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Cultura

Coreografare i conflitti

Osservando i moti interiori, aprendo gli occhi all’esterno, è semplice fare esperienza del conflitto. Scontro, urto, opposizione, guerra se attingiamo dai sinonimi, comunicazioni interdette. Forme di resistenza inconsapevole, talvolta, e di attaccamento alle strategie e schemi comportamentali sedimentati nelle memorie. Coniando possibili immagini: posture esistenziali che delineano le nostre passeggiate nel mondo e ci differenziano dagli altri. Le nostre storie potrebbero essere lette come danze dei conflitti.

Ve n’è una in particolare che vorrei raccontare per consentirci di guardare diversamente al conflitto, e di pensare a esso fisicamente. È quella della ricerca condotta dalla danzatrice e scrittrice Dana Caspersen moglie e brillante interprete di Forsythe, alla cui firma si devono una serie di pratiche coreografiche pubbliche che indagano dinamiche relazionali complesse, i cosiddetti conflitti distruttivi perpetrati in una dimensione sistemica. Il passaggio tra la danza, la coreografia alla risoluzione dei conflitti nell’immaginario della danzatrice è davvero breve per la Caspersen, rappresentando un percorso di ricerca e di scelta nel caos degli eventi possibili. Quali forme di negoziazione nel presente che evitino la ripetizione fine a sé stessa.

Dana Caspersen

Ciascuna decisione risente di fondamentali categorie comportamentali: la spaziale, temporale, ritmica, formale, relazionale e la percezione interiore. Esse appartengono ai processi di risoluzione dei conflitti così come alla coreografia. Da qui il suo interesse ad applicare le strategie coreografiche all’indagine del conflitto, affinché gli abituali schemi comportamentali vengano portati alla luce a consentirci una possibilità differente.

Per meglio comprendere i suoi esperimenti, parleremo di alcuni progetti da lei ideati per portare nuova consapevolezza su complessi temi sociali come la violenza, il razzismo, il sessismo.

Il primo è un dialogo coreografico pubblico sull’immigrazione che accade a Berlino dal titolo Knotunknot. La coreografa invita persone con trascorsi d’immigrazione a collocarsi nello spazio rispondendo alle domande: Chi è tedesco? Chi ha discendenza tedesca? Chi non si identifica con sicurezza? Lo spazio, a sua volta è stato suddiviso in triangoli a rappresentare le possibili risposte. A Ciascuna risposta la propria porzione spaziale. Un’interrogazione sul concetto d’immigrazione che trova nella coreografia il metodo e invita il corpo a creare una corrispondenza tra il sistema di valori in cui si crede e lo spazio che si abita.

Interessante notare come cambiando la domanda, anche la posizione spaziale si modifica, allentando così le barriere fisiche e d’identità, il concetto di appartenenza. Al termine della coreografia, quasi chiuso un primo atto, se ne apre un secondo supportato dalla dimensione verbale. L’ambiente viene sagomato attraverso la presenza di venticinque tavoli e le persone presenti suddivise in modo tale che non si conoscano tra loro. Nuove domande inerenti l’esperimento appena provato verranno poste e la prima persona avrà un tempo limitato per rispondere e cambiare tavolo. La ristrettezza del minutaggio permette di introdurre oltre alla categoria spaziale, quella temporale che opera in modo da far vacillare le strategie di risposta per entrare in medias res.

La Caspersen continuerà sviluppando il proprio modello di dialoghi coreografici pubblici trapiantandolo in ambiti diversi, occupandosi della creazione di gruppi di comunicatori che prendano fisicamente e visivamente consapevolezza delle proprie modalità di comunicazione. La variante visuale si lega all’esperimento proposto presso l’Accademia di arti visive di Francoforte, dove sui tavoli di discussione vengono posti dei fogli sui quali è richiesto di lasciare una traccia durante il proprio turno di parola. I fogli poi stampati, messi al suolo, ricodificano il linguaggio verbale in gesto fisico accessibile ai partecipanti.

L’ultimo progetto di questa storia Violence:Recode propone una riflessione sullo spazio che le violenze strutturali occupano nel corpo e l’impatto della nostra posizione in esse. Come posturalmente ci si colloca nella società? La ricerca espone l’osservatore partecipante a una serie di posture, per esempio un uomo seduto, cui seguono due affermazioni: un uomo che aspetta sua moglie – un uomo che aspetta suo marito. I presenti spesso risentono di un cambiamento nel corpo quale effetto della sedimentata discriminazione di cui spesso siamo solo razionalmente e verbalmente coscienti.

I dialoghi coreografici della Caspersen sottendono l’idea di una responsabilità indivuale, spesso incoscia e incorporata, nel perpetrare gli schemi distruttivi sociali, posturalmente agiamo ripetendo dinamiche conflittuali non creative. La speranza è quella di aprire gli occhi da danzatori attenti ai nostri schemi motori nel navigare nella coreografia sociale e approcciare il conflitto come luogo di tensione dinamica, in cui le possibilità possano essere agite. Così facendo la comunicazione accoglierebbe il principio di opposizione come forza creativa e metterebbe in gioco la curiosità, capace di trasformare la nostra percezione soprattutto in situazioni di contrasto, perché è essa a determinare la differenza nell’ascolto, a trasformare il suono dell’attacco in informazione da conoscere.

Il prologo di questa storia è ancora da scrivere e danza nella domanda: quali coreografie a comporre la pace in corpi che agiscono sul palco della violenza?

Parafrasando la danzatrice: bisognerebbe illuminare con tutto il corpo la ricchezza della nostra differenza.

 

STEFANIA CHIUSOLO

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La Redazione 22 Marzo 2023 0
BeneventoBlogCronacheCulturaDocumentiInchieste

Una nuova realtà imprenditoriale: la OFFTEC

“Nessuno è profeta in patria”, figuriamoci se poi si tratta della nostra terra, il Sannio. Ma qualche eccezione, la storia ci insegna, c’è stata.

E qui entra in gioco una delle realtà, ormai consolidate, che nello spazio di pochi anni si è affermata prima in ambito nazionale e poi in quello internazionale. Parliamo, ovviamente, della OFFTEC e del suo presidente, l’architetto Flavian Basile, che nello spazio di 7 anni (è stata creata nel 2016) è diventata un laboratorio di progettazione impegnato sia nel campo dell’architettura che dell’ingegneria.

Benevento, Catania e Milano sono le sue tre sedi.

Per far vedere come si sta evolvendo la struttura OFFTEC è stata organizzata una mostra fotografica presso il museo Arcos di Benevento, intitolata “Quando spazio e luce iniziano a prendere forma” dove sono esposti parte dei progetti messi in piedi in questi anni dalla società. Un riconoscimento certamente all’azienda, ma anche al nostro territorio, il Sannio, che si crede, generalmente,  privo di qualsivoglia forma di sviluppo economico a certi livelli.

La mostra, come ha spiegato l’architetto Basile, è solo un punto di partenza e non di arrivo ed è servito, a margine della stessa, a spiegare due dei progetti che saranno portati avanti in questa città: la ristrutturazione del Grand Hotel Italiano al rione Ferrovia e la costruzione del campo da golf (e cosi adesso sappiamo anche chi ha avuto l’idea di rivitalizzare terreni abbandonati abbinandola ad un’idea imprenditoriale e turistica che potrebbe realmente portare benefici qui in città). Come giornale abbiamo sempre appoggiato iniziative imprenditoriali come queste -in special modo quando imprenditori vogliono investire, senza speculare sulla città (citare casi passati sarebbe qui inopportuno, ma sapete bene quali e quante battaglie su costruzioni abbandonate questo giornale sta portando avanti)-. E allora non ci resta che aspettare e vedere cosa succederà nel prossimo futuro, augurando alla Offtec e al suo presidente, Flavian Basile, di continuare sulla strada intrapresa finora.

 

Felice Presta

La mostra si protrarrà fino al 20 marzo.

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La Redazione 13 Marzo 2023 0
BeneventoCronacheCultura

La consapevolezza (nei ragazzi) di doversene andare

Nell’ambito dei “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” (PCTO) in ambito scolastico, anche per questo anno il giornale e l’associazione SANNIO REPORT sono stati chiamati per parlare con gli alunni di giornalismo, di cultura e di educazione civica. In pratica i tre ambiti in cui ci muoviamo dall’ormai lontano 2015.

Abbiamo iniziato chiedendo ai ragazzi di scrivere (anche in forma anonima) quali fossero, ad esempio, i loro sogni.

I ragazzi, giovanissimi, hanno risposto come ci aspettavamo, ma una lettera in particolare ci ha colpito di più.

“Il mio sogno è quello di lasciare il mio paese dopo aver finito la scuola e l’università, perché qui non c’è opportunità di lavoro”.

Poche righe per testimoniare la consapevolezza nei ragazzi nel sapere, fin da ora, che dovranno per forza di cose lasciare il territorio natio. I dati statistici della perdita di popolazione a Benevento e nel Sannio, d’altra parte, sono lo specchio di un’emorragia  che non accenna a diminuire, bensì ad aumentare anno dopo anno.

Fa specie che ragazzi di 16 anni scrivano questo per i loro sogni, invece di scrivere magari cose più adatte alla loro età. Ma ciò significa che comunque i nostri giovani hanno ben chiara e presente (anche se a noi grandi non sembra) la realtà che li circonda. Una realtà che li fa riflettere e preoccuparsi di ciò che riserverà loro il futuro.

Stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno di “emigrazione” verso altri territori. Principalmente verso il nord d’Italia , ma anche verso paesi esteri: luoghi capaci di dare sbocchi lavorativi a dei giovani il cui territorio d’origine è destinato alla desertificazione e all’impoverimento.

Cose già viste, cose già dette? Sicuramente, ma non c’è nessuno che ha voglia di cambiare questo stato di cose?

L’Italia è un paese che sta invecchiando rapidamente e solo l’immigrazione ci salva dal disastro di dati ancora più fallimentari.

Ma nessuno pensa a come arginare questo fenomeno? Evidentemente no. E allora in questa ottica colpisce ancora di più la maturità di questo ragazzo/a di 16 anni nel sapere già quale sarà il proprio futuro: andarsene dalla terra natia in cerca di fortuna….

Felice Presta

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La Redazione 13 Febbraio 2023 0
Senza categoria

Moises Naim, la fine del potere

Moisés Naím
La fine del potere
Mondadori, 2013

Questo saggio affronta il tema della trasformazione del potere e di come noi lo percepiamo. Per semplificare, il potere non garantisce più gli stessi privilegi di un tempo, nel XXI secolo è diventato più facile da conservare, ma più difficile da esercitare e più facile da perdere.
Dai consigli di amministrazione, ai campi di battaglia, passando per il cyberspazio, le lotte per il potere sono più intense che mai, ma rendono sempre meno e la loro asprezza ma-schera una dimensione evanescente, dove le barriere difensive del potere, un tempo solide, ora sono più semplici da colpire. Ciò non significa che il potere sia scomparso o che non vi siano più soggetti che ne possiedono in abbondanza, solo che chi lo detiene è forse più vincolato, più esposto al monitoraggio esterno. Aristotele sosteneva che potere, ricchezza e amicizia erano le tre componenti necessarie per la felicità individuale. Una definizione semplice del potere può essere questa: la capacità di indirizzare o ostacolare il corso o le azioni future di altri gruppi e individui.
Oppure, in altre parole, il potere è la forza che esercitiamo sugli altri e che li porta a com-portarsi come altrimenti non si sarebbero comportati. Tale approccio pratico non è né nuovo né controverso ma è una definizione di Robert Dahl del 1957 contenuta in The con-cept of power. Moisés Naím fa derivare queste modificazioni da tre trasformazioni che definisce: la rivoluzione del Più, della Mobilità e della Mentalità.
La rivoluzione del Più, contrassegnata da aumenti in ogni ambito, dal numero dei paesi a quello degli abitanti, dal tenore di vita al miglioramento dell’istruzione, passando per la quantità di prodotti disponibili sul mercato; la rivoluzione della Mobilità, che ha messo in movimento persone, merci, denaro, idee e valori a velocità in precedenza inimmaginabili verso tutti gli angoli del pianeta; la rivoluzione della Mentalità che riflette gli importanti cambiamenti in termini di aspirazioni e aspettative che hanno accompagnato questi nuovi sviluppi.
Tali cambiamenti hanno favorito in numerosi campi l’arrivo di nuovi soggetti: innovativi e ribelli, attivisti e terroristi. Hanno offerto svariate opportunità ai militanti democratici e a movimenti politici con programmi radicali e aperto all’influenza politica vie alternative, che aggirano e abbattono la formale rigida struttura interna all’establishment. Aumentata la velocità di propagazione, i movimenti orizzontali hanno rivelato anche l’erosione del monopolio esercitato un tempo dai partiti politici tradizionali.
Nella politica internazionale, i piccoli protagonisti – sia paesi “minori” o entità non statali – hanno acquisito nuove opportunità di interferire, dirottare e ostacolare gli sforzi delle grandi potenze. Questi importanti ed eterogenei piccoli protagonisti hanno alcune cose in comune: il fatto che non necessitano più di grandi dimensioni, di ampio raggio d’azione e di una storia e tradizione per lasciare il segno. Rappresentano l’ascesa di un nuovo tipo di potere – un “micropotere” – che in passato aveva poche possibilità di successo. L’ascesa dei micropoteri e la capacità di sfidare i grandi è un fattore importante della nostra epoca. La decadenza del potere non implica l’estinzione dei grandi protagonisti (governi, eserciti, università, multinazionali), le loro azioni avranno ancora un peso notevole, ma più difficile da gestire.
Moises prende di mira due stereotipi sul potere: uno è la fissazione che Internet possa spiegare tutti i mutamenti avvenuti, soprattutto nella politica e negli affari; l’altro è l’ossessione per il cambio della guardia nella geopolitica: il declino di alcune nazioni (esempio gli USA) e l’ascesa di altre (soprattutto la Cina), vengono presentati come la principale tendenza che trasformerà il mondo come lo conosciamo. Il deterioramento di certe forme di potere non è causata specificamente dalle nuove tecnologie. Internet e gli altri strumenti stanno indubbiamente trasformando la politica, l’attivismo, l’economia e, come è ovvio, il potere. Troppo spesso il ruolo della rete viene frainteso o ingigantito, ma questi strumenti per avere un impatto significativo necessitano di utilizzatori, che a loro volta hanno bisogno di scopi, direzioni e motivazioni.
Il ridimensionamento e la trasformazione del potere come l’abbiamo conosciuto cosa sta provocando? Instabilità e disordine? E se questo caos presuppone ordine e logica?
Felice Presta

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La Redazione 10 Febbraio 2023 0
BlogCultura

Vienna 15 aprile 1902: la mostra che rivoluzionò l’idea di allestimento artistico.

Può una mostra artistica, essere così innovativa da incidere nella storia e nella concezione dell’arte? Sì, se prendiamo in considerazione quella che si aprì a Vienna il 15 aprile 1902, dedicata al genio artistico di Beethoven. Lì nel padiglione a forma di tempio costruito a Karlplatz e inaugurato nel 1898, su progetto di Joseph Maria Olbricht, ebbe origine una nuova idea dell’arte e di come esporla.

DER ZEIT IHRE KUNST, DER KUNST IHRE FREIHEIT, “Al tempo la sua arte, all’arte la sua libertà” – era il motto scritto a caratteri d’oro sul frontone della struttura: un semplice cubo bianco sormontato da una cupola traforata, scandito da semplici motivi lineari che ne evidenziavano l’assetto geometrico.

Il palazzo della Secessione era distinto dagli altri edifici neobarocchi e neoromantici che caratterizzavano il paesaggio urbano di Vienna alla fine del XIX secolo. La Secessione era un’associazione fondata nella capitale asburgica nel 1897, sulla scia di analoghe iniziative sorte a Monaco (1892) e a Berlino (1893): si trattava di un gruppo eterogeneo di artisti e architetti uniti dal desiderio di rinnovamento della vita artistica ufficiale, in aperta contestazione con il pesante accademismo dell’epoca. L’opera d’arte dove diventare “totale”, diversi stili dovevano convergere nel medesimo spazio espositivo. L’innovazione più significativa della “Secession” fu proprio nella nuova progettazione dell’allestimento. A differenza di analoghi movimenti europei, quello austriaco si distinse subito per uno stile inconfondibile e ben definito. L’innovazione della mostra del 1902 era semplice: non si tratta più di allestire un semplice “set” adeguato, ma di concorrere attraverso opere molteplici alla creazione di una scenografia la statua di Beethoven realizzata dallo scultore Max Klinger e posizionata al centro del nuovo tempio, al posto dell’altare.

Olbricht aveva previsto pareti mobili e spazi trasformabili, riducendo la minimo gli elementi fissi. Fin da subito, con quella mostra e nell’organizzazione di quelle successive, fu messa in pratica la nuova concezione dell’allestimento: non più dipinti appesi alla rinfusa e in più file sulle pareti, ma un’unica sequenza di dipinti per ogni autore, ad altezza d’occhio e su sfondi adatti, in ambienti appositamente disegnati da un architetto allestitore che per l’occasione era Josep Hoffmann, molto attento alle sequenze geometriche, dove ogni elemento, seppur realizzato da artisti diversi, sembrava trovarsi al posto giusto.

Il presidente del gruppo viennese era un pittore trentacinquenne e già affermato, Gustav Klimt, il quale insieme a Hoffman sarà il principale protagonista dell’evento. La mostra del 1902 resta fondamentale nella breve e intensa, storia della Secessione. L’esperienza acquisita attraverso le decorazioni, gli arredi, l’uso dei più svariati materiali, condurrà alla fondazione della Wiener Werkstaette, un insieme di laboratori di arti applicate che apre un nuovo campo di attività, mentre la forte stilizzazione figurativa, che l’unità perseguita da Hoffmann nell’allestimento aveva fatto prevalere, si impose definitivamente come cifra dello stile secessionista.

 

Felice Presta

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La Redazione 5 Febbraio 2023 0
Senza categoria

Piove, è inverno: sindaco ma le scuole comunali in che condizioni sono?

Il tempo, cosi inClemente, ci sta dando un po’ di tregua e a prescindere da piene, esondazioni eccetera, ampiamente trattati sulla pagina Facebook di Sannio Report, -perché Noi a differenza di altri giornalai cittadini il fango lo abbiamo spalato 8 anni fa- adesso mi devo soffermare di quello che poi è accaduto nei giorni successivi e che NESSUNO ha trattato come si deve.

Cosa è successo? Beh quando pioveva abbiamo avuto notizia che il nostro sindaco girava in auto con il comandante della Polizia municipale per vedere come era la situazione in giro per la città, benissimo, per poi mandare gli stessi agenti e tecnici a verificare negli istituti scolastici comunali com’era la situazione il giorno successivo. I giornali locali ne hanno dato ampiamente notizia.

Caro sindaco, come volete che sia la situazione all’interno di plessi scolastici vetusti e carenti di qualsiasi manutenzione?  Una pittata e una distesa di guaina sui tetti non è manutenzione.

Edifici che  risultano, dalle carte comunali che noi acquisimmo anni fa, inagibili (da abbattere e ricostruire), parzialmente agibili o da dichiarare agibili dopo lavori interni strutturali che non sono mai stati fatti? Ufficio lavori pubblici giusto per chiarire dove andammo a prendere le carte.

E’ sempre colpa di quelli che hanno preceduto?

Sicuramente anche loro non è che abbiano fatto molto per gli istituti scolastici, ma voi, nonostante carte alla mano, in 7 anni di amministrazione cosa avete fatto?

Ogni volta che c’è allerta arancione si chiudono le scuole, poi si procede alle verifiche del caso -dove più volte sono state messe in evidenza infiltrazioni di acqua in questi edifici- ma in sostanza, e nonostante le dichiarazioni roboanti di un assessore ai lavori pubblici che ripete sempre lo stesso mantra -“stiamo facendo, stiamo lavorando, sono iniziati i lavori, abbiamo partecipato al bando ecc.”- l’unica scuola che è stata aperta rimane la Bosco Lucarelli a piazzale Catullo dove, e lasciatemelo dire, il merito è tutto nostro come più volte raccontato.

E nel frattempo cosa si fa? Assolutamente nulla. Adesso partono i lavori, si, ma quando, dove e, soprattutto, quando finiranno?

La Federico Torre è da abbattere e ricostruire. Benissimo, e come mai i ragazzi continuano ad entrare in una scuola presumibilmente inagibile (lo avete detto voi che era da abbattere)?

E ad ogni goccia un po’ più grossa di pioggia assistiamo a questo spettacolo, indegno per una società civile, dove parte della città si preoccupa di finire sott’acqua, e un’altra parte si preoccupa delle scuole dove vanno i loro figli.

E le scuole si chiudono, e i lavori non partono per le nuove, però assistiamo ai tanti tagli del nastro che il nostro sindaco, immancabilmente ci regala quasi ogni mese. E fa niente se ogni tanto alza la voce perché quando taglia il nastro è dispiaciuto che ci sia poca gente. Potrebbe sempre fare manifesti di richiamo al grido “abbattiamoci le mani” (canzone semisconosciuta di Jerry Scotti).

Ci siamo stancati di scrivere sempre le stesse cose e di fare denunce. La lettera del Prefetto di 3 anni fa la custodiamo nel cassetto con la risposta alla nostra nota sulle scuole che gli mandammo.

Benevento ha scelto, alle elezioni dello scorso anno, di riconfermare l’amministrazione precedente che continua come sempre. Le giostrine inclusive sono importanti ma forse la sicurezza dei plessi scolastici comunali (e provinciali) un pochino in più!

Voi che ne dite?

Felice Presta

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La Redazione 26 Gennaio 2023 0
BlogCultura

Sull’Euro e sui dogmi di politica monetaria

Dal 2002, la maggior parte di noi europei spende una moneta, cui non corrisponde alcuno stato. Caso unico al mondo, quel che dovrebbe essere la massima espressione della sovranità, continua a non avere un sovrano. C’è un controllore, la Banca Centrale Europea, senza un contrappeso politico, altra stravaganza di una situazione dalle conseguenze imprevedibili. Il destino dell’euro come moneta orfana di un governo è scritto nel suo codice genetico. Come altre unioni monetarie del passato, quella europea è stata giustificata con ragioni tecniche, ma è basata su logiche puramente politiche. Forse ve l’hanno raccontato molte volte, ma l’euro è soprattutto un desiderio dei francesi e dell’allora presidente Mitterand, dopo la riunificazione della Germania nel 1990, che minacciava di ricreare una propria politica di potenza al centro dell’Europa, in virtù di un forza economica notevole grazie alla supremazia del marco e a un solido sistema industriale. Da qui l’idea, di proseguire in fretta e furia, verso la moneta unica nell’illusione di imbrigliare la Germania, ottenendo esattamente il risultato opposto. L’euro per i tedeschi ha avuto l’effetto di una svalutazione competitiva, consentendogli un aumento delle esportazioni e del potere decisionale attraverso la forza economica.
Senza un qualche tipo di unione politica, si è deciso di sparpagliare la sovranità monetaria a tutti, praticamente a nessuno. Anche perché, se l’euro fu fatto, in un certo senso, contro la Germania, fu con questa che si dovette discutere al momento di scrivere le nuove regole che così imposero una banca centrale unica che ricalcasse nello stile e nella mentalità la Bundesbank tedesca, senza il controllo di nessuna autorità politica.
Quello di Maastricht è un testo strano, le cui pagine riflettono appieno la genesi franco-tedesca del progetto monetario europeo. Ai principi illuministici, mutuati direttamente dal mito della rivoluzione francese, si alternano passaggi di tecnica monetaria, che risentono fortemente delle teorie di Milton Friedman e della scuola di Chicago, particolarmente in voga in certi ambienti finanziari tedeschi vicini al governo. L’idea principale risiede nel sacro terrore dell’inflazione e nella funzione deflazionistica del ruolo della Banca Centrale, il cui mandato consiste nel tenere semplicemente sotto controllo l’andamento dei prezzi. Una ferrea disciplina monetaria. Questa politica deflazionistica è troppo rigida e, soprattutto, poco compatibile con le economie dell’Europa meridionale, storicamente meno efficienti e più avvezze alle svalutazioni. Non diciamo niente di nuovo. Le unioni monetarie generano squilibri notevoli, come spiegato bene dal cosiddetto “ciclo di Frenkel”. (1) Non è chiaro fino a che punto, nella fase di gestazione dell’euro, quali fossero le posizioni nell’elites europee, al di fuori della Germania. A giudicare dalla loro condotta, l’errore è stato quello di considerare il Trattato di Maastricht come un semplice accordo politico, nella sua genesi e soprattutto nell’applicazione. Un accordo flessibile, suscettibile di ogni genere d’interpretazione, a tal punto da illudersi di poterlo aggirare. Non vi sembra il momento giusto per contestare certi dogmi?

NOTA

Il ciclo di Frenkel si compone di sette fasi.

1. All’interno di un’area valutaria vengono introdotte norme che liberalizzano la circolazione dei capitali e dunque non ci sono più vincoli protezionistici al trasferimento finanziario tra i singoli paesi.

2. Siccome i capitali circolano liberamente, inizia un afflusso di risorse dai Paesi del “centro” verso quelli della “periferia”. I paesi del “centro”, sono quelli più forti finanziariamente perché hanno svalutato il cambio entrando nell’unione valutaria (la Germania col passaggio all’euro è come se avesse “svalutato” il vecchio marco). I paesi della periferia invece, hanno dovuto rivalutare il cambio per entrare nell’area valutaria comune (es. l’Italia ha rivalutato la lira passando all’euro). Ovviamente i paese più solidi del “centro” trovano vantaggioso trasferire capitali in periferia perché i tassi di interesse di quest’ultima, sono più alti e in ogni caso si tratta di prestiti dove non c’è il rischio del cambio monetario (essendo unica la moneta, ma lo stesso discorso vale con monete diverse, ma di pari valore).

3. L’afflusso di capitali (soldi in prestito) alimenta la domanda delle famiglie e delle imprese della periferia, generando crescita dei consumi e degli investimenti. Di conseguenza aumenta il PIL e migliorano i conti pubblici perché aumenta il gettito fiscale connesso all’espansione economica.

4. L’aumento dei consumi e degli investimenti favorisce la crescita del Prodotto Interno Lordo ma anche l’inflazione (troppo credito equivale a troppa moneta in circolazione). Nell’economia periferica che cresce, aumentano i prezzi, i debiti privati, il credito al consumo e spesso aumentano i valori immobiliari. Tutta questa crescita è di fatto una “droga” somministrata dall’arrivo di capitali dal “centro” e ciò si riscontra proprio dall’aumento del debito privato che cresce più rapidamente di quello pubblico, che nella terza fase tende a diminuire.

5. Uno shock interno o esterno fa scoppiare la bolla del debito privato. Non c’è più garanzia di restituzione e a questo punto i paesi del centro bloccano i rifornimenti alla periferia. (esempio di shock la crisi dei mutui subprime negli Usa nel 2008)

6. A questo punto venendo a mancare la liquidità dal centro, si innesca un corto circuito per cui i Paesi della periferia vanno in “recessione”. Il debito pubblico aumenta e contemporaneamente calano i consumi e gli investimenti. Cala il PIL e il rapporto deficit/pil peggiora e si attuano politiche di restrizione fiscale (tagli di spesa e aumento delle tasse) che di solito, peggiorano la situazione.

7. Il peggioramento dei conti pubblici rende la situazione insostenibile per la periferia che non ha alternative se quella di sganciarsi dall’unione valutaria a meno che, gli squilibri non vengano corretti con un intervento politico (nel nostro caso le istituzioni europee)

 

Felice Presta

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La Redazione 13 Gennaio 2023 0
Cultura

Giuseppe Tucci, un grande italiano

Zaino in spalla e scarpe resistenti, così Giuseppe Tucci si avventurava sul massiccio montuoso della Majella prima di ogni viaggio che l’avrebbe portato in Asia centrale, percorrendo quelle terre che secoli prima avevano attraversato le truppe multietniche di Alessandro Magno. Era nato a Macerata il 5 giugno del 1894, in una famiglia cattolica, ma nel 1935 divenne buddista dopo il folgorante incontro con un abate di un monastero nel Tibet meridionale. A descrivere l’episodio, con toni romanzeschi è Geminello Alvi, in un brano del suo libro Uomini del Novecento: «Il primo luglio incontrarono il giovane abate d’un monastero buddhista, vestito di rosso e appena uscito da un eremo dove aveva trascorso tre anni, tre mesi e tre giorni, meditando. Tucci gli chiese di sperimentare le liturgie sottili che sommuovono l’Io, liberando attese stupefatte e pavide: l’ottenne. E vide che quanto gli uomini chiamano “Io” non è che una crosta sottile in bilico dentro un cosmo inatteso e infinito».
Tucci è stato un orientalista, poliglotta, storico delle religioni, autore di circa 360 pubblicazioni tra articoli scientifici, libri e testi divulgativi. Dopo la laurea in lettere nel 1919, presso l’Università di Roma, si dedicò agli studi orientali tra il 1925 e il 1930, quando ebbe l’opportunità di partecipare a una missione culturale in India come docente alle Università di Shantiniketan e di Calcutta. Nominato accademico d’Italia nel 1929, nel novembre dell’anno successivo fu chiamato a occupare la cattedra di Lingua e letteratura cinese a Napoli e nel 1932 passò alla Facoltà di Lettere e Filosofia a Roma, dove fu professore ordinario fino al 1969. Tucci non era il classico intellettuale che trascorreva la vita in biblioteca, ebbe tre mogli, due delle quali lo accompagnarono in alcuni viaggi. Dal 1929 al 1948 compì otto spedizioni scientifiche in Tibet e dal 1950 al 1954 sei in Nepal. Nel 1955 avviò delle spedizioni archeologiche nella valle dello swat in Pakistan, nel 1957 in Afghanistan e nel 1959 in Iran. Nelle sue esplorazioni fu sostenuto sia da un’eccezionale forza di volontà che gli consentì di superare pericoli e affrontare fatiche notevoli, sia dall’eccezionale conoscenza di molte lingue e dialetti che gli permise di stabilire un contatto diretto con le popolazione e di superare le diffidenze.

Fosco Maraini, in Segreto Tibet, scrisse che a lui e agli altri membri della spedizione del 1948 non fu permesso di entrare nella città sacra di Lhasa e che poi, solo Tucci, come buddhista, ricevette il lam-yig, l’autorizzazione al transito. Nel periodo del suo insegnamento in India, Tucci era entrato in contatto con Rabindranath Tagore, poeta, filosofo, prosatore indiano di lingua bengalese, che gli aveva presentato Gandhi. Il Mahatma, a vederlo, raccontò poi l’italiano, sembrava «insignificante, vestito di una pezza di cotone tessuta da lui medesimo, le gambe e il torso nudi, occhialuto e calvo, sgraziato nelle mosse, di scarsa se non addirittura nulla sensibilità artistica». Tagore, invece, «aristocratico» e «ieratico» gli apparve «sospettoso del prossimo avvento della tecnica» e «spirito sommamente svelto e sottile».
Eppure, queste due persone, così diverse fra loro e che gli sembrava «non si comprendessero» lo colpirono profondamente. Con Tagore, ebbe un rapporto intenso, tanto da essere affascinato della sua passione per l’Italia. Per la verità, Tagore fu anche (e non ne fece mistero) un ammiratore di Mussolini e del fascismo anche se, poi, ridimensionò la portata di talune sue dichiarazioni in proposito, dopo il 1945. In quel periodo probabilmente, Tucci conobbe il patriota bengalese Subhas Chandra Bose, perché nel 1937 in una delle varie occasioni in cui il politico venne ricevuto da Mussolini, fu lui ad accompagnarlo in udienza. In una relazione sulla missione in India, inviata il 31 marzo 1931 al ministro degli Esteri Dino Grandi, Tucci propose la creazione di un istituto culturale finalizzato finalizzato ad agevolare gli studi dei giovani indiani in Italia e presso le istituzioni italiane, a promuovere la conoscenza dell’Italia in India, a mettere in contatto studiosi con interessi affini. Mussolini, che già accarezzava l’idea di dar vita ad un istituto per le relazioni con quella parte dell’Asia, ricevette in udienza il professore e rimase d’accordo con lui che avrebbe esaminato il suo progetto quando egli fosse ritornato dal viaggio di esplorazione che si accingeva ad intraprendere nel Tibet. Rientrato in Italia nel novembre del 1931, Tucci riuscì a coinvolgere nel suo progetto il presidente dell’Accademia d’Italia, Giovanni Gentile, che nel luglio dell’anno successivo ottenne da Mussolini l’approvazione definitiva.

L’IsMEO (Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente) nacque ufficialmente, nel febbraio 1933 con presidente e Tucci uno dei due vicepresidenti (l’altro fu G. Volpi di Misurata). Mussolini il giorno dell’inaugurazione parlò di “reciproca comprensione creativa” tra l’Italia e l’oriente asiatico. A seguito del caos del dopoguerra, l’IsMeo riprese le attività solo nel 1948, sotto la presidenza di Tucci che fondò un nuovo periodico “East and West”. Fu Giulio Andreotti a fornire l’impulso decisivo per la ripresa delle attività perché comprese perfettamente il valore scientifico e culturale di quelle missioni e il ritorno d’immagine che con esse ne aveva l’Italia. Tra i due, ci fu negli anni una corrispondenza epistolare.
Tucci nel 1971 in un discorso al Campidoglio disse che “Asia ed Europa sono un tutto unico, solidale per migrazioni di popoli, vicende di conquiste, avventure di commerci, in una complicità storica che soltanto gli inesperti o gli incolti, i quali pensano che tutto il mondo concluso nell’Europa, si ostinano a ignorare”. Più tardi nel 1977, ribandendo la necessità di considerare Europa e Asia accumunati da un unico destino, dirà: “in realtà si deve parlare di un unico continente, l’Eurasiatico”.

 

Felice Presta

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La Redazione 10 Gennaio 2023 0
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BN SCL FLM FSTVL ArTelesia – Franco Francesca nuovo direttore creativo -nuova veste e premi

La macchina del Benevento social film festival è partita. Si scaldano i motori per organizzare la quindicesima edizione del festival, che si arricchisce della presenza di un direttore creativo, che affiancherà il comitato  artistico dell’Associazione Culturale Libero Teatro, capitanati da Mariella di Libero ,Antonio di Fede ,Rosa Barone  e il fondatore  del festival Francesco Tomasiello

L’eco designer  Franco Francesca sarà il “deus ex machina” della prossima edizione, lavorando come creative director in supporto agli organizzatori dell’evento, occupandosi in prima persona degli aspetti relativi alla parte visiva, partendo dalla veste grafica fino alla scelta del premio 2023, per rinnovare e rappresentare appieno l’identità del tema scelto dalla rassegna cinematografica, che quest’anno è Il Viaggio. Il direttore creativo, inoltre, si occuperà di sviluppare eventi collaterali, strategie di marketing e campagne di rebranding, esplorando in tutte le sue forme il concetto di identità e diversità, inteso come integrazione ed inclusione, concetti chiave anche dell’Agenda 2030: best practice per lo sviluppo sostenibile.

Il concorso internazionale del Cinema Sociale per registi emergenti e professionisti, Scuole e Università, evento promosso dall’Associazione Culturale Libero Teatro di Benevento, ha diffuso il nuovo bando, che si articola in quattro sezioni: Filmmaker e DivAbili; School and University, Anteprime nazionali ed internazionali e Film di animazione. Questi i temi:

  • IO MI APPARTENGO – rispetto della propria individualità, saper essere oltre ogni apparire, coltivare la propria libertà contro ogni dipendenza.
  • INTEGRAZIONE – rispetto dell’identità etnica e culturale contro ogni forma di discriminazione: beyond cultural stereotypes.
  • SUPERFICI PROFONDE – scoperta e valorizzazione del patrimonio storico-artistico dei territori.
  • CORTOMETRAGGIO – Storie di agricoltura sostenibile.
  • Nella sezione DivAbili, concorso esclusivo del Social Film Festival ArTelesia, è possibile iscrivere lavori realizzati da registi diversamente abili o che abbiano coinvolto attori diversamente abili che non devono necessariamente incentrarsi sul tema della disabilità.

Temi della sezione School and University sono:

  • L’OROLOGIO SULLE 20.30: buone pratiche per lo sviluppo sostenibile.
  • INTEGRAZIONE: rispetto dell’identità etnica e culturale contro ogni forma di discriminazione: beyond cultural stereotypes.
  • CINELIBRIAMOCI: lavori ispirati ad opere della narrativa italiana e mondiale.

Particolare attenzione sarà riservata alle opere realizzate dagli studenti con dispositivi mobili – smartphone, tablet, action camera, droni. Per tutte le categorie è comunque previsto il tema libero. Il termine ultimo per l’invio dei lavori è il 28 febbraio 2023.

Tra le novità di questa edizione, nasce il Premio Green Carpet, che renderà il festival sociale di Benevento il primo al mondo a poter vantare questa nuova sezione! In questa rinnovata prospettiva, la quindicesima edizione del Social Film Festival ripercorrerà la storia dei successi raggiunti finora, puntando su una maggiore visibilità nazionale ed internazionale, grazie agli ospiti, alle tematiche e alle nuove strategie di comunicazione, puntando i riflettori su una rassegna cinematografica made in Sannio che appare una perla rara, da tutelare e sostenere con tutti i mezzi possibili. #BSFF2023

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La Redazione 5 Gennaio 2023 0
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Buon 2023. Potevamo parlare…

Domani è la Befana e come dice il detto “tutte le feste porta via”. E dopo la Befana, per l’appunto, inizia per noi il nostro “nuovo anno”.

Volutamente non abbiamo parlato in questi ultimi mesi sottolineando tutte le “caxxate” politiche che sono state dette, promesse e non fatte.

E soprattutto non abbiamo parlato più di un povero vecchietto ormai in preda al delirio di onnipotenza acclarato.

Non abbiamo parlato delle luminarie cittadine (quali?), né di concorsi alla Provincia, né di malumori politici all’interno della maggioranza di palazzo Mosti.

Potevamo parlare del Malies e del suo alberello messo a mo di candela funeraria davanti ad esso, a testimoniare il fallimento politico di un progetto nato male, condotto peggio e finito tra le mani della magistratura.

Visto che il progetto era nostro potevamo parlare del campanile di Santa Sofia con la nuova illuminazione -può piacere o meno non è quello importante- e del fatto che con i due lumini (una è fulminata) davanti il sagrato al cospetto la chiesa di Santa Sofia (patrimonio Unesco) pare un tomba abbandonata, ma non l’abbiamo fatto.

Potevamo sottolineare , e l’abbiamo fatto, del sovrintendente, del suo arresto, delle modalità di esso e di quanto questa città sia “gestita” da determinati personaggi in modo “allegro”.

E potevamo dimenticarci dello scandalo della Provincia, delle assunzioni, dei lavori pubblici abbandonati, delle scuole?

Ma no…sono anni che scriviamo di questo e di tanti altri problemi che la politica non riesce a risolvere -incapacità, inefficienza, inefficacia? O semplicemente mancanza di volontà? Boh- ne abbiamo parlato e scritto talmente tanto che ormai ci scoccia anche ritornare sull’argomento.

Ci torniamo solo quando qualche dichiarazione-caxxata viene spiattellata ai compiacenti giornalisti di questa città che esaltano oltremodo, e lontano da qualsiasi etica giornalistica, le doti amministrative dei nostri politici-politicanti.

Potevamo parlare molto, e l’abbiamo sempre fatto, ma onestamente ci siamo scocciati a farlo e adesso portiamo avanti solo i nostri progetti basati su idee di città fuori dagli schemi classici senza l’aiuto della politica e senza badare ad essa.

E chissà perché i nostri progetti magicamente si realizzano, senza soldi, senza aiuto politico ma solo con la buona volontà di poche persone che hanno sempre creduto alle idee di un pazzo.

Come dite? Com’è possibile? Beh per l’appunto, come Marzullo, fatevi una domanda e datevi una risposta.

Io intanto sfoglio un libro sulla nostra città…

Tanti auguri di buon 2023 a tutti!

Felice Presta

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La Redazione 5 Gennaio 2023 0
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