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BlogCultura

Gli errori dell’Europa

Esistono tre nozioni di Europa spesso sovrapposte o confuse ma che è opportuno tenere distinte. Anzitutto c’è lo spazio continentale in senso fisico: l’Europa come concetto geografico, ma anche etnico-storico e socio culturale. Qui dentro c’è un gruppo di paesi che fa parte dell’Unione Europea, un club che condivide una serie di regole e valori, i cui membri hanno ceduto parte della loro sovranità, per consentire al sistema di reggere. A sua volta, una parte di queste nazioni, viene identificata con il termine “eurozona” per designare quelle che condividono la stessa moneta cedendo una quota ancora maggiore di sovranità, con regole stringenti in materia di bilancio.
L’esistenza di queste tre nozioni provoca delle frattura che segnano dei conflitti politici. Ultimo, in ordine temporale, il referendum del 2016 che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, si è combattuto sulla faglia tra Eurozona/UE: la maggiore integrazione della prima, spinge un paese geloso di certe prerogative sovrane ad abbandonare il club. A sua volta questo crea pulsioni indipendentiste in quelle porzioni di territorio britannico, come la Scozia, che vogliono restare nel sistema comunitario in funzione anti-inglese.
Altri conflitti scuotono il vecchio continente come quello in Ucraina sul confine tra sfere d’influenza europea e russa. Altre pressioni arrivano dal Nordafrica e sul confine sud est con il flusso incontrollato di migranti. Di fronte a questi enormi problemi, l’Unione Europea ha la tendenza innata a fare cattivi compromessi, dettati soprattutto dal sentimentalismo, i suoi processi politici tendono a evitare forti discontinuità e solo un voto popolare poteva fare pressione in tal senso.

“I guai del mondo sono sempre una questione di grammatica”. Nella sentenza del filosofo aquitano Michel de Montaigne, si può comprendere il fallimento dell’Unione Europea. Allo stesso tempo astorico e utilitaristico, il progetto continentale manca dei connotati geopolitici per sopravvivere alla congiuntura attuale. Né impero né nazione: contravviene alla più elementare prassi di governo. Una sottile incongruenza che i tanto celebrati “padri fondatori” considerarono un trascurabile difetto ortografico. Credevano che la burocrazia potesse sostituirsi alla capacità strategica di uno stato egemone e l’interesse economico potesse sostituire l’assenza di una coscienza etnico-nazionale. S’illudevano di poter fermare lo scorrere del tempo e sottrarsi all’inevitabile sviluppo dialettico.

“Non ci sarà pace in Europa se gli stati saranno ricostituiti sulla base della sovranità nazionale”, scrisse nelle sue memorie Jean Monnet. “Non stiamo formando una coalizione di stati, stiamo unendo persone”. Il nobile proposito, cela una sottile sfrontatezza perché Monnet ha fatto di tutto per diluire il conflitto politico, disegnando una struttura istituzionale dove al centro ci sono dei rigidi meccanismi economici, supportati da astratte teorie funzionaliste. 
Il risultato finale è un agglomerato mercantile, dove non è possibile mettere in discussione niente, se non apportare pallide modifiche a un sistema dove la guerra si è inevitabilmente spostata in campo economico. Laddove si spengono le passioni e si omologa il pensiero politico, tutto diluisce nella grigia pratica amministrativa, che affronta i problemi complessi con il piglio del ragioniere. È a questa mentalità che dobbiamo il lessico tipico di Bruxelles, fatto di decisioni irreversibili presentate come dogmi indiscutibili. Non disturbate i visionari, la “generazione Erasmus” sa cosa fare e un’Europa differente non esiste. 
In verità più sottovalutiamo il valore della sovranità, più ci sfugge di mano. Dalla post-sovranità, siamo passati all’iper-sovranità dei mercati e di burocrazie opache.

 

Felice Presta

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La Redazione 15 Maggio 2023 0
Cultura

Aldo Manuzio, tipografo, editore e innovatore della “forma” del libro

Cinquecento anni fa a Venezia, il tipografo Aldo Manuzio rinnova fortemente la concezione del libro. Con lui è sorto il mestiere dell’editore inteso come diffusore di cultura e non più semplice stampatore, le sue innovazioni sono alla base del libro-oggetto così come lo conosciamo.
Aldo nasce nel 1450 a Bassiano, un piccolo borgo del Ducato di Sermoneta, a sudest di Roma. Studia nelle capitale papale e negli anni compresi tra il 1467 e il 1475 frequenta i circoli vicini al cardinale Bessarione, un intellettuale greco fuggito da Costantinopoli dopo la conquista turca (1453).
A Bessarione si deve un dono inestimabile: il lascito alla Repubblica di Venezia dei manoscritti ellenici che costituirono il nucleo su cui sarà fondata la biblioteca Marciana, l’unica istituzione della Serenissima ancora attiva. In quel periodo Manuzio impara il greco e poi lo perfeziona a Ferrara, nel 1480 si trasferisce a Carpi a fare l’educatore presso una famiglia aristocratica. Tra il 1489 e il 1490, va a vivere a Venezia ma non sappiamo il motivo del trasferimento e nemmeno perché abbia deciso di mettersi a fare lo stampatore. Il primo libro che pubblica è la sua grammatica greca, che fa stampare presso l’officina di Andrea Torresani che diventerà suo suocero quando sposerà la figlia.

La prima officina editoriale di Manuzio è nella zona dei Frari, il suo progetto è definito: stampare i classici in latino e greco, pubblicare Dante e Petrarca nelle revisioni di Pietro Bembo e stampare libri in lingua volgare per consentire a un pubblico più di leggere senza necessariamente conoscere una lingua dotta. Il libro deve diventare un oggetto popolare e per questo decide di ridurre le dimensioni dei volumi. Prima di lui, i libri erano dei tomi grandi, pesanti, costosi e si consultavano appoggiati a un leggio per questo motivo, nel 1501 Manuzio stampa il primo tascabile. Quel formato “portatile”, costa pochi denari, se lo possono permettere studenti, artigiani, mercanti ed è semplice da trasportare. Il libro comincia a essere letto in molti luoghi prima inaccessibili, diventa svago e non più soltanto strumento di lavoro e istruzione.

 

LE INNOVAZIONI GRAFICHE
Manuzio è il primo a numerare le pagine da entrambi i lati (in precedenza una parte sola), inventa tutti quegli elementi che oggi ci sembrano scontati: frontespizio, note, indici. Importa dal greco la virgola uncinata, l’accento, l’apostrofo e il punto e virgola: prima di lui questi segni non si utilizzavano nel volgare. Soprattutto, apporta una grande innovazione per quanto riguarda i font, con la creazione del carattere corsivo per imitare una scrittura più facile da leggere e più gradevole alla vista. Un carattere compatto che occupa meno spazio e consente di risparmiare carta.
Nell’Europa latina si stampa utilizzando il tondo. Aldo Manuzio usa il Bembo un carattere elegantissimo che prende il nome dell’umanista veneziano Pietro Bembo.
Manuzio è un raffinato intellettuale e un pratico imprenditore molto attento all’uso del denaro; quando fonda l’accademia Aldina, dove si parla in greco antico, crea un cenacolo intellettuale ma allo stesso tempo, lì può reclutare compositori e correttori di bozze in greco a basso costo. L’incisore dei caratteri corsivi è un abile orafo bolognese, Francesco Griffo che purtroppo anni dopo, finirà in carcere per omicidio.

 

UN LIBRO MERAVIGLIOSO
“Il libro più glorioso del Rinascimento, ampiamente illustrato e meravigliosamente ornato, che fino ai giorni nostri resta misterioso, un testo irto di simboli che utilizza un gergo bizzarro di varie lingue e dialetti”.
Queste parole di Helen Barolini, studiosa americana di bibliografia, si riferiscono al libro più bello, famoso e forse più costoso dell’epoca, pubblicato da Aldo Manuzio nel 1499, intitolato Hypenorotomachia poliphili, noto anche come Polìfilo, (amoroso combattimento onirico di Polifilo). Si tratta di un viaggio iniziatico che ha per tema centrale la ricerca della donna amata, metafora di una trasformazione interiore alla ricerca dell’amore platonico.
Il libro è illustrato con 172 splendide xilografie, realizzate da un artista ignoto che mostrano le scene, gli elementi architettonici e i personaggi che Polìfilo incontra nei suoi sogni. Le illustrazioni sono forse la parte migliore del libro, con uno stile grafico in perfetta armonia con il carattere tipografico utilizzato.
Lo psicoanalista Carl Gustav Jung ammirava il libro, ritenendo che le immagini oniriche preannunciassero la sua teoria degli archetipi. Il testo è stato scritto trent’anni prima, in un misto di italiano, veneziano, ebraico e arabo, da un frate domenicano trevigiano di nome Francesco Colonna. Non tutti gli studiosi concordano sull’identificazione, altri ritengono che vada associato all’omonimo principe romano che visse a Venezia in quel periodo.
Il Polìfilo vale nella storia dell’editoria, come la Cappella Sistina conta nella storia della pittura. Nei vent’anni di attività come editore, Aldo Manuzio ha pubblicato centrotrenta edizioni in greco, latino e volgare. Dopo la morte, nel febbraio 1515 la sua produzione contraddistinta dal marchio di un delfino avvolto intorno al fuso di un’ancora, venne continuata dagli eredi fino alla fine del secolo.

 

Felice Presta

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La Redazione 12 Maggio 2023 0
Cultura

Wilfred Thesiger, l’aristocratico avventuriero

Wilfred Thesiger, l’ultimo grande esploratore del Novecento, appartiene a quel genere di uomini che è riuscito a scegliersi la vita forgiando il destino intorno a gusti e disgusti personali. A differenza di chi sogna di cambiare vita, e sognando la consuma, egli ha lasciato il segno attraverso l’azione. Arabian Sands, Sabbie arabe, è un classico della letteratura sul deserto, è il racconto dell’attraversamento del Rub el-Khali, l’Empty Quarter in inglese, il Quarto Vuoto, il deserto più grande del mondo che ricopre la parte più meridionale della penisola araba. L’impresa è del novembre 1945, dieci anni dopo, in una stanza d’albergo di Copenhagen, scriverà il racconto di quella avventura dura e impegnativa: gli incontri con i beduini e la condivisione della loro esistenza in un tempo fuori dal tempo, tra carovane, soste e le immense dune dell’Uruq el-Shaiba. In Italia Thesiger è un illustre sconosciuto, nel frattempo ci trastulliamo con i nuovi scrittori fenomeni e le loro storielle piene di sentimentalismo autobiografico: amori snervati, trame stracciate, un Io ipertrofico senza audacia e sostanza.

In Gran Bretagna e nei paesi anglosassoni, Thesiger è un classico. Morto nell’agosto del 2003, è stato la quintessenza di tutto ciò che è britannico, anche se ha trascorso buona parte della vita a fuggire i connazionali: nato ad Addis Abeba, ha vissuto in Africa orientale, ha viaggiato con i samburu e i turkana, è stato in Afghanistan negli anni Cinquanta, sarà Eric Newby che se lo ritrovò sulla strada a descriverlo in modo lapidario: “Un pezzo d’uomo, con una montagna a forma di naso, sopracciglia a cespuglio, la vecchia giacca di tweed degli studenti di Eton”.

Il terreno dove si fermarono per la notte era accidentato, Eric e il suo compagno tirarono fuori i materassi da campo. “Dio mio, che coppia di checche…”, fu il commento sarcastico di Thesiger mentre si sdraiava sulle rocce.

Figlio di diplomatici, primo inglese a nascere in Etiopia, dove il padre era ministro plenipotenziario, aveva passato la sua infanzia in un mondo dal “barbarico splendore”. Ignorava il cricket e il football, ma sapeva tutto di caccia, non si occupava delle questioni politiche, ma aveva visto la sanguinosa lotta per la successione al trono di Menelik, con i vinti trascinati in catene, il suono assordante dei tamburi, l’armata vittoriosa di Ras Tafari con le insegne e il bottino di guerra. In questa enclave cristiana in mezzo alle terre islamiche, Thesiger dopo essere ritornato in patria, si dovette adattare a un ambiente fatto di regole di comportamento, riti sociali, gerarchie dove nulla di ciò che gli piaceva era di moda, un piccolo mondo di compunti funzionari che vedevano in lui solo il lato disdicevole di non appartenenza allo stesso clan sociale. Il giovane Thesiger, troverà nei pugni, nell’isolamento e della letteratura epica una strategia di sopravvivenza. Fu rispettato e accettato, ma non compreso. Eppure tutti i condizionamenti esterni e il clima familiare non bastano a spiegare la formazione di un carattere.

 

La vita di Thesiger obbedisce a degli impulsi interiori che sfuggono alle spiegazioni logiche: figlio a pieno titolo dell’élite britannica, ma straniero in patria. Affascinato dalle tradizioni, dalle consuetudini, dalla magnificenza del passato, spesso portato a identificarsi più con quelle degli altri popoli che con le sue; l’inglesità come marchio d’origine, subita ma non troppo amata, mai rinnegata, la passione per i grandi spazi e le grandi solitudini, l’idea che le civiltà tradizionali siano più vere, più vicine ai bisogni e ai sentimenti primari e fondamentali dell’uomo.

Un turbine di contraddizioni, da cui uscirà scegliendo l’unica forma di devianza possibile: viaggiare. Si scopre un elegante fuorilegge, senza pulsioni banditesche. È antisociale, segue il proprio istinto, non pensa ai destini collettivi, non ha la coscienza di classe, scegli chi è simile a lui indipendentemente da come nasce; non riconosce i criteri che regolano professioni, successo, carriera e guadagni, non sono alla base delle sue scelte.

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La Redazione 9 Maggio 2023 0
BlogCultura

Da Lisbona a Calicut: il viaggio di Vasco Da Gama

 

A Lisbona sulla riva del fiume Tago, di fronte al Monastero dos Jerónimos, si vede l’imponente Padrão dos Descobrimentos, il Monumento alle Scoperte che celebra tutti i navigatori portoghesi che tra il XV e XVI secolo scoprirono nuove terre e tracciarono le più importanti rotte commerciali contemporanee. L’enorme caravella di pietra è decorata su entrambi i lati da un gruppo scultoreo che rappresenta i protagonisti delle grande imprese marinare del Portogallo: navigatori, cartografi, colonizzatori, missionari, guerrieri, scrittori, re e regine. Tra questi non poteva mancare il nome di Vasco da Gama e di lui vogliamo raccontare, approdo dopo approdo, uno delle sue traversate memorabili alla ricerca di un regno leggendario.

Nel 1497 Manuele I, re del Portogallo, individua nel giovane comandante Vasco da Gama il navigare più preparato per completare il lavoro cominciato da Barlomeu Dias, che dieci anni prima aveva doppiato l’Africa meridionale, scoprendo finalmente il passaggio tra l’Oceano Atlantico e l’Indiano. In quel tempo i veneziani detenevano il monopolio del commercio delle spezie e la corte portoghese aveva intenzione di spezzare questo equilibrio, fonte della sterminata ricchezza e della potenza della Repubblica del Leone. La noce moscata, la cannella, il pepe, i chiodi di garofano sono beni preziosi come l’oro e bisogna organizzare una vasta operazione per accaparrarseli. Il nobile Vasco da Gama, nato 28 anni prima a Sines, nell’Alentejo, sembra al re portoghese l’uomo giusto e malgrado le perplessità del suo entourage, autorizza la preparazione di una spedizione per aprire nuove rotte commerciali, aggiungendo un elemento religioso con il desiderio di evangelizzare quelle terre lontane dove si pensava vi fosse il regno del misterioso Prete Gianni. Vasco da Gama ha due qualità: è un abile comandante e sa combattere, infatti cinque anni prima aveva catturato alcuni vascelli francesi che minacciavano il Portogallo.

8 luglio 1497. Le partenze dalla foce del Tago non sono una novità per gli abitanti di Lisbona. Quelle navi che salpano per terre lontane e sconosciute, sono uno spettacolo da non perdere: rulli di tamburi, tuoni di cannone, squilli di tromba e bandiere al vento. Quel giorno si preparano a solcare l’oceano anche le quattro unità al comando di Vasco da Gama. Sono la Sao Gabriel, un veliero da circa 150 tonnellate con le insegne dell’ammiraglio e sotto il suo comando; la Sao Rafael, più o meno della medesima stazza, affidata al fratello Paulo da Gama; assieme con loro salpano la più piccola caravella Berrio e una quarta unità ausiliaria, la nave delle salmiere, poco considerata a tal punto da essersi perso il nome. Non sono semplici vascelli, sono stati costruiti appositamente seguendo i suggerimenti di Bartolomeu Dias che conosce bene quali caratteristiche debbano avere le unità destinate ad andare oltre il Capo di Buona Speranza. Si imbarca anche lui per dare consigli e indicazioni, insieme a 170 uomini che formano l’equipaggio.

La navigazione procede tranquilla fino alle Canarie, dove una nebbia intensa fa disperdere la flottiglia che si ricongiunge all’altezza di Capo Verde. Dias torna indietro. Mentre da Gama vuole mostrare di potercela fare rischiando molto: niente navigazione sotto costa, come si usava in quel periodo, ma in pieno oceano, seimila miglia di mare e almeno tre mesi di navigazione senza vedere terra. Anzi, per sfruttare i venti favorevoli, il portoghese sceglie la rotta verso sud-ovest che lo allontana ulteriormente dall’Africa. Sarà il più lungo viaggio in mare aperto compiuto fino a quel momento.

4 novembre 1497. Dopo una virata, la spedizione lusitana sbarca in un punto della costa sudoccidentale del continente dove i marinai mangiano foche, balene, gazzelle e radici. L’incontro con la popolazione locale dapprima sembra pacifico, ma poi aumenta la tensione e cominciano gli scontri con l’equipaggio e lo stesso Vasco da Gama che resta leggermente ferito da una freccia. Il convoglio riprende il mare. Ormai l’Oceano Indiano è vicino e, superato capo Agulhas, la punta più meridionale dell’Africa, le navi abbandonano l’Atlantico.

16 dicembre 1497. Percorse un centinaio di miglia, le navi si avvicinano alla baia di Mossel, il punto estremo raggiunto dalla precedente spedizione di Dias. Da lì si aprono 800 miglia di mare inesplorato prima di raggiungere i porti musulmani dell’Africa, dove sarà possibile trovare piloti. L’ammiraglio ordina di prendere terra, la nave più piccola, viene bruciata e le provviste rimanenti sono trasferite a bordo delle tre unità. Il 25 dicembre Vasco da Gama decide di chiamare Natal quella regione australe; nome conservato ancora oggi dalla provincia sudafricana di KwaZulu-Natal. Le navi ripartono dopo tredici giorni di sosta, con i marinai che affrontano un altro incontro ostile con gli indigeni che alla loro partenza demoliscono la colonna che i portoghesi avevano innalzato in memoria dello sbarco. Meno tesa è la situazione sul fiume Limpopo, nell’attuale Mozambico, dove le popolazioni seppur armate, si comportano si dimostrano amichevoli.

22 febbraio 1498. I portoghesi hanno un primo contatto con un musulmano alla foce di un fiume e dopo qualche giorno approdano vicino all’odierna città di Nacala. Qui c’è un importante porto e cantiere arabo, dove finalmente trovano i carichi di spezie, pietre preziose e altre materie. I marinai arabi spiegano ai Portoghesi che il regno del Prete Gianni si trova all’interno, a soli quattro giorni di viaggio. Il sultano all’inizio pensa che i nuovi venuti siano dei fratelli musulmani e li tratta amichevolmente, poi quando si rende conto che non è così, comincia a trattarli con disprezzo e disdegna i doni ricevuti. Vorrebbe delle pezze di panno rosso che i lusitani dicono di non avere perché hanno deciso di regalare al re di Calicut. La fama del tessuto noto come “scarlatto di Venezia” è giunta fino alle propaggini estreme del mondo musulmano. A questo punto l’atmosfera si fa tesa e Vasco da Gama decide di riprendere la via del mare, ma i venti contrari costringono le navi a tornare da dove sono venute. La situazione precipita. Scesi a terra per fare scorte d’acqua, i portoghesi vengono aggrediti. In tutta fretta, imbarcano due piloti arabi, pratici di carte e bussole e si dirigono verso Mombasa. Lì stesso copione: accolti perché creduti musulmani, l’atteggiamento delle popolazioni locali cambia quando si rendono conto di avere a che fare con cristiani. Tentano addirittura di catturare le navi con un attacco notturno. Di nuovo in mare, direzione Malindi, dove basta un giorno di navigazione. La situazione cambia completamente, l’ambiente è rilassato, nella città keniota è possibile imbarcare frutta fresca, grano e ortaggi e, dopo aver ingaggiato un altro pilota, originario di Alessandria d’Egitto, si riparte.

24 aprile 1498. Le navi tolgono le ancore dall’Africa dirigendo le prue verso l’India. Dopo 23 giorni di navigazione le vedette nelle coffe scorgono le montagne: sono arrivati a destinazione. Il 20 maggio i Portoghesi ormeggiano a Calicut, ovvero l’odierna Kozhikode, sulla costa del Malabar, nella regione indiana del Kerala. È il principale porto delle spezie dove caricano i Veneziani. L’ammiraglio ricorda un aneddoto: due mercanti tunisini si rivolgono a quel gruppo di europei in genovese. Nel porto circolano monete d’oro arabe, ducati veneziani e genovini; si può bere il vino dolce di Creta e altre specialità provenienti da tutto il mondo.

Calicut viene descritta con meraviglia: decine di elefanti addomesticati vengono cavalcati e utilizzati persino per varare le navi. Il Re è fuori città, ma rientra non appena apprende dello sbarco degli Europei e manda a chiamare Vasco da Gama in attesa sulla nave. Questi sbarca con dodici uomini e un migliaio di persone li scortano fino al palazzo reale, dove vengono accolti dal sovrano in un ambiente di lusso e splendore. Ma quel che più conta agli occhi dei portoghesi è la zona portuale: sono agli ormeggi oltre cinquecento imbarcazioni e ogni anno arrivano fino a 1500 navi arabe che trasportano le spezie al Golfo Persico, dove poi vengono sbarcate per raggiungere con i cammelli Alessandria d’Egitto. Nessuna mercanzia europea viene considerata interessante, salvo il lino: i marinai riescono a piazzare molto bene alcune camicie in cambio di spezie. Anche qui i rapporti con il re si guastano, un po’ per i doni giudicati scadenti, un po’ per via degli Arabi che non gradiscono l’arrivo dei portoghesi. Lo zamorin (sovrano) fa arrestare i marinai e si convince a lasciarli andare solo trattenendo qualche ostaggio.

29 agosto 1498. Le navi di Vasco di Gama lasciano Calicut. La traversata dell’Oceano Indiano che all’andata aveva richiesto una ventina di giorni, ora, a causa dei venti contrari, dura alcuni mesi. Lo scorbuto uccide una trentina di marinai e una volta raggiunta Malindi, il comandante fa bruciare una della navi per completare gli equipaggi delle due navi superstiti. Siamo a febbraio quando le navi riprendono il mare, il 20 marzo doppiano Capo di Buona Speranza, a luglio raggiungono le Azzorre, dove muove Paulo da Gama. Il 9 settembre 1499, dopo oltre 24 mila miglia di mare, Vasco da Gama, rientra da trionfatore a Lisbona.

Il ritorno e il nuovo viaggio.

Tornato in patria, riceve dal re Manuele I la nomina di Ammiraglio dell’Oceano Indiano, con relativa gratifica e concessione del feudo di Sines, ma ha poco tempo per riposarsi. Il 10 febbraio 1502 ricomincia con una spedizione di una ventina di navi, una flotta importante per posizionare degli avamposti portoghesi sulle terre esplorate e rafforzare la potenza marittima del Portogallo. Si fermano a Sofala, in Mozambico, obbligando il sovrano locale a versare un contributo, poi giungono a Kilwa, in Tanzania attivando una rotta commerciale. Nel frattempo a Vasco da Gama giunge la notizie dell’attacco subito dalla spedizione guidata da Pedro Alvares Cabral a Calicut. A quel punto riprende il mare e al largo della costa del Malabar attacca le imbarcazioni dei mercanti arabi, quindi sfrutta le rivalità locali e si accorda con il re di Kannur, una città a 100 chilometri da Calicut. Qui appena giunto, non ottenendo dal sovrano quanto richiesto, ordina di bombardare la città. Durante il viaggio di ritorno stipula un trattato a Cochin l’attuale Kochi e riempie le stive di spezie. Tornerà ancora una volta in India, nel 1524 per morire a Cochin a causa della malaria.

 

FELICE PRESTA

 

 

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La Redazione 4 Maggio 2023 0
Benevento

Mastella e i suoi manifesti

Il sindaco Mastella vive in un recinto di autoreferenzialità, attorniato da una corte dei miracoli che improvvisa un racconto dalla trama piena di inesattezze. La città è tappezzata da un manifesto tragicomico, con la solita foto del sindaco riciclata più volte, buona per tutte le stagioni politiche e atmosferiche.
“La città che attrae che lavora che cresce”.
“Il modello Benevento”.
Descriviamolo bene il presunto “modello”.
Con una tecnica di comunicazione dozzinale, si mescolano verità e menzogne per suggestionare.
Del resto, come scrisse Guy Debord, “Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso”.
1. La Solitek Industry sta investendo nell’area industriale di Ponte Valentino per la realizzazione di uno stabilimento per la produzione di moduli fotovoltaici e batterie di accumulo.
Solo che dovete per correttezza scrivere che la fabbrica sarà attiva a partire dal terzo trimestre del 2024 e il piano industriale sarà pienamente operativo a partire dal 2026 con una “previsione” di 320 lavoratori;
2. La città che lavora e che cresce?
Dal 2017 Benevento ha perso poco più 3700 abitanti. Forse è opportuno scrivere la città che si svuota. A questo dato bisogna aggiungere le persone che vivono lontano dalla città ma ancora conservano la residenza (circa il 12-15%);
3. La città che “lavora”, ha un tasso di disoccupazione reale del 14%. Il lieve miglioramento dei parametri economici è causato dal progressivo spopolamento che allenta la pressione sul territorio dove restano i pochi lavoratori stabili, una massa di precari con redditi indecenti e i pensionati.
4. La battuta sul Lussemburgo è simpatica. Forse il Sindaco si è ricordato di averlo avvistato in volo in una delle sue rare escursioni a Bruxelles quando frequentava le istituzioni europee.
Solo che il Prodotto Interno Lordo del Granducato (634mila abitanti) è di 85 miliardi di euro mentre la nostra provincia è la più povera della Campania.
Felice Presta

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La Redazione 15 Aprile 2023 0
BeneventoCultura

Gigi e Ross direttori artistici del Benevento Social Film Festival ArTelesia

Gigi e Ross direttori artistici del Benevento Social Film Festival ArTelesia

La quindicesima edizione del Social Film Festival è stata affidata dall’Associazione Libero Teatro a Gigi e Ross, i due attori comici partenopei noti al grande pubblico per la partecipazione e la brillante conduzione di diverse trasmissioni televisive. La scelta, auspicata da alcuni anni, dall’ideatore del Festival, Francesco Tomasiello, non è solo riferibile alla professionalità, al talento artistico, al dinamismo dei due attori mattatori, formatisi presso l’Accademia di arte drammatica Bellini di Napoli, bensì alla carica umana e alla sensibilità per le tematiche sociali che rappresentano il cuore pulsante del Festival. L’incontro con Gigi e Ross è stato fin da subito ricco di input, progetti, proposte, il tutto in un clima di simpatia e cordialità che contraddistingue il loro modo di essere, autentico e sincero, davanti e dietro la camera. Grazie a loro il Festival si prepara a vivere una stagione di rinnovamento, con tante sorprese e novità per gli amanti del cinema e dell’arte. Quello che Francesco auspicava si è realizzato: un incontro di persone e di storie, prima ancora che di artisti, e la loro esperienza sul campo rappresenterà il quid per il futuro del festival, conservandone e preservandone la sua storia. I due direttori artistici saranno coadiuvati, nel lavoro che durerà, a partire a oggi, diversi mesi, dal comitato direttivo che rappresenta la task force del Festival nelle persone di Mariella De Libero, Antonio Di Fede, Sergio Colantuono, Marvin Tomasiello, nel ruolo di Festival coach, Rosa Barone, Mariasimona Marrone, Stefano Addabbo, Veronica Spiotta, Lupo Tomasiello e Franco Francesca, in qualità di Direttore creativo del Festival. Con tutte queste persone Gigi e Ross hanno creato immediatamente un rapporto sinergico fondato sulla fiducia reciproca e sulla condivisione degli obiettivi artistici e sociali da conseguire nell’alveo delle parole chiave: Equità diversità inclusione disabilità e sostenibilità.

 

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La Redazione 11 Aprile 2023 0
Cultura

Una breve storia del potere

Nel 2018 il giornalista e storico britannico Simon Heffer, ha scritto un saggio intitolato “Una breve storia del potere”, dove descrive e ricostruisce le dinamiche evolutive del potere politico agganciandole a quattro variabili fondamentali, utilizzate come bussola per orientarsi: territorio, ricchezza, religioni e ideologia. Oltre alla descrizione ricca di dati storici, dall’epoca classica al XXI secolo, Heffer propone una determinata idea del potere che tiene insieme due elementi: il realismo che descrive l’inevitabile conflitto interno ed esterno alle società e il liberalismo, come metodo di limitazione dello stesso potere politico e filosofia della libertà poggiata sull’individuo.

Heffer rifiuta tutte quelle interpretazioni “universaliste” che considerano la storia come un ineluttabile progresso volto a delineare quello che con un’immagine carica d’ironia, il sociologo americano Christopher Lasch chiamava “il paradiso in terra”.

D’altronde la convinzione di potere esportare dei modelli occidentali al resto del mondo, senza considerare i caratteri peculiari degli altri popoli, si è rivelata piena di difetti alla prova dei fatti. La storia non è destinata ad esaurirsi con la vittoria totale delle democrazie. Per quanto riguarda il liberalismo, l’espressione va intesa in senso più ampio e non con riferimento a una specifica dottrina moderna. Heffer assume una posizione di sintesi tra il liberalismo classico del Novecento e le critiche rivolte a questo da due autori come Max Weber e Carl Schmitt.

Il liberalismo classico, infatti, intende limitare ed irreggimentare nel più ampio modo possibile il conflitto per il potere politico imbrigliandolo nella dimensione giuridica, cioè in regole fondamentali e inderogabili da chi detiene il potere e nella contrattazione tra le parti, basata su dialogo e scambio. Su questo punto la storia dimostra il contrario: il conflitto per il potere non può essere espunto dalla dinamica politica, la conflittualità delle idee non si può addomesticare con le formule giuridiche buone per tutti ma solo per un tempo breve e limitato. Heffer appartiene a quella schiera di studiosi che mettono sempre in conto la possibilità dell’avvento di movimenti politici che rompono certi equilibri, nel bene e nel male, così come non è detto che un sistema in apparenza liberale non possa degenerare nel suo contrario.

La politica può produrre, con una certa regolarità, effetti che destabilizzano l’ordine politico. Citando ampiamente il saggio famoso di Edward Gibbon “Declino e Caduta dell’Impero Romano”, dimostra come un sistema di potere possa indebolirsi, decadere e collassare. Questo perché le regole costituzionali, garanzia di libertà personali, e l’organizzazione statuale che a partire dal diciannovesimo secolo ebbero un grande sviluppo, hanno dato prova di non riuscire mai ad imbrigliare completamente la politica, a neutralizzarne alcuni effetti disordinati, così come non sono sempre garanzia di protezione da poteri esterni, tecnocratici, in grado di condizionare l’ordine politico.

I sistemi costituzionali e gli equilibri dello scacchiere geopolitico, sono sempre esposti alla tempesta delle trasformazioni imposte dal politico, dall’insondabile conflittualità in tutte le sue forme più o meno razionali. Heffer nella sua analisi del potere non si conforma totalmente a Schmitt che riconduce tutto allo Stato, ma considera la presenza del politico come qualcosa che trascende questa realtà, qualcosa di necessario che sta dentro e fuori dall’entità statuale, si dipana in molteplici livelli senza risolversi una volta per tutte.

Questo affresco sulla realtà dei fatti intorno al conflitto politico, ci offre molti spunti. Max Weber ormai un secolo fa, ricordava come lo Stato rappresentasse un grande processo di razionalizzazione del potere politico in Occidente che è avvenuto prevalentemente attraverso due vettori: il monopolio legittimo della violenza e il dispiego dei suoi effetti sopra un territorio limitato. Questo percorso si è raffinato con la creazione di una burocrazia centralizzata, un esercito e altri elementi di comando che sopravvivono alle stagioni politiche. Lo Stato come edificio giuridico, va oltre la vita dei suoi vertici politici. Con una analisi ancora più elegante, il grande storico Ernst Kantorowicz riferendosi ai “due corpi del Re” li descriveva come uno fisico, carismatico e l’altro giuridico, impersonale e pubblico.

Nella concezione realista espressa dal libro c’è anche un richiamo implicito al problema della degenerazione delle democrazie in Stati totalitari, secondo la visione espressa da Bertrand de Jouvenel in Del Potere. Storia naturale della sua crescita. L’intellettuale francese mostrava con chiarezza il percorso di accrescimento del potere dalle sue origini nell’età moderna fino agli Stati totalitari del XX secolo e argomentava efficacemente sul fatto fondamentale per cui la democrazia, quando la penetrazione sociale dello Stato è profonda, non è in grado di fornire alcuna garanzia di tutela delle libertà individuali. Ciò, in particolare, quando tendevano a prevalere quelle correnti di pensiero, legate alla tradizione del diritto positivo, secondo cui tutto il diritto discendeva dall’autorità politica e per cui questa si trovava ad essere allo stesso tempo formalmente vincolata al diritto che solo essa stessa poteva creare. Un sofisma che si presta a forme di dispotismo nella società.

Spostandoci nel campo delle relazioni internazionali, Heffer considera tribunali, regole ed enti sovranazionali come la rappresentazione dell’ordine politico globale, creato dai vincitori in una determinata fase storica. Istituzioni fragili che esprimono dei semplici rapporti di forza tra Stati. Interessanti sono anche le considerazioni relative al rapporto tra politica e religione. Per l’Occidente il percorso di razionalizzazione del potere, ha significato anche secolarizzare le istituzioni pubbliche e passare dal patto-giuramento sacralizzato con Dio al patto tra cittadini come elemento fondamentale alla base del potere spersonalizzato dello Stato.

Da ultimo emerge sullo sfondo del saggio di Heffer la profonda relazione tra ordine politico e sviluppo capitalistico. La ricchezza della produzione e del commercio, originata dal pluralismo istituzionale occidentale, si fonde con i destini degli Stati e la propria influenza geopolitica. L’apertura dei mercati oltre i confini nazionali, caratteristica attribuibile in primo luogo agli imperi della storia moderna e dal ventesimo secolo agli Stati Uniti d’America, diviene un potentissimo meccanismo per l’espansione del potere. Lo stesso capitalismo trasforma e viene allo stesso tempo trasformato dal potere politico nelle varie fasi della storia. Lo Stato si era abbondantemente servito del capitalismo per espandere la propria sfera d’influenza politica provvedendo a tutto ciò che ai grandi capitalisti pesava sostenere come le infrastrutture e l’assistenza sociale. Tuttavia, come anche Heffer mostra, una eccessiva interrelazione tra capitalismo e statalismo può scadere in pericolosissime degenerazioni: monopoli, cartelli, oppressione fiscale e burocratica, depressione economica e, in definitiva, collasso del sistema economico e politico. Uno strumento, lo Stato, può facilmente divenire padrone dei popoli, nemico della libera iniziativa economica, tiranno dei mezzi di produzione, pianificatore di un capitalismo concentrato e clientelare, bisognoso di conflitti esterni per giustificare la propria espansione e il mantenimento del potere da parte dei governanti.

Come annotava profeticamente Hannah Arendt nel 1969: “Oggi dovremmo aggiungere la più recente e forse più formidabile forma di dominio: la burocrazia o il dominio di un intricato sistema di uffici in cui nessuno, né uno né i migliori, né i pochi né i molti, può essere ritenuto responsabile, e che potrebbe […] essere definito come il dominio da parte di Nessuno”.

Attualmente assistiamo a una trasformazione dello Stato e del potere pubblico. Esso nel corso dei decenni ha gradualmente ridotto il suo intervento nelle dinamiche economiche ma ha aumentato regolamenti e adempimenti burocratici. In molti casi un allargamento smisurato che ha moltiplicato il potere delle burocrazie depoliticizzate. In conclusione resta sullo sfondo un’altra domanda: Chi governa il mondo? La frammentazione dei regolatori globali, la loro composizione mista fra pubblico e privato e l’interventismo attraverso norme che discendono dal contesto internazionale o sovranazionale, sono tutte caratteristiche emerse con maggiore forza negli ultimi decenni.

Pierre Rosanvallon, utilizza il termine “Contre-Démocratie” (contro-democrazia) per descrivere quegli organi depoliticizzati, come le authorities e le agenzie amministrative espressione di un nuovo interventismo statale e un diverso bilanciamento dei poteri volto a contrastare la rappresentatività democratica in favore di poteri spuri e sovrastatali. Il potere non è evaporato, ma si è disaggregato. Si è fatto infrastrutturale, sottile e penetrante, volto ad estendersi in orizzontale più che in verticale, ad usare il diritto più della violenza come strumento di coercizione.

Questa metamorfosi non rende il potere meno pericoloso per le libertà individuali né tantomeno riesce a neutralizzare il Politico, come l’estremizzazione delle forze politiche delle democrazie occidentali dimostrano. Questa inquietudine si riverbera anche sul fronte geopolitico, come nota acutamente Simon Heffer, dove le democrazie liberali sono in affanno e le potenze a capitalismo autoritario, hanno scoperto una nuova realtà del potere che coniuga l’adesione ai principi della concorrenza globale a quello dell’autoritarismo dispotico. Un altro mito, quello del rapporto speculare tra libertà economica e politica, è già sfumato. Un concetto afferrato, seppur in termini diversi, anche dallo stesso Simon Heffer che scrive: “La rivalità esiste ancora, anche se lo sviluppo delle civiltà prescrive che alcuni dei rivali naturali debbano trovare metodi più discreti per entrare a far parte del gioco. Il trionfo della democrazia liberale resta una vittoria incompiuta”.

 

FELICE PRESTA

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La Redazione 29 Marzo 2023 0
Cultura

Coreografare i conflitti

Osservando i moti interiori, aprendo gli occhi all’esterno, è semplice fare esperienza del conflitto. Scontro, urto, opposizione, guerra se attingiamo dai sinonimi, comunicazioni interdette. Forme di resistenza inconsapevole, talvolta, e di attaccamento alle strategie e schemi comportamentali sedimentati nelle memorie. Coniando possibili immagini: posture esistenziali che delineano le nostre passeggiate nel mondo e ci differenziano dagli altri. Le nostre storie potrebbero essere lette come danze dei conflitti.

Ve n’è una in particolare che vorrei raccontare per consentirci di guardare diversamente al conflitto, e di pensare a esso fisicamente. È quella della ricerca condotta dalla danzatrice e scrittrice Dana Caspersen moglie e brillante interprete di Forsythe, alla cui firma si devono una serie di pratiche coreografiche pubbliche che indagano dinamiche relazionali complesse, i cosiddetti conflitti distruttivi perpetrati in una dimensione sistemica. Il passaggio tra la danza, la coreografia alla risoluzione dei conflitti nell’immaginario della danzatrice è davvero breve per la Caspersen, rappresentando un percorso di ricerca e di scelta nel caos degli eventi possibili. Quali forme di negoziazione nel presente che evitino la ripetizione fine a sé stessa.

Dana Caspersen

Ciascuna decisione risente di fondamentali categorie comportamentali: la spaziale, temporale, ritmica, formale, relazionale e la percezione interiore. Esse appartengono ai processi di risoluzione dei conflitti così come alla coreografia. Da qui il suo interesse ad applicare le strategie coreografiche all’indagine del conflitto, affinché gli abituali schemi comportamentali vengano portati alla luce a consentirci una possibilità differente.

Per meglio comprendere i suoi esperimenti, parleremo di alcuni progetti da lei ideati per portare nuova consapevolezza su complessi temi sociali come la violenza, il razzismo, il sessismo.

Il primo è un dialogo coreografico pubblico sull’immigrazione che accade a Berlino dal titolo Knotunknot. La coreografa invita persone con trascorsi d’immigrazione a collocarsi nello spazio rispondendo alle domande: Chi è tedesco? Chi ha discendenza tedesca? Chi non si identifica con sicurezza? Lo spazio, a sua volta è stato suddiviso in triangoli a rappresentare le possibili risposte. A Ciascuna risposta la propria porzione spaziale. Un’interrogazione sul concetto d’immigrazione che trova nella coreografia il metodo e invita il corpo a creare una corrispondenza tra il sistema di valori in cui si crede e lo spazio che si abita.

Interessante notare come cambiando la domanda, anche la posizione spaziale si modifica, allentando così le barriere fisiche e d’identità, il concetto di appartenenza. Al termine della coreografia, quasi chiuso un primo atto, se ne apre un secondo supportato dalla dimensione verbale. L’ambiente viene sagomato attraverso la presenza di venticinque tavoli e le persone presenti suddivise in modo tale che non si conoscano tra loro. Nuove domande inerenti l’esperimento appena provato verranno poste e la prima persona avrà un tempo limitato per rispondere e cambiare tavolo. La ristrettezza del minutaggio permette di introdurre oltre alla categoria spaziale, quella temporale che opera in modo da far vacillare le strategie di risposta per entrare in medias res.

La Caspersen continuerà sviluppando il proprio modello di dialoghi coreografici pubblici trapiantandolo in ambiti diversi, occupandosi della creazione di gruppi di comunicatori che prendano fisicamente e visivamente consapevolezza delle proprie modalità di comunicazione. La variante visuale si lega all’esperimento proposto presso l’Accademia di arti visive di Francoforte, dove sui tavoli di discussione vengono posti dei fogli sui quali è richiesto di lasciare una traccia durante il proprio turno di parola. I fogli poi stampati, messi al suolo, ricodificano il linguaggio verbale in gesto fisico accessibile ai partecipanti.

L’ultimo progetto di questa storia Violence:Recode propone una riflessione sullo spazio che le violenze strutturali occupano nel corpo e l’impatto della nostra posizione in esse. Come posturalmente ci si colloca nella società? La ricerca espone l’osservatore partecipante a una serie di posture, per esempio un uomo seduto, cui seguono due affermazioni: un uomo che aspetta sua moglie – un uomo che aspetta suo marito. I presenti spesso risentono di un cambiamento nel corpo quale effetto della sedimentata discriminazione di cui spesso siamo solo razionalmente e verbalmente coscienti.

I dialoghi coreografici della Caspersen sottendono l’idea di una responsabilità indivuale, spesso incoscia e incorporata, nel perpetrare gli schemi distruttivi sociali, posturalmente agiamo ripetendo dinamiche conflittuali non creative. La speranza è quella di aprire gli occhi da danzatori attenti ai nostri schemi motori nel navigare nella coreografia sociale e approcciare il conflitto come luogo di tensione dinamica, in cui le possibilità possano essere agite. Così facendo la comunicazione accoglierebbe il principio di opposizione come forza creativa e metterebbe in gioco la curiosità, capace di trasformare la nostra percezione soprattutto in situazioni di contrasto, perché è essa a determinare la differenza nell’ascolto, a trasformare il suono dell’attacco in informazione da conoscere.

Il prologo di questa storia è ancora da scrivere e danza nella domanda: quali coreografie a comporre la pace in corpi che agiscono sul palco della violenza?

Parafrasando la danzatrice: bisognerebbe illuminare con tutto il corpo la ricchezza della nostra differenza.

 

STEFANIA CHIUSOLO

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La Redazione 22 Marzo 2023 0
BeneventoBlogCronacheCulturaDocumentiInchieste

Una nuova realtà imprenditoriale: la OFFTEC

“Nessuno è profeta in patria”, figuriamoci se poi si tratta della nostra terra, il Sannio. Ma qualche eccezione, la storia ci insegna, c’è stata.

E qui entra in gioco una delle realtà, ormai consolidate, che nello spazio di pochi anni si è affermata prima in ambito nazionale e poi in quello internazionale. Parliamo, ovviamente, della OFFTEC e del suo presidente, l’architetto Flavian Basile, che nello spazio di 7 anni (è stata creata nel 2016) è diventata un laboratorio di progettazione impegnato sia nel campo dell’architettura che dell’ingegneria.

Benevento, Catania e Milano sono le sue tre sedi.

Per far vedere come si sta evolvendo la struttura OFFTEC è stata organizzata una mostra fotografica presso il museo Arcos di Benevento, intitolata “Quando spazio e luce iniziano a prendere forma” dove sono esposti parte dei progetti messi in piedi in questi anni dalla società. Un riconoscimento certamente all’azienda, ma anche al nostro territorio, il Sannio, che si crede, generalmente,  privo di qualsivoglia forma di sviluppo economico a certi livelli.

La mostra, come ha spiegato l’architetto Basile, è solo un punto di partenza e non di arrivo ed è servito, a margine della stessa, a spiegare due dei progetti che saranno portati avanti in questa città: la ristrutturazione del Grand Hotel Italiano al rione Ferrovia e la costruzione del campo da golf (e cosi adesso sappiamo anche chi ha avuto l’idea di rivitalizzare terreni abbandonati abbinandola ad un’idea imprenditoriale e turistica che potrebbe realmente portare benefici qui in città). Come giornale abbiamo sempre appoggiato iniziative imprenditoriali come queste -in special modo quando imprenditori vogliono investire, senza speculare sulla città (citare casi passati sarebbe qui inopportuno, ma sapete bene quali e quante battaglie su costruzioni abbandonate questo giornale sta portando avanti)-. E allora non ci resta che aspettare e vedere cosa succederà nel prossimo futuro, augurando alla Offtec e al suo presidente, Flavian Basile, di continuare sulla strada intrapresa finora.

 

Felice Presta

La mostra si protrarrà fino al 20 marzo.

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La Redazione 13 Marzo 2023 0
BeneventoCronacheCultura

La consapevolezza (nei ragazzi) di doversene andare

Nell’ambito dei “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” (PCTO) in ambito scolastico, anche per questo anno il giornale e l’associazione SANNIO REPORT sono stati chiamati per parlare con gli alunni di giornalismo, di cultura e di educazione civica. In pratica i tre ambiti in cui ci muoviamo dall’ormai lontano 2015.

Abbiamo iniziato chiedendo ai ragazzi di scrivere (anche in forma anonima) quali fossero, ad esempio, i loro sogni.

I ragazzi, giovanissimi, hanno risposto come ci aspettavamo, ma una lettera in particolare ci ha colpito di più.

“Il mio sogno è quello di lasciare il mio paese dopo aver finito la scuola e l’università, perché qui non c’è opportunità di lavoro”.

Poche righe per testimoniare la consapevolezza nei ragazzi nel sapere, fin da ora, che dovranno per forza di cose lasciare il territorio natio. I dati statistici della perdita di popolazione a Benevento e nel Sannio, d’altra parte, sono lo specchio di un’emorragia  che non accenna a diminuire, bensì ad aumentare anno dopo anno.

Fa specie che ragazzi di 16 anni scrivano questo per i loro sogni, invece di scrivere magari cose più adatte alla loro età. Ma ciò significa che comunque i nostri giovani hanno ben chiara e presente (anche se a noi grandi non sembra) la realtà che li circonda. Una realtà che li fa riflettere e preoccuparsi di ciò che riserverà loro il futuro.

Stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno di “emigrazione” verso altri territori. Principalmente verso il nord d’Italia , ma anche verso paesi esteri: luoghi capaci di dare sbocchi lavorativi a dei giovani il cui territorio d’origine è destinato alla desertificazione e all’impoverimento.

Cose già viste, cose già dette? Sicuramente, ma non c’è nessuno che ha voglia di cambiare questo stato di cose?

L’Italia è un paese che sta invecchiando rapidamente e solo l’immigrazione ci salva dal disastro di dati ancora più fallimentari.

Ma nessuno pensa a come arginare questo fenomeno? Evidentemente no. E allora in questa ottica colpisce ancora di più la maturità di questo ragazzo/a di 16 anni nel sapere già quale sarà il proprio futuro: andarsene dalla terra natia in cerca di fortuna….

Felice Presta

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La Redazione 13 Febbraio 2023 0
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