Sulla scuola si è recitato per settimane uno psicodramma, il governo italiano è arrivato all’appuntamento in stato confusionale, ostaggio di comitati tecnici pronti a ogni distopia igienista che sono diventati la cifra della nostra Repubblica: nessuna responsabilità, possibilmente nessun rischio di vivere una vita normale, tutti chiusi in una teca, senza troppi pensieri, meglio se in stato di attesa della soluzione misteriosa che risolve tutto. Il pericolo non si può scacciare, la mentalità da acquisire è quella della difesa attiva, non dello sguardo rivolto indietro.

Chi pensa che le chat, i cuorini, i like e le altre banalità virtuali siano “la socialità” non comprende l’eredità ancestrale che è depositata nel nostro dna, del bisogno di vedere, parlare, toccare, della comunicazione. Durante la pandemia si sono rotte molte relazioni, l’inganno è finito, esistono e resistono le storie che non possono fare a meno della prova della realtà, dell’incontro fisico e del donarsi all’altro senza condizioni e maschere virtuali.

La prova più grande è per i dirigenti e gli insegnanti che hanno trascorso le ultime settimane a destreggiarsi in mezzo alle regole del “deresponsabilizzazione” giuridica dei burocrati (obiettivo: scaricare la colpa sempre su qualcun altro). Saranno sottoposti a pressioni enormi, prima di tutto dei battaglioni di genitori improvvisati nuovi pedagoghi istruiti su wikipedia.

Questa sarà la prova della tenuta del sistema, non sarà facile, di fronte alla tentazione di chiudere di nuovo tutto a una eventuale ondata di contagi, devono resistere le famiglie – e nutriamo dubbi – alla reazione di far restare i figli a casa di fronte al primo caso positivo, una decisione che scaglierebbe bambini e adolescenti nel buco nero della solitudine e nel rischio altissimo di un’educazione senza bussola.

Ci aspettiamo dal ceto politico locale l’approccio del decisore, di chi è investito di una responsabilità, non l’atteggiamento di chi segue l’ansia collettiva. La scuola non si è fermata nemmeno quando piovevano le bombe e un virus non deve spezzare la catena dell’educazione. Si tratta di una necessità, la base del patto sociale e comunitario. Le lezioni virtuali hanno già mostrato i loro limiti e pericoli: aumentare l’alienazione di una generazione. Vivere in mezzo ai banchi forse non ci salverà dal declino, ma almeno, consentirà a molti di evitare la narcosi di massa.

Vivere la comunità scolastica significa conservare la mente sveglia, sviluppare lo spirito critico, le fragorose risate dei ragazzi saranno la risposta migliore ai vecchi appesantiti nello spirito.