui quello che ho visto e trovato in giro. Prima di chiedere lumi magari a un dottore o a un esperto vorrei a questo punto il vostro parere e vedere se la cosa, in alcuni casi, è più generalizzata a differenza di altri.

Potete quindi commentare su questo articolo, telefonare al 338-2415614, oppure mandarci un’email a sannioreport@gmail.com .

Tutte le informazioni raccolte verranno catalogate per farne un elenco, dopodiché chiederò parere su queste anomalie fisiche che molte persone stanno avendo negli ultimi tempi.

Vi ringrazio fin d’ora per la collaborazione.

Felice Presta

 

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La Redazione 18 Gennaio 2024 0
BeneventoBlogCronache

Ospedale: la nostra solidarietà all’anziana signora che ha avuto il coraggio di sfogarsi

Ieri con un post ironico sui social e, avendo letto attentamente lo sfogo di una signora anziana al pronto soccorso cittadino, ho scritto:” Se dovessi stare male non mi portate al pronto soccorso, uccidetemi subito”:

Una provocazione? Sicuramente, ma anche la constatazione di un’amara realtà dove, ascoltando le persone, episodi di una gravità assoluta si moltiplicano a dismisura.

Tutto ciò è dovuto al covid? Sicuramente, ma ciò non toglie che si sta perdendo l’umanità che dovrebbe esserci in un posto che si dovrebbe definire ospedale.

E veniamo a un caso per far capire.

Sto male mi accompagnano al pronto soccorso.

Entro con un codice, verde rosso giallo blue indaco violetto, non è importante.

E mi mettono su una barella e poi in una stanza nel migliore dei casi. Nel peggiore rimango sulla barella e rimango nei corridoi in attesa di un posto.

Da solo.

Nessuno sa quando passeranno a visitarmi e se lo faranno. Vedi infermieri che vanno avanti e dietro, dottori esauriti dal superlavoro.

E intanto tu rimani li e i tuoi cari fuori.

Passa il tempo tu non sai niente. Quindi comunichi con il cellulare, in questo caso una benedizione, all’esterno che non sai nulla…tutti aspettano. Tu degente, i tuoi parenti fuori, gli infermieri che non sanno che dirti.

Hai fame? Hai sete? Devi aspettare qualche anima pia, oppure avere la forza di alzarti (ma se sto male e non riesco a muovermi? ) e andare a un distributore automatico.

Passa un medico, guarda la cartella, scrive degli esami e ripone la cartella.

“Dottore quando li devo fare questi esami?”. “Appena possibile!”

E intanto tu aspetti li. Posso mangiare? Posso bere? Visto che qualcuno è riuscito a portarmi qualcosa da mangiare e da bere? Boh, non ti dicono nulla. Devo fare una tac? Una risonanza? Guardo sulla cartella e i geroglifici non mi dicono nulla.

Ci sarà uno scienziato addetto che li tradurrà dall’aramaico antico.

“Infermiere mi sento male”, “Non si preoccupi è momentaneo adesso vedo di portarvi qualcosa per il dolore”.

Si giusto un po’ di acqua benedetta, forse.

Dopo 12 ore perdo la pazienza e inizio ad averne abbastanza e chiamo tutti quelli che mi passano davanti…tutti rispondono che tornano subito e non li rivedo più. Vedo facce nuove, avranno finito il turno quelli di prima, fermo qualcuno e spiego cosa mi è successo. Stessa cosa, torniamo subito.

Mi sento sempre peggio e oltre a fare le telefonate ai parenti all’esterno che non sanno cosa fare oltre che a cercare raccomandazioni per entrare almeno uno e venire ad accudirmi o almeno a starmi accanto.

Ma c’è il COVID non si può. Mascherine a gogo, gente sulle barelle che come me chiama, o perde la pazienza.

Gente anziana abbandonata senza assistenza, ma chi dovrebbe assisterla se non i suoi parenti? Che però non lasciano entrare.

Vabbè alla fine o muoio oppure riescono a salvarmi per miracolo (nel senso che un medico si ferma, si accerta quello che ho, mi da la cura o da le indicazioni agli infermieri e vengo salvato). Dopo 36 ore sia ben chiaro.

In pratica è una lotteria, macabra ma sempre lotteria.

Se ti capita qualcuno buono ti salvi, sennò hai voglia di morire, solo.

Sono solidale con l’anziana signora che si è sfogata in maniera civile contro questo andazzo in un pronto soccorso, in questo caso di Benevento, ma poteva essere di qualsiasi altra città.

E il racconto anche ironico fatto era solo per sottolineare un fatto di per se evidente: la sanità pubblica è al collasso, chi può scappa dagli ospedali (e parlo di dottori) per andare in posti più tranquilli ed efficienti. Gli infermieri fanno quello che possono, diventando nervosi loro e facendo innervosire anche i pazienti che qualche volta sclerano (comportamento da censurare naturalmente).

E l’ultima realtà è che si muore più facilmente di prima dentro gli ospedali e non per covid.

La politica dovrebbe riflettere su questo ultimo dato!

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La Redazione 15 Dicembre 2023 0
BeneventoBlogCronacheCulturaDocumentiInchieste

Una nuova realtà imprenditoriale: la OFFTEC

“Nessuno è profeta in patria”, figuriamoci se poi si tratta della nostra terra, il Sannio. Ma qualche eccezione, la storia ci insegna, c’è stata.

E qui entra in gioco una delle realtà, ormai consolidate, che nello spazio di pochi anni si è affermata prima in ambito nazionale e poi in quello internazionale. Parliamo, ovviamente, della OFFTEC e del suo presidente, l’architetto Flavian Basile, che nello spazio di 7 anni (è stata creata nel 2016) è diventata un laboratorio di progettazione impegnato sia nel campo dell’architettura che dell’ingegneria.

Benevento, Catania e Milano sono le sue tre sedi.

Per far vedere come si sta evolvendo la struttura OFFTEC è stata organizzata una mostra fotografica presso il museo Arcos di Benevento, intitolata “Quando spazio e luce iniziano a prendere forma” dove sono esposti parte dei progetti messi in piedi in questi anni dalla società. Un riconoscimento certamente all’azienda, ma anche al nostro territorio, il Sannio, che si crede, generalmente,  privo di qualsivoglia forma di sviluppo economico a certi livelli.

La mostra, come ha spiegato l’architetto Basile, è solo un punto di partenza e non di arrivo ed è servito, a margine della stessa, a spiegare due dei progetti che saranno portati avanti in questa città: la ristrutturazione del Grand Hotel Italiano al rione Ferrovia e la costruzione del campo da golf (e cosi adesso sappiamo anche chi ha avuto l’idea di rivitalizzare terreni abbandonati abbinandola ad un’idea imprenditoriale e turistica che potrebbe realmente portare benefici qui in città). Come giornale abbiamo sempre appoggiato iniziative imprenditoriali come queste -in special modo quando imprenditori vogliono investire, senza speculare sulla città (citare casi passati sarebbe qui inopportuno, ma sapete bene quali e quante battaglie su costruzioni abbandonate questo giornale sta portando avanti)-. E allora non ci resta che aspettare e vedere cosa succederà nel prossimo futuro, augurando alla Offtec e al suo presidente, Flavian Basile, di continuare sulla strada intrapresa finora.

 

Felice Presta

La mostra si protrarrà fino al 20 marzo.

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La Redazione 13 Marzo 2023 0
BeneventoCronacheCultura

La consapevolezza (nei ragazzi) di doversene andare

Nell’ambito dei “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” (PCTO) in ambito scolastico, anche per questo anno il giornale e l’associazione SANNIO REPORT sono stati chiamati per parlare con gli alunni di giornalismo, di cultura e di educazione civica. In pratica i tre ambiti in cui ci muoviamo dall’ormai lontano 2015.

Abbiamo iniziato chiedendo ai ragazzi di scrivere (anche in forma anonima) quali fossero, ad esempio, i loro sogni.

I ragazzi, giovanissimi, hanno risposto come ci aspettavamo, ma una lettera in particolare ci ha colpito di più.

“Il mio sogno è quello di lasciare il mio paese dopo aver finito la scuola e l’università, perché qui non c’è opportunità di lavoro”.

Poche righe per testimoniare la consapevolezza nei ragazzi nel sapere, fin da ora, che dovranno per forza di cose lasciare il territorio natio. I dati statistici della perdita di popolazione a Benevento e nel Sannio, d’altra parte, sono lo specchio di un’emorragia  che non accenna a diminuire, bensì ad aumentare anno dopo anno.

Fa specie che ragazzi di 16 anni scrivano questo per i loro sogni, invece di scrivere magari cose più adatte alla loro età. Ma ciò significa che comunque i nostri giovani hanno ben chiara e presente (anche se a noi grandi non sembra) la realtà che li circonda. Una realtà che li fa riflettere e preoccuparsi di ciò che riserverà loro il futuro.

Stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno di “emigrazione” verso altri territori. Principalmente verso il nord d’Italia , ma anche verso paesi esteri: luoghi capaci di dare sbocchi lavorativi a dei giovani il cui territorio d’origine è destinato alla desertificazione e all’impoverimento.

Cose già viste, cose già dette? Sicuramente, ma non c’è nessuno che ha voglia di cambiare questo stato di cose?

L’Italia è un paese che sta invecchiando rapidamente e solo l’immigrazione ci salva dal disastro di dati ancora più fallimentari.

Ma nessuno pensa a come arginare questo fenomeno? Evidentemente no. E allora in questa ottica colpisce ancora di più la maturità di questo ragazzo/a di 16 anni nel sapere già quale sarà il proprio futuro: andarsene dalla terra natia in cerca di fortuna….

Felice Presta

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La Redazione 13 Febbraio 2023 0
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