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Author: La Redazione
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FRANCO FRANCESCA E LA SFILATA-MANIFESTO: METÀ AFRICA, METÀ EUROPA NEL SEGNO DI RINO GAETANO

Moda, migrazione, multiculturalità e impegno civile al Teatro Romano di Benevento. Franco Francesca EcoLuxury® anticipa il concerto della Rino Gaetano Band trasformando la passerella in un manifesto artistico e politico.

Non una semplice collezione, ma una vera sfilata-manifesto. È questa la chiave della fashion performance firmata Franco Francesca EcoLuxury® che ha anticipato, al Teatro Romano di Benevento, il concerto della Rino Gaetano Band.

Ad accompagnare l’azione scenica, Metà Africa metà Europa, brano meno conosciuto ma ancora oggi di sorprendente attualità. Da qui nasce una collezione fondata sulla contaminazione: tessuti di provenienza africana dialogano con materiali e lavorazioni italiane, mescolando suggestioni europee e africane e recuperando alcuni elementi iconici dello stile anticonformista di Rino Gaetano: bombette, cilindri, papillon, bretelle, righe e accostamenti volutamente imprevedibili.

Per Franco Francesca, però, la moda è ancora una volta solo il punto di partenza. Un artista deve avere il coraggio di prendere posizione, anche quando questo significa essere impopolare o scegliere una strada meno facile.

La performance ha affrontato temi come integrazione, multiculturalità, migrazione, lotta alla corruzione e alla speculazione, riportando nel presente questioni che Rino Gaetano denunciava quasi cinquant’anni fa e che conservano ancora oggi una forza straordinaria.

Anche la tradizionale idea di passerella è stata sovvertita. Modelle e modelli non sono comparsi da un backstage, ma sono emersi direttamente dal pubblico, scendendo le scale e apparendo da diversi punti del Teatro Romano, quasi fossero parte della comunità prima ancora che dello spettacolo. Sul palco, anche un piccolo Rino Gaetano ha completato simbolicamente una messa in scena pensata per sorprendere e, talvolta, spiazzare.

Ed era proprio questo l’obiettivo: non cercare necessariamente il consenso, ma provocare una reazione. Perché lo stupore autentico non coincide sempre con il piacere: significa fermarsi, interrogarsi, pensare.

«Un creativo non copia: osserva, reinterpreta e rilancia» è il principio che attraversa da sempre il percorso di Franco Francesca. Anche questa performance nasce quindi dal territorio, ma guarda decisamente oltre i suoi confini.

Grazie alla collaborazione con Francesco Tuzio e l’Accademia delle Opere, l’evento ha coinvolto persone provenienti da diverse parti d’Italia e dall’estero, confermando la volontà di costruire intorno a Benevento una rete sempre più internazionale di arte, moda e cultura.

Importante anche la collaborazione sul territorio, con Gabriele del gruppo Gaeta – Jean Louis David Benevento per l’hairstyling e Adele per il make-up.

Particolarmente significativa la connessione con Stoccarda e la Germania, terra legata alla storia personale di Franco Francesca, nato in Germania da una famiglia italiana emigrata. Dall’area di Stoccarda è arrivato a Benevento anche il fotografo di origine armena Konstantin Arutyunyan che ha documentato non soltanto la performance, ma anche il Triggio, l’Eco Palazzo Atelier, la città e le collezioni.

Il lavoro fotografico rappresenta l’inizio di un progetto più ampio, destinato a proseguire nei prossimi mesi e a trasformarsi in una futura mostra: un racconto per immagini del viaggio a Benevento, dell’incontro tra culture e del percorso creativo di Franco Francesca, con l’obiettivo simbolico di riportare attraverso l’arte il designer nei luoghi della sua nascita.

La multiculturalità non è rimasta soltanto un concetto estetico. Alla performance hanno partecipato anche due giovani originari della Guinea che oggi vivono e lavorano a Benevento, portando sul palco storie reali di migrazione, lavoro e integrazione.

Ed è forse proprio qui che si comprende pienamente il senso del progetto: Metà Africa, metà Europa non come semplice citazione musicale, ma come incontro contemporaneo di identità, persone, materiali e storie.

Una moda che non vuole limitarsi a vestire il corpo, ma che prova ancora una volta a raccontare il presente.

E soprattutto a creare quello che Franco Francesca definisce da sempre il vero “stupore”.

 

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La Redazione 9 Settembre 2026 0
BeneventoBlogCulturaSannio

Benevento, il vero stupore oltre il concerto: Lisa Agnelli scopre il Triggio

Non è stato solo il successo del concerto a lasciare il segno nel pubblico del Teatro Romano. Durante la serata, Lisa Agnelli ha regalato uno dei momenti più emozionanti quando ha deciso di scendere dal palco e suonare tra gli spettatori, trasformando l’esibizione in un’esperienza di grande vicinanza e partecipazione. Un gesto spontaneo che ha reso ancora più speciale una serata accolta con entusiasmo da un teatro gremito.

Terminato il concerto, l’artista ha scelto di prolungare la sua permanenza a Benevento, trascorrendo alcuni giorni nel quartiere medievale del Triggio per conoscere più da vicino la città, la sua storia e il suo patrimonio culturale. Un soggiorno che ha favorito incontri e nuove relazioni, aprendo la strada a future collaborazioni e alla possibilità di un ritorno nel 2027.

Ad accompagnarla in questo percorso è stato Franco Francesca, eco-designer e promotore culturale, da anni impegnato nella valorizzazione del Triggio attraverso moda, arte e iniziative dedicate al territorio. La sua visione è quella di trasformare ogni ospite in un ambasciatore della città, invitandolo a viverne l’identità oltre il semplice momento dello spettacolo.

Nel corso della visita, Lisa Agnelli ha fatto tappa anche all’Atelier Franco Francesca, dove sono stati definiti alcuni degli outfit che indosserà nei prossimi appuntamenti del tour, in programma l’8 agosto al Teatro Antico di Taormina e il 7 dicembre al Cinema Teatro Acacia di Napoli.

A completare il lavoro sull’immagine dell’artista è stato Gabriele del Gruppo Gaeta – Salone Jean Louis David Benevento, che ha curato acconciatura e styling, contribuendo a un progetto nato dalla collaborazione tra diverse professionalità del territorio.

L’attenzione è ora rivolta al prossimo grande appuntamento: il 4 settembre il Teatro Romano ospiterà la band ufficiale dedicata a Rino Gaetano. In collaborazione con Accademia delle Opere, Franco Francesca è già al lavoro per un evento che unirà musica, moda e cultura, con l’obiettivo di continuare a promuovere Benevento e il Triggio come luoghi di creatività, accoglienza e dialogo internazionale.

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La Redazione 3 Agosto 2026 0
Senza categoria

Voglio tornare bambino (ma anche no) 1 puntata

 

Chi è nato negli anni 60-70 molto probabilmente si rivedrà negli episodi dell’infanzia che hanno poi segnato il mio percorso di vita, fino a farmi diventare ciò che sono oggi.Molti rimpiangono la giovinezza, associandola con la spensieratezza di essere giovani e senza pensieri. Potrei anche essere d’accordo se poi questo, come nel mio caso, non fosse stato vero.Ma partiamo dall’inizio primo figlio (capitato per caso se cosi si vuol dire) di una coppia che, anche per la giovane età, è stata incapace per manifesta inettitudine di fare i genitori.

Ed ecco il primo problema e quello più grande: crescere in fretta, crescere subito, responsabilizzarsi senza sapere neanche il significato.

A cinque anni le chiavi di casa, a sei autobus da prendere dopo essere andato a scuola e dopo aver mangiato dalla nonna. Mettere la pentola, stare da solo a casa in attesa del ritorno da lavoro dei genitori.

Bellissimo direbbe qualcuno…ma iniziare a lasciare tanta libertà ad un soggetto come il sottoscritto -esempio: mio nonno nel box dove mi mettevano quando ero piccolo, diciamo ad un anno o due, mise i mattoni sotto perché saltavo in continuazione e continuavo a sfondarlo- ha significato un percorso di autodisciplina fancazzistica che ha portato problemi sempre e ovunque. Naturalmente anche adesso a 57 anni.

Ma veniamo alla libertà.

Tanta anche se essendo piccolo non ne ho approfittato. Ma del mio essere piccolo e inerme se ne è a profittata mia madre, che Dio l’abbia in gloria, facendomi, o meglio creandomi tanti complessi che subisco ancora oggi.

Vediamo un po’ di far capire: iniziamo dal pigiama. Di cotone (?) inamidato che praticamente si reggeva da solo sul letto quando mamma lo preparava. Durissimo, mi dava un fastidio della madonna ogni volta che mi muovevo nel letto, specialmente sotto il collo. Infatti puntualmente la mattina il collo era sempre rosso (ho la pelle delicata).

Ma il pigiama serale non era l’unico problema, a quello si univa la famigerata, rinomata, temuta, odiata, disprezzata: la maglietta della salute.

Lana fuori e cotone sulla pelle, diceva la pubblicità e mia madre. Invece era lana fuori e carta vetrata dentro. Era un’arma non convenzionale che deve aver fatto la fortuna di molti dermatologi nei successivi anni. Almeno fino a che qualcuno non ha deciso di inventare le magliette di cotone o per lo meno renderle più abbordabili (forse anche economicamente).

Per anni appena era possibile me la levavo guardandomi allo specchio e spaventandomi del rossore sul petto, schiena e spalle.

A 12 anni niente più pigiami e niente più maglietta della salute. Forse anche prima, ma vincere con mia madre non era una cosa facile.

Ah e visto che ci troviamo più o meno dalla stessa età niente più pantaloni di velluto o similari, ma sempre e solo jeans (estate, autunno, primavera o inverno non importava e non importa tutt’ora).

Molti comici hanno parlato della loro infanzia esecrando gli strumenti di correzione che le mamme usavano in quegli anni.

Il più completo, per quel che mi riguarda, è stato Enrico Brignano. Ciabatte, battipanni in vimini, cucchiarelle, mazze di scopa – per non farsi male le mani- tutto era buono per infliggere la doverosa punizione al bambino che non rispettava le regole.

Lungi da me dire che non me le meritassi, ma magari ogni tanto parlare per cercare di farmi capire no?

Comunque altro che telefono azzurro. Brignano ha fatto un po’ il conto di ciò che avrebbe comportato penalmente tutto quello che mi (ci) è stato inflitto da piccoli. Più o meno 15 anni di galera senza condizionale tra percosse (art.581 cod. pen), lesioni personali ( art.582 583 cod. pen), violenza privata (art.610 cod. pen.), rissa -se interveniva anche il padre- ( art.588 cod. pen), in più c’è l’aggravante se si usano i sopraddetti strumenti coercitivi. Fino ad arrivare al sequestro di persona quando ti chiudeva a chiave in camera.

Insomma diciamo che i reati che potevano essere iscritti a tali comportamenti erano tanti e tali che al giorno d’oggi a molti dei genitori dell’epoca gli sarebbe stata tolta la patria potestà.

Ma capisco che all’epoca si faceva cosi ed era una cosa abbastanza generalizzata. Poi ci metto il fatto che i miei genitori non hanno mai saputo fare i genitori e il fatto di non essere di carattere, diciamo cosi, malleabile.

Una canzone degli Steppenwolf s’intitola BORN TO BE WILD (Nato per essere selvaggio), e un’altra canzone dei LITFIBA dice in una strofa “Giro di notte con le anime perse, si della famiglia io sono il ribelle”. Unitele ed otterrete…me.

Fine prima parte

Felice Presta

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La Redazione 19 Luglio 2026 0
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Benevento: una città sempre più europea

Giuro che c’ho provato a non rispondere al manifesto europeista di questa amministrazione.

Si l’ho pubblicato su facebook prendendo un po’ in giro ma avevo evitato di scrivere un articolo a tal proposito. Tanto ormai sono un abitante di San Nicola Manfredi e di quello che fa il viandante e la sua ciurma di lecchini, arraffa arraffa e succhiaruote poco me ne importa. La maggioranza ha voluto la sua riconferma, adesso se lo tenesse stretto!

Ma torniamo a Benevento una città sempre più europea.

Ho mandato un’email alla presidentessa della commissione europea al riguardo, Ursula von der Leyen, ma non ho mai avuto risposta.

Allora ho provveduto ad un’analisi seguendo le statistiche del Sole 24ore, dell’Istat ecc.

Ed è venuto fuori che nonostante ciò che dicono tutti gli istituti di ricerca siamo collegatissimi, come trasporti e servizi, a tutti i paesi europei.

Però per arrivare a Napoli ci mettiamo 2 ore.

Abbiamo un patrimonio artistico e museale da far invidia a molte città italiane ed europee, ma che non lo conosce nessuno, cosi come non la conosce nessuno Benevento (parlo dei turisti e del turismo naturalmente).

Ma forse in Europa siamo conosciutissimi: il viandate è stato eletto nel 1999 e nel 2004 al parlamento europeo. Avrà sparso la voce all’epoca.

Attività commerciali chiudono in maniera superiore alle aperture con una durata media che scende in maniera significativa anno dopo anno.

Per capirci chiude un’attività trentennale ne aprono tre che chiudono dopo 5 anni…il bilancio è in perdita. Per tutti gli economisti, stagisti, universitari, notabili ecc. E’ UN ESEMPIO!

La città si sta spopolando diventando sempre più una città di “vecchi” e di pensionati (e di maranza, perché in questa città non ci facciamo mancare nulla).

Scende la spesa pro capite ed è facile immaginare il perché. Una persona in attività spende sicuramente di più di una persona in pensione.

L’università e il conservatorio, due istituzioni che sono cresciute e attraggono ragazzi da altre città e regioni ma sono due mosche bianche che certamente non possono da sole salvare una città…una provincia.

Ma siamo europeisti magari suonando Mozart al conservatorio ci annetteranno all’Austria.

Se poi il viandante intende che stiamo diventando una città europea per i CAPOlavori pubblici beh c’è molto da dire a questo proposito.

Questa amministrazione lascerà in giro per la città tanti di quei cantieri aperti che altro che il mamozzio a piazza Duomo.

A proposito il 30 giugno scade l’ultimo termine utile per i fondi PNRR. Il mese prossimo inizieremo a fare i conti su quello che ci costerà come comune finire i CAPOLavori pubblici iniziati con tanta enfasi. Ve lo preannuncio, il conto sarà molto salato.

Proporrei di fare un fiera europea di tali capolavori cosi da far vedere in Europa come non si devono fare certi lavori pubblici.

Può darsi che venga Ursula a inaugurarla anche se io proporrei magari qualcun altro che porti con se qualche drone depotenziato per far saltare magari il mammozio in aria.

Ultima cosa: non fa niente che ogni volta che mi vedi mi guardi schifato…la cosa è moooltoooo reciproca. Ubi maior, minor cessat

Felice Presta

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La Redazione 26 Giugno 2026 0
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Benevento conquista ancora i giovani americani: 36 studenti del Nebraska alla scoperta della Via Appia e della memoria familiare

Dopo aver accolto negli anni studenti provenienti dalla California, dall’Australia, dal Canada e dal Sud America, Franco Francesca continua a credere nella forza delle esperienze autentiche come strumento di promozione del territorio, della cultura italiana e della propria visione creativa.

Nelle scorse settimane sono stati 36 studenti del Nebraska a fare tappa a Benevento nell’ambito di un percorso internazionale ispirato all’antica Via Appia. Un viaggio che da Roma conduce verso Benevento, Pompei, Sorrento e Brindisi, ripercorrendo simbolicamente la strada che per secoli ha collegato Roma al Mediterraneo orientale e alla Grecia.

In una calda giornata tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, questi giovani tra i 17 e i 18 anni hanno visitato il Teatro Romano, passeggiato tra le strade del centro storico e scoperto l’atelier di Franco Francesca, che ancora una volta si è trasformato in un luogo di incontro, accoglienza e racconto del territorio. In una città quasi sospesa nella quiete delle ore più calde, l’atelier ha rappresentato un punto di riferimento dove conoscere non solo le creazioni dell’artista, ma anche la storia, le tradizioni e l’identità del Sannio.

Molti di questi studenti appartengono alla terza generazione di famiglie italiane emigrate all’estero. Crescono ascoltando i racconti dei nonni e dei bisnonni, le storie dei paesi lasciati alle spalle, delle tradizioni conservate nel tempo e di un’Italia che, pur essendo lontana, è sempre rimasta viva nella memoria familiare.

Per molti di loro visitare l’Italia non è soltanto un viaggio di studio. È la realizzazione di un sogno custodito per generazioni. Attraverso i loro occhi, genitori e nonni rivivono luoghi che hanno amato, raccontato e tramandato per tutta la vita. Questi ragazzi diventano così il ponte tra passato e futuro, tra la memoria di chi è partito e la curiosità di chi desidera comprendere meglio la propria identità culturale.

Per questo Franco Francesca preferisce parlare di “turismo della memoria familiare” piuttosto che di semplice turismo delle radici. Se il turismo delle radici cerca di rispondere alla domanda “da dove veniamo?”, il turismo della memoria familiare prova a rispondere a una domanda ancora più profonda: “chi siamo?”.

Da oltre vent’anni Franco Francesca lavora proprio su questo segmento, costruendo relazioni con scuole, università e organizzazioni internazionali e creando percorsi che permettono alle nuove generazioni di entrare in contatto con la cultura italiana attraverso esperienze reali e coinvolgenti.

Questo lavoro si intreccia naturalmente con la sua attività di eco-designer, artista, docente e promotore culturale. Perché Franco Francesca non è soltanto un marchio di moda. È un brand registrato che da quasi trent’anni racconta sostenibilità, inclusione, moda lenta, artigianato, territorio e cultura.

Ridurre Franco Francesca a un semplice marchio di abbigliamento o accessori sarebbe limitante. Il brand rappresenta una visione più ampia che utilizza l’arte e la moda come strumenti di comunicazione, relazione e valorizzazione del territorio. Franco Francesca non vende semplicemente prodotti: propone un approccio, una filosofia e uno stile di vita che mettono al centro le persone, la sostenibilità, la memoria e l’identità culturale.

La sua arte e la sua moda parlano del Sannio e di Benevento, delle radici profonde di questa terra, della sua storia millenaria e della sua capacità di accogliere. È per questo che il suo lavoro creativo si fonde con quello di educatore e promotore culturale: ogni progetto diventa un’occasione per raccontare il territorio a chi arriva da lontano.

E il viaggio continua. Sono già in programma nuove visite da parte di scuole internazionali durante l’estate e il prossimo autunno. Iniziative che richiedono una pianificazione complessa e un lavoro organizzativo che spesso si sviluppa nell’arco di 12-24 mesi, ma che continuano a portare nel Sannio giovani provenienti da tutto il mondo.

Perché promuovere un territorio significa prima di tutto creare esperienze capaci di lasciare un ricordo. E quando un ragazzo torna a casa portando con sé un pezzo di Benevento, quella memoria continua a viaggiare, attraversando oceani, generazioni e culture.

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La Redazione 8 Giugno 2026 0
BeneventoBlogCronacheDocumentiInchieste

Operazione settoplastica al San Pio: il bello e il brutto.

Per deformazione personale sono abituato a raccontare ciò che vedo -bello o brutto che sia- di questa città. In genere non uso mezzi termini: o una cosa è bella o è brutta, via di mezzo non esistono, almeno fino ad oggi.

Ma partiamo dall’inizio: cioè da una visita otorinolaringoiatra al mio povero e piccolo nasino che, aimé, aveva bisogno di una bella raddrizzata.

Premetto che, nei lontani anni ‘80, un amico aveva fatto un’operazione al naso raccontandomi tutti i particolari del post intervento.

Si, è inutile che ci giri intorno, i famosi TAMPONI nasali spinti fin dentro il cervello.

Già la volontà era quello che era, con questa premessa, dopo quarant’anni, l’intenzione di farmi un’operazione di tale genere era vista come una cosa che difficilmente avrei sopportato (visto che scrivo, sono sopravvissuto).

Comunque una ciste (polipo) e la deviazione preesistente mi avevano quasi del tutto chiuso una narice.

Il che mi faceva andare in apnea la notte e respirare male il resto della giornata -non immaginate neanche i quantitativi di Vicks aloe comprati negli ultimi due anni, una media di 2 al mese, se non tre- per cui spinto e convinto da un’ingerenza esterna moooooltoooo convincente, e prenotata da lei, vado a visita.

Trovo una dottoressa gentilissima e bravissima che, non so come, riesce a convincermi a fare questa operazione (ho la netta sensazione che le due donne nella stanza si siano scambiate qualche occhiata complice per prendermi per il…ma lasciamo stare).

Comunque non mi dilungo perché voglio arrivare al punto della questione iniziale.

Arriva il giorno dell’operazione e dopo l’anestesia mi risveglio che era stato fatto tutto, ma con i fastidiosi tamponi nel naso. Tutti bravissimi e soprattutto pazienti con un impaziente come me. Ringrazio tutti e mi riportano in stanza dove, per colpa dei tamponi inizio a dare di matto.

La mia compagna al mio fianco mi sopporta per quasi quattro ore fino a che chiede all’infermiera se mi può dare delle gocce per dormire…e io dormo.

Dopo due giorni la dottoressa che mi aveva operato mi chiama e mi fa andare a levare i tamponi. Non vi dico il dolore, inaspettato e inaspettabile.

Respiro dieci secondi e, dopo aver soffiato il naso più volte, mi rimettono altri tamponi e poi mi dimettono dicendo che dopo quattro giorni sarei dovuto andare in ambulatorio a levare gli altri.

Giorni interminabili con quei cosi nel naso, fastidiosi all’inverosimile.

Arriva il fatidico giorno e arriva il momento. C’erano bambini fuori all’ambulatorio per la preospedalizzazione. Arrivano quasi tutti dopo di me. Ma tanto io avrei chiesto di essere il primo perché quei cosi non li sopportavo più.

Arriva la dottoressa ed entro nell’ambulatorio memore del dolore provato la prima volta.

Mi leva il primo, chiedo un attimo di pausa per riprendermi, svengo per qualche secondo e mi leva anche l’altro. Non ho urlato solo per non fare spaventare i bambini fuori all’ambulatorio.

Questa la storia, personale, in sintesi.

Ora mi direte dove volevo arrivare.

Partiamo dalle cose belle: professionisti eccellenti, reparto pulitissimo e infermieri e oss gentili (sempre a sopportarmi).

Operazione riuscita benissimo con la dottoressa, l’anestesista e gli infermieri che hanno fatto anche oltre ciò che avrebbero dovuto fare.

Tutto bene dunque?

No arriva la seconda parte, le cose brutte. Dopo quarant’anni è mai possibile che non si attui un protocollo differente per levare i tamponi? Un procedimento cosi doloroso da provocare anche svenimenti.

Almeno un’anestesia locale per alleviare un po’ il dolore.

Come paziente, avendo fatto l’operazione, potrei non pensare a chi verrà dopo di me, ma come giornalista ci penso e quindi esorto l’Asl di Benevento e il san Pio a rivedere i protocolli in questo senso.

Penso che ci voglia davvero poco per risolvere questo problema.

Se esiste un dottore che attua la terapia del dolore, esisterà qualcosa per alleviare questo dolore atroce e traumatico nelle persone che fanno l’operazione di settoplastica.

Felice Presta

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La Redazione 14 Maggio 2026 0
CronacheSannio

La zona grigia che corrode il Sannio

La recente vicenda giudiziaria che ha coinvolto un importante esponente politico sannita ci riporta in una dimensione di rapporti opachi tra società civile, classe politica e ceto burocratico.
Certi silenzi o le parole di condanna pronunciate con voce flebile ci ricordano quanto sia problematico il rapporto con la questione della corruzione. Troppo spesso la rabbia cede il passo alla rassegnazione, ma la prima non è sufficiente e non è più consentito fare finta di niente.
La corruzione è diventata un elemento strutturale da non intendere semplicemente come un reato penale o un atto immorale individuale, ma come il sintomo di una profonda degenerazione strutturale e antropologica, dovuta soprattutto al dominio dell’elemento economico dove il profitto e l’interesse individuale prevalgono sopra ogni cosa.
Esiste una vasta zona grigia a Benevento e nel Sannio dove politica e società civile si intrecciano in una rete di corruzione e malaffare. Ad essere colpita è prima di tutto la Politica come arte e scienza della decisione, passione e contrapposizione di idee. Poi vengono colpiti tutti quei gruppi di liberi cittadini che si organizzano e non si piegano alle pressioni esterne di un ambiente corrotto.
Qui non si tratta di semplici illazioni o suggestioni ma di accendere un faro sopra quella coltre di omertà che corrode dall’interno il corpo sociale. Ogni tanto, un fatto di cronaca giudiziaria scuote dal torpore e riattiva tutto quel vasto assortimento di rabbia, lamentele, omelie cariche di moralità fino all’individuazione di un bersaglio da colpire, da accusare di tutti i mali per meglio ripulire la coscienza e favorire l’auto-assoluzione collettiva.
Ciò che viene taciuto è il fatto che questa corruzione fa comodo a tanti perché è il carburante di una mentalità secondo la quale bisogna sempre trovarsi un punto di protezione. Allo stesso modo conviene a quel segmento di società civile che tanto si indigna a fasi alterne, ma che da quel sistema opaco riceve linfa vitale.
Occorre risalire alle cause storiche di questa mentalità. È innegabile che c’è una perfetta simmetria tra l’aumento del consenso di un ceto politico e burocratico corrotto e quella fitta rete di incarichi, favori, piccole raccomandazioni. Se esistono piccoli e grandi fenomeni corruttivi è perché c’è una società civile che li accoglie e non li respinge con fermezza.
La zona grigia è come una struttura popolata da una schiera di cortigiani dove è sfumato il confine tra mutuo soccorso e reciproca intimidazione. C’è chi desidera entrare nel perimetro per godere di qualche privilegio e chi semplicemente vuole restarne fuori per mantenere più intatta possibile la propria libertà. Ed è questo drappello di uomini e donne che quotidianamente, in un territorio difficile e complicato, ci dimostrano che un’altra strada è percorribile, un altro modo di pensare e agire è possibile.
Forse assistiamo ad una fase di declino del Sannio, una lenta decomposizione delle sue élites e un lungo interregno ci attende, ma questo non significa che non ci siano nuove possibilità.
Nelle fasi di caduta emergono spesso energie vitali latenti, c’è un margine da dove originano nuove forme e soprattutto, c’è ancora chi non si è rassegnato all’idea che non si possa invertire la rotta.

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La Redazione 21 Aprile 2026 0
BeneventoBlogCronacheInchiesteInchieste fotograficheSannio

Benevento sotto una pioggia “educata”: l’asfalto racconta le sue crepe

Benevento, ultimamente, sta vivendo un piccolo timido fenomeno: più turisti. Molti non organizzati, non in gruppo, ma curiosi, liberi, con scarpe comode e occhi attenti.
Girano la città, osservano, fotografano… e parlano.
Il feedback sul patrimonio artistico e monumentale è quasi sempre ottimo. Ma – e qui arriva il “però” grande quanto una pozzanghera – tutto il resto lascia parecchio a desiderare.
Non serve uscire dal centro storico, né avventurarsi in zone “periferiche”. Basta camminare.
Magari dopo una pioggia tranquilla, gentile, di quelle che non fanno notizia.
Eppure, puntualmente, compaiono pozze d’acqua, sanpietrini rotti, crepe, avvallamenti, tombini ribelli, deflussi che decidono di non defluire.
Non parliamo di bombe d’acqua.
Parliamo di pioggia educata, di un weekend normale.
Eppure la città reagisce come se fosse colta di sorpresa ogni volta.
Il problema è che non è un caso isolato.
È un andamento.
Ogni quartiere, ogni strada, ogni angolo ha “qualcosa che non va”.
Una buca, una crepa, un rattoppo provvisorio che è diventato definitivo.
E allora fa un po’ sorridere – amaramente – sentire racconti di una città prospera, scintillante, impeccabile.
Perché basta un colpo d’occhio, nemmeno troppo attento, per vedere una realtà diversa.
Una città bellissima, sì. Ma stanca, trascurata nei dettagli, quelli che fanno davvero la differenza per chi la vive e per chi la visita.
Forse Benevento non ha bisogno di essere raccontata come “fantastica”.
Forse ha solo bisogno di essere ascoltata.
E, ogni tanto, anche aggiustata.
…. Appunti sparsi di un beneventano fuori sede,
di ritorno a casa per un fine settimana.
#benevento #sannioreport #resilinzasannita #sannio

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La Redazione 26 Gennaio 2026 0
Senza categoria

La solitudine delle mamme

 

 

«Finalmente sei diventata mamma. Che bello! Adesso capirai l’amore vero, quello incondizionato, quello per cui siamo nate e che dà finalmente un senso alla nostra vita.»

Quante volte abbiamo sentito queste parole? Dopo il parto quando ancora abbiamo gli occhi cerchiati dallo sforzo, quando ancora abbiamo i dolori del cesareo. Quante volte le ripetono, quando rimaniamo da sole per tutto il giorno dentro casa, circondate dal disordine, dai giochi dai pannolini, dai piatti da lavare e dalle urla.

Ci pensiamo mai cosa voglia dire realmente essere madre?

Ci pensiamo mai al lato oscuro della maternità?

Diamo mai la possibilità alle donne di dire quello che hanno in mente, ai pensieri meno belli, quelli che non hanno nemmeno il coraggio di pensare perché non si fa, perché una brava mamma non ci pensa a certe cose e si sacrifica per i propri figli?

Guai a lamentarci, a dire che non ce la facciamo, a dire che se tornassimo indietro ci penseremmo cento volte prima di fare un figlio. Guai a dire che un figlio ci toglie la pelle, ci toglie il respiro ci fa arrivare fino a sera che non abbiamo nemmeno la forza di andare in bagno.

Le strade, i marciapiedi, sono piene di donne con accanto passeggini borse piene di tutto l’occorrente per pappine, cambio pannolini, un esercito di donne affaticate e sempre più sole. Ma perché le donne si sentono sole? Perché non chiedono aiuto? Perché fanno sempre più fatica ad accettare che essere brave mamme, non vuol dire non chiedere niente a nessuno?

Molto dipende dalla nostra storia, dalla nostra infanzia, dalla famiglia dalla quale proveniamo, dall’esempio che nostra madre e nostro padre ci hanno mostrato. Da quello che le persone si aspettano da noi, da questa necessità dilagante di essere sempre performanti, sempre all’altezza del compito. Ma c’è qualcosa di ancora più profondo, che getta la donna nella solitudine e nello sconforto: il senso di colpa.

Il senso di colpa di non essere brave mamme, se ci trucchiamo e usciamo una sera a mangiare la pizza con un’amica, se chiediamo al papà del bambino di rimanere con lui e noi andiamo al cinema, se ci facciamo una bella dormita, mentre il nostro bambino è con i nonni e se chiediamo a un’amica di farci compagnia perché siamo stremate.

Sforziamoci di sentirci delle persone, impariamo a sentirci degli esseri umani, prima che delle mamme, impariamo che chiedere aiuto non significa non essere delle brave madri, che se non riusciamo ad arrivare dappertutto dobbiamo essere le prime ad essere più clementi: ci giudichiamo troppo, non ci perdoniamo, siamo dure con noi stesse. Impariamo a farci scivolare i giudizi degli altri, anche i nostri, se necessario, impariamo a volerci bene, a prenderci cura di noi stesse.

Impara a chiedere aiuto. Impara a perdonarti se non riesci ad arrivare dappertutto, se non riesci ad essere una mamma perfetta

 

MARILENA DE CICCO

(psicologa e psicoterapeuta sistemico-relazionale)

 

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La Redazione 16 Ottobre 2025 0
BlogCultura

Depressione: quando la luce si spegne

 “Di quei tempi ero fatto per sprofondare ad ogni parola che mi fosse detta, o mosca che vedessi volare, in abissi di riflessioni e considerazioni che mi scavavano dentro e bucheravano giù per torto e su per traverso lo spirito, come una tana di talpa; senza che di fuori ne paresse nulla.”

Luigi Pirandello

 

La depressione è un male dilagante, molto è stato detto e scritto sull’argomento: articoli, libri, da quelli tecnici, ai manuali, sino ad arrivare alle storie di chi l’ha combattuta personalmente, fino a sconfiggerla. Quando pensiamo alla depressione, immaginiamo una persona triste, che non si prende cura di sé, scontrosa, che si chiude al rapporto con l’altro, una persona che fatica ad alzarsi dal letto per fare anche le cose più semplici: lavarsi, andare a lavorare, prepararsi da magiare, persino abbracciare una persona a cui vogliamo bene e dimostrare il nostro affetto, diventa sinonimo di fatica, quasi come se le emozioni non riuscissero a oltrepassare lo strato di epidermide per arrivare a toccare la nostra parte più profonda.

 C’è chi ha paragonata la depressione a un cane nero, che ti azzanna alla gola, ferendoti a morte, chi l’ha descritta come assenza, come vuoto assoluto, come qualcosa che ti lacera dentro, fino a rosicare la parte migliore di te, quella stessa parte che ti fa venire voglia di alzarti al mattino, quella che ti fa venire voglia di stringere fra le braccia il tuo cane, o un bambino, anche quando il bambino in questione è tuo figlio, che ami più di qualsiasi cosa al mondo.

Sentirsi depressi è una condizione che svilisce, ci estranea dal mondo: penso alla sua complessità, a tutte le sue sfaccettature, ai diversi modi con i quali può aggrapparsi a qualcuno, risucchiandolo in un vortice di pensieri negativi, di preoccupazioni ossessive, fino al totale annientamento.

 Quante volte confondiamo la tristezza con la depressione: abusiamo di questa parola, basta un momento di tristezza, o di malinconia, che ci definiamo depressi. In realtà essere tristi capita a tuti, succede spesso di avere un momento di sconforto, un momento dove siamo sconsolati, perché ci è successo qualcosa di brutto.

Essere tristi, non è come essere depressi.

Cosa ci aiuta a capire, quando quello con cui combattiamo tutti i giorni è il cane nero che ci azzanna alla gola, oppure è soltanto un brutto periodo? Cosa differenzia la vera depressione dalla tristezza?

La tristezza è un’emozione: quando siamo tristi, seppur con fatica, riusciamo a portare avanti la nostra vita: ci alziamo, ci laviamo, andiamo a lavoro, riusciamo nel bene o nel male a prenderci cura di noi stessi. Abbiamo consapevolezza del nostro malessere, lo riconosciamo, spesso riusciamo a capire da dove viene, da dove nasce la sofferenza che ci portiamo dentro, siamo in grado di darle un nome, di darle un significato all’interno della nostra vita.

Quando siamo depressi no. La depressione, quella vera, ci limita in tutto, fino a farci abbandonare tutto ciò che ci rende vivi.

Ci annulla completamente, siamo come anestetizzati, le nostre emozioni sono appiattite, non sappiamo come restare a galla, non riusciamo a trovare un’ancora di salvezza alla quale aggrapparci, nell’oceano nero in cui affoghiamo. Tutta la nostra vita si ferma, come se qualcuno avesse deciso di chiuderci a chiave in una stanza, senza rumore, al buio, con l’impossibilità di uscire.

La depressione non è come un momento di tristezza, la depressione è una vera e propria malattia.

Ma siamo certi che la depressione sia soltanto questo? Siamo sicuri che sia soltanto legata a stati d’animo così angosciosi, così evidenti, che piano piano ci avvelenano, che ci paralizzano, rispetto a quelle che sono le nostre emozioni e le nostre azioni quotidiane?

 La depressione non è soltanto quella che si palesa a noi in maniera così evidente, esiste un cane nero che può nascondersi dietro un viso truccato, dietro un manager di successo, dietro un sorriso, dietro un malessere fisico a cui spesso non sappiamo dare una spiegazione: la depressione quando non si mostra in maniera evidente si chiama mascherata, proprio perché nasconde la sua presenza nel corpo dolorante.

Il cane nero, ci parla attraverso dei malesseri apparentemente di altra natura, come ad esempio: il mal di testa, i disturbi gastrointestinali, il mal di schiena, una spossatezza psicofisica generalizzata. È allora che cerchiamo di trovare la causa dei nostri dolori in patologie organiche, in malattie che poco hanno a che fare con la nostra sofferenza, proprio perché fatichiamo a identificare il nostro malessere: la depressione, quella mascherata, come quella che si palesa chiaramente ai nostri occhi, è subdola.

Oltre al vuoto, all’assenza assoluta, quando siamo malati quello che percepiamo è il senso di colpa: ci colpevolizziamo perché non riusciamo a reagire, perché non riusciamo a prenderci cura di noi stessi e delle persone che abbiamo accanto a cui vogliamo bene.

Ci alziamo una mattina, pensiamo che da quel giorno sarà diverso, perché dobbiamo impegnarci, perché ce la dobbiamo fare a tirarci fuori dal vortice nero nel quale siamo piombati, ma poi arriva la sera, e la sensazione di fallimento è cocente come lava.

La delusione è su due fronti: da una parte ci sentiamo appunto dei falliti, e dall’altra ci sentiamo colpevolizzati da chi abbiamo intorno, da chi non si spiega la nostra mancanza di forza, perché la convinzione, è che basterebbe soltanto un pezzettino, ma giusto un pezzettino di volontà in più, per tirarci fuori dal nostro malessere. È allora che la sensazione di fallimento è ancora più profonda, la sensazione di essere da soli nella sofferenza si fa strada, acuendo ancora di più il nostro dolore.

Come lo spieghiamo alle persone che ci circondano, che noi vorremmo tirarci fuori da quel torpore che ci consuma giorno dopo giorno, ma che proprio non ce la facciamo? Come glielo spieghiamo alle persone, che se ci fanno sentire in colpa, ci fanno stare ancora più male, e che non è con la forza di volontà, che possiamo scrollarci di dosso questo peso che ci schiaccia il petto, come un macigno insopportabile, di cui non abbiamo consapevolezza e che in fondo non sappiamo da dove viene?

Non si esce dalla depressione con la forza di volontà, o con l’aiuto delle persone che ci circondano. L’affetto dei nostri cari non basta, rischiamo di cronicizzare ulteriormente qualcosa che già ci appiattisce, che ci annulla, procrastinando lo stato di malessere e allontanandoci sempre di più dalla vita.

La depressione, è una vera e propria malattia.

E come tutte le malattie va curata, chiedendo l’aiuto delle persone giuste: con un approccio combinato con i farmaci e la psicoterapia, quando la malattia è in uno stato molto avanzato, fino ad arrivare alla sola psicoterapia, quando siamo raggiungibili con le parole, quando le parole riescono ad attraversare quello schermo invisibile che ci ha isolato da noi stessi e dal mondo.

La depressione si cura, dalla depressione si guarisce…

 

Marilena De Cicco (psicoterapeuta)

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La Redazione 30 Settembre 2025 0
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