Il rapporto Censis 2020 ha dato molte conferme e ha tracciato un quadro della situazione dalle tinte fosche: Italiani prigionieri della paura, pronti a cedere ogni la libertà in cambio della salute, dipendenti dalla “bonus economy” (trasferiti in media 2.000 euro a testa a un quarto della popolazione), poco spirito d’impresa e uno scetticismo diffuso verso le istituzioni nazionali ed europee. Cosa resterà dopo lo stato d’eccezione? Quella descritta è una nazione in profonda crisi e con scarsa proiezione verso il futuro.
La lettura del documento lascia una sensazione di inquietudine e dà ragione a tutti coloro che in questi mesi difficili non hanno smarrito il senso critico. La pandemia ha accelerato alcuni processi, ha evidenziato una serie di fragilità del sistema produttivo, ha convalidato il cattivo funzionamento della pubblica amministrazione. Le classi dirigenti sono incapaci di smuovere le energie migliori del paese, che pure esistono a si fanno valere in molti campi. Gli italiani sono impauriti e una grande responsabilità l’ha avuta una comunicazione confusa e ansiogena e una serie di provvedimenti economici che hanno disperso il denaro senza investimenti nel lungo periodo con l’illusione di accontentare un po’ tutti. E gli italiani accettano ormai tutto, asserragliati in casa, rifugiati in un privato che non è nemmeno rassicurante, nel tentativo vano di sfuggire all’ondata della contemporaneità. Forse è il colpo finale di un lungo e lento declino.
Nel documento si utilizza l’immagine della ruota quadrata che non gira e avanza a fatica, con uno sforzo disumano per ogni quarto di giro compiuto, tra pesanti tonfi e tentennamenti. Mai lo si era visto così bene come durante quest’anno eccezionale, sotto i colpi dell’epidemia. Privi di una guida sicura in un momento difficile, capace di fare da collante delle comunità, il nostro modello individualista è stato il migliore alleato del virus, unitamente ai problemi sociali di vecchia data, alla rissosità della politica e ai conflitti enti istituzionali.

Il Censis ricorda ancora una volta come si sia allargata la distanza tra i garantiti e i non garantiti. Per l’85,8% degli italiani la crisi sanitaria ha confermato che la vera divisione sociale è tra chi ha la sicurezza del posto di lavoro e del reddito e chi no. Su tutti, i garantiti assoluti, i 3,2 milioni di dipendenti pubblici. A cui si aggiungono i 16 milioni di percettori di una pensione ‒ una larga parte dei quali ha fornito un aiuto economico a figli e nipoti in difficoltà: un “silver welfare” informale. Poi si entra nelle sabbie mobili: il settore privato senza adeguate protezioni. Vive con insicurezza il proprio posto di lavoro il 53,7% degli occupati nelle piccole imprese, per i quali la discesa agli inferi della disoccupazione non è un evento remoto, contro un più contenuto 28,6% degli addetti delle gran-di aziende. C’è inoltre, la moltitudine dei più vulnerabili: i dipendenti del settore privato a tempo de-terminato e le partite Iva. C’è poi l’universo degli scomparsi, quello dei lavoretti nei servizi e del lavoro nero, stimabile in circa 5 milioni di persone che hanno finito per inabissarsi senza fare rumore. Infine, i vulnerati inattesi: gli imprenditori dei settori schiantati, i commercianti, gli artigiani, i professionisti rimasti senza incassi e fatturati.
Nel magmatico mondo del lavoro autonomo, solo il 23% ha continuato a percepire gli stessi redditi familiari di prima del Covid-19. Se il grado di protezione del lavoro e dei redditi è la chiave per la salvezza, allora quasi il 40% degli italiani oggi afferma che, dopo l’epidemia, avviare un’impresa, aprire un negozio o uno studio professionale è un azzardo e ‒ nel Paese dell’autoimprenditorialità ‒ solo il 13% lo considera ancora una opportunità.

Uno degli effetti provocati dall’epidemia è di aver coperto sotto il drappo della paura e dietro le reazioni suscitate dallo stato d’allarme, le nostre decennali vulnerabilità e i nostri difetti strutturali, del tutto evidenti oggi nelle debolezze del sistema. L’epidemia ha calato giù il sipario: i vecchi problemi sono pronti a ripresentarsi nel futuro più gravi di prima.