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Category: Cultura

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Da Lisbona a Calicut: il viaggio di Vasco Da Gama

 

A Lisbona sulla riva del fiume Tago, di fronte al Monastero dos Jerónimos, si vede l’imponente Padrão dos Descobrimentos, il Monumento alle Scoperte che celebra tutti i navigatori portoghesi che tra il XV e XVI secolo scoprirono nuove terre e tracciarono le più importanti rotte commerciali contemporanee. L’enorme caravella di pietra è decorata su entrambi i lati da un gruppo scultoreo che rappresenta i protagonisti delle grande imprese marinare del Portogallo: navigatori, cartografi, colonizzatori, missionari, guerrieri, scrittori, re e regine. Tra questi non poteva mancare il nome di Vasco da Gama e di lui vogliamo raccontare, approdo dopo approdo, uno delle sue traversate memorabili alla ricerca di un regno leggendario.

Nel 1497 Manuele I, re del Portogallo, individua nel giovane comandante Vasco da Gama il navigare più preparato per completare il lavoro cominciato da Barlomeu Dias, che dieci anni prima aveva doppiato l’Africa meridionale, scoprendo finalmente il passaggio tra l’Oceano Atlantico e l’Indiano. In quel tempo i veneziani detenevano il monopolio del commercio delle spezie e la corte portoghese aveva intenzione di spezzare questo equilibrio, fonte della sterminata ricchezza e della potenza della Repubblica del Leone. La noce moscata, la cannella, il pepe, i chiodi di garofano sono beni preziosi come l’oro e bisogna organizzare una vasta operazione per accaparrarseli. Il nobile Vasco da Gama, nato 28 anni prima a Sines, nell’Alentejo, sembra al re portoghese l’uomo giusto e malgrado le perplessità del suo entourage, autorizza la preparazione di una spedizione per aprire nuove rotte commerciali, aggiungendo un elemento religioso con il desiderio di evangelizzare quelle terre lontane dove si pensava vi fosse il regno del misterioso Prete Gianni. Vasco da Gama ha due qualità: è un abile comandante e sa combattere, infatti cinque anni prima aveva catturato alcuni vascelli francesi che minacciavano il Portogallo.

8 luglio 1497. Le partenze dalla foce del Tago non sono una novità per gli abitanti di Lisbona. Quelle navi che salpano per terre lontane e sconosciute, sono uno spettacolo da non perdere: rulli di tamburi, tuoni di cannone, squilli di tromba e bandiere al vento. Quel giorno si preparano a solcare l’oceano anche le quattro unità al comando di Vasco da Gama. Sono la Sao Gabriel, un veliero da circa 150 tonnellate con le insegne dell’ammiraglio e sotto il suo comando; la Sao Rafael, più o meno della medesima stazza, affidata al fratello Paulo da Gama; assieme con loro salpano la più piccola caravella Berrio e una quarta unità ausiliaria, la nave delle salmiere, poco considerata a tal punto da essersi perso il nome. Non sono semplici vascelli, sono stati costruiti appositamente seguendo i suggerimenti di Bartolomeu Dias che conosce bene quali caratteristiche debbano avere le unità destinate ad andare oltre il Capo di Buona Speranza. Si imbarca anche lui per dare consigli e indicazioni, insieme a 170 uomini che formano l’equipaggio.

La navigazione procede tranquilla fino alle Canarie, dove una nebbia intensa fa disperdere la flottiglia che si ricongiunge all’altezza di Capo Verde. Dias torna indietro. Mentre da Gama vuole mostrare di potercela fare rischiando molto: niente navigazione sotto costa, come si usava in quel periodo, ma in pieno oceano, seimila miglia di mare e almeno tre mesi di navigazione senza vedere terra. Anzi, per sfruttare i venti favorevoli, il portoghese sceglie la rotta verso sud-ovest che lo allontana ulteriormente dall’Africa. Sarà il più lungo viaggio in mare aperto compiuto fino a quel momento.

4 novembre 1497. Dopo una virata, la spedizione lusitana sbarca in un punto della costa sudoccidentale del continente dove i marinai mangiano foche, balene, gazzelle e radici. L’incontro con la popolazione locale dapprima sembra pacifico, ma poi aumenta la tensione e cominciano gli scontri con l’equipaggio e lo stesso Vasco da Gama che resta leggermente ferito da una freccia. Il convoglio riprende il mare. Ormai l’Oceano Indiano è vicino e, superato capo Agulhas, la punta più meridionale dell’Africa, le navi abbandonano l’Atlantico.

16 dicembre 1497. Percorse un centinaio di miglia, le navi si avvicinano alla baia di Mossel, il punto estremo raggiunto dalla precedente spedizione di Dias. Da lì si aprono 800 miglia di mare inesplorato prima di raggiungere i porti musulmani dell’Africa, dove sarà possibile trovare piloti. L’ammiraglio ordina di prendere terra, la nave più piccola, viene bruciata e le provviste rimanenti sono trasferite a bordo delle tre unità. Il 25 dicembre Vasco da Gama decide di chiamare Natal quella regione australe; nome conservato ancora oggi dalla provincia sudafricana di KwaZulu-Natal. Le navi ripartono dopo tredici giorni di sosta, con i marinai che affrontano un altro incontro ostile con gli indigeni che alla loro partenza demoliscono la colonna che i portoghesi avevano innalzato in memoria dello sbarco. Meno tesa è la situazione sul fiume Limpopo, nell’attuale Mozambico, dove le popolazioni seppur armate, si comportano si dimostrano amichevoli.

22 febbraio 1498. I portoghesi hanno un primo contatto con un musulmano alla foce di un fiume e dopo qualche giorno approdano vicino all’odierna città di Nacala. Qui c’è un importante porto e cantiere arabo, dove finalmente trovano i carichi di spezie, pietre preziose e altre materie. I marinai arabi spiegano ai Portoghesi che il regno del Prete Gianni si trova all’interno, a soli quattro giorni di viaggio. Il sultano all’inizio pensa che i nuovi venuti siano dei fratelli musulmani e li tratta amichevolmente, poi quando si rende conto che non è così, comincia a trattarli con disprezzo e disdegna i doni ricevuti. Vorrebbe delle pezze di panno rosso che i lusitani dicono di non avere perché hanno deciso di regalare al re di Calicut. La fama del tessuto noto come “scarlatto di Venezia” è giunta fino alle propaggini estreme del mondo musulmano. A questo punto l’atmosfera si fa tesa e Vasco da Gama decide di riprendere la via del mare, ma i venti contrari costringono le navi a tornare da dove sono venute. La situazione precipita. Scesi a terra per fare scorte d’acqua, i portoghesi vengono aggrediti. In tutta fretta, imbarcano due piloti arabi, pratici di carte e bussole e si dirigono verso Mombasa. Lì stesso copione: accolti perché creduti musulmani, l’atteggiamento delle popolazioni locali cambia quando si rendono conto di avere a che fare con cristiani. Tentano addirittura di catturare le navi con un attacco notturno. Di nuovo in mare, direzione Malindi, dove basta un giorno di navigazione. La situazione cambia completamente, l’ambiente è rilassato, nella città keniota è possibile imbarcare frutta fresca, grano e ortaggi e, dopo aver ingaggiato un altro pilota, originario di Alessandria d’Egitto, si riparte.

24 aprile 1498. Le navi tolgono le ancore dall’Africa dirigendo le prue verso l’India. Dopo 23 giorni di navigazione le vedette nelle coffe scorgono le montagne: sono arrivati a destinazione. Il 20 maggio i Portoghesi ormeggiano a Calicut, ovvero l’odierna Kozhikode, sulla costa del Malabar, nella regione indiana del Kerala. È il principale porto delle spezie dove caricano i Veneziani. L’ammiraglio ricorda un aneddoto: due mercanti tunisini si rivolgono a quel gruppo di europei in genovese. Nel porto circolano monete d’oro arabe, ducati veneziani e genovini; si può bere il vino dolce di Creta e altre specialità provenienti da tutto il mondo.

Calicut viene descritta con meraviglia: decine di elefanti addomesticati vengono cavalcati e utilizzati persino per varare le navi. Il Re è fuori città, ma rientra non appena apprende dello sbarco degli Europei e manda a chiamare Vasco da Gama in attesa sulla nave. Questi sbarca con dodici uomini e un migliaio di persone li scortano fino al palazzo reale, dove vengono accolti dal sovrano in un ambiente di lusso e splendore. Ma quel che più conta agli occhi dei portoghesi è la zona portuale: sono agli ormeggi oltre cinquecento imbarcazioni e ogni anno arrivano fino a 1500 navi arabe che trasportano le spezie al Golfo Persico, dove poi vengono sbarcate per raggiungere con i cammelli Alessandria d’Egitto. Nessuna mercanzia europea viene considerata interessante, salvo il lino: i marinai riescono a piazzare molto bene alcune camicie in cambio di spezie. Anche qui i rapporti con il re si guastano, un po’ per i doni giudicati scadenti, un po’ per via degli Arabi che non gradiscono l’arrivo dei portoghesi. Lo zamorin (sovrano) fa arrestare i marinai e si convince a lasciarli andare solo trattenendo qualche ostaggio.

29 agosto 1498. Le navi di Vasco di Gama lasciano Calicut. La traversata dell’Oceano Indiano che all’andata aveva richiesto una ventina di giorni, ora, a causa dei venti contrari, dura alcuni mesi. Lo scorbuto uccide una trentina di marinai e una volta raggiunta Malindi, il comandante fa bruciare una della navi per completare gli equipaggi delle due navi superstiti. Siamo a febbraio quando le navi riprendono il mare, il 20 marzo doppiano Capo di Buona Speranza, a luglio raggiungono le Azzorre, dove muove Paulo da Gama. Il 9 settembre 1499, dopo oltre 24 mila miglia di mare, Vasco da Gama, rientra da trionfatore a Lisbona.

Il ritorno e il nuovo viaggio.

Tornato in patria, riceve dal re Manuele I la nomina di Ammiraglio dell’Oceano Indiano, con relativa gratifica e concessione del feudo di Sines, ma ha poco tempo per riposarsi. Il 10 febbraio 1502 ricomincia con una spedizione di una ventina di navi, una flotta importante per posizionare degli avamposti portoghesi sulle terre esplorate e rafforzare la potenza marittima del Portogallo. Si fermano a Sofala, in Mozambico, obbligando il sovrano locale a versare un contributo, poi giungono a Kilwa, in Tanzania attivando una rotta commerciale. Nel frattempo a Vasco da Gama giunge la notizie dell’attacco subito dalla spedizione guidata da Pedro Alvares Cabral a Calicut. A quel punto riprende il mare e al largo della costa del Malabar attacca le imbarcazioni dei mercanti arabi, quindi sfrutta le rivalità locali e si accorda con il re di Kannur, una città a 100 chilometri da Calicut. Qui appena giunto, non ottenendo dal sovrano quanto richiesto, ordina di bombardare la città. Durante il viaggio di ritorno stipula un trattato a Cochin l’attuale Kochi e riempie le stive di spezie. Tornerà ancora una volta in India, nel 1524 per morire a Cochin a causa della malaria.

 

FELICE PRESTA

 

 

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La Redazione 4 Maggio 2023 0
BeneventoCultura

Gigi e Ross direttori artistici del Benevento Social Film Festival ArTelesia

Gigi e Ross direttori artistici del Benevento Social Film Festival ArTelesia

La quindicesima edizione del Social Film Festival è stata affidata dall’Associazione Libero Teatro a Gigi e Ross, i due attori comici partenopei noti al grande pubblico per la partecipazione e la brillante conduzione di diverse trasmissioni televisive. La scelta, auspicata da alcuni anni, dall’ideatore del Festival, Francesco Tomasiello, non è solo riferibile alla professionalità, al talento artistico, al dinamismo dei due attori mattatori, formatisi presso l’Accademia di arte drammatica Bellini di Napoli, bensì alla carica umana e alla sensibilità per le tematiche sociali che rappresentano il cuore pulsante del Festival. L’incontro con Gigi e Ross è stato fin da subito ricco di input, progetti, proposte, il tutto in un clima di simpatia e cordialità che contraddistingue il loro modo di essere, autentico e sincero, davanti e dietro la camera. Grazie a loro il Festival si prepara a vivere una stagione di rinnovamento, con tante sorprese e novità per gli amanti del cinema e dell’arte. Quello che Francesco auspicava si è realizzato: un incontro di persone e di storie, prima ancora che di artisti, e la loro esperienza sul campo rappresenterà il quid per il futuro del festival, conservandone e preservandone la sua storia. I due direttori artistici saranno coadiuvati, nel lavoro che durerà, a partire a oggi, diversi mesi, dal comitato direttivo che rappresenta la task force del Festival nelle persone di Mariella De Libero, Antonio Di Fede, Sergio Colantuono, Marvin Tomasiello, nel ruolo di Festival coach, Rosa Barone, Mariasimona Marrone, Stefano Addabbo, Veronica Spiotta, Lupo Tomasiello e Franco Francesca, in qualità di Direttore creativo del Festival. Con tutte queste persone Gigi e Ross hanno creato immediatamente un rapporto sinergico fondato sulla fiducia reciproca e sulla condivisione degli obiettivi artistici e sociali da conseguire nell’alveo delle parole chiave: Equità diversità inclusione disabilità e sostenibilità.

 

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La Redazione 11 Aprile 2023 0
Cultura

Una breve storia del potere

Nel 2018 il giornalista e storico britannico Simon Heffer, ha scritto un saggio intitolato “Una breve storia del potere”, dove descrive e ricostruisce le dinamiche evolutive del potere politico agganciandole a quattro variabili fondamentali, utilizzate come bussola per orientarsi: territorio, ricchezza, religioni e ideologia. Oltre alla descrizione ricca di dati storici, dall’epoca classica al XXI secolo, Heffer propone una determinata idea del potere che tiene insieme due elementi: il realismo che descrive l’inevitabile conflitto interno ed esterno alle società e il liberalismo, come metodo di limitazione dello stesso potere politico e filosofia della libertà poggiata sull’individuo.

Heffer rifiuta tutte quelle interpretazioni “universaliste” che considerano la storia come un ineluttabile progresso volto a delineare quello che con un’immagine carica d’ironia, il sociologo americano Christopher Lasch chiamava “il paradiso in terra”.

D’altronde la convinzione di potere esportare dei modelli occidentali al resto del mondo, senza considerare i caratteri peculiari degli altri popoli, si è rivelata piena di difetti alla prova dei fatti. La storia non è destinata ad esaurirsi con la vittoria totale delle democrazie. Per quanto riguarda il liberalismo, l’espressione va intesa in senso più ampio e non con riferimento a una specifica dottrina moderna. Heffer assume una posizione di sintesi tra il liberalismo classico del Novecento e le critiche rivolte a questo da due autori come Max Weber e Carl Schmitt.

Il liberalismo classico, infatti, intende limitare ed irreggimentare nel più ampio modo possibile il conflitto per il potere politico imbrigliandolo nella dimensione giuridica, cioè in regole fondamentali e inderogabili da chi detiene il potere e nella contrattazione tra le parti, basata su dialogo e scambio. Su questo punto la storia dimostra il contrario: il conflitto per il potere non può essere espunto dalla dinamica politica, la conflittualità delle idee non si può addomesticare con le formule giuridiche buone per tutti ma solo per un tempo breve e limitato. Heffer appartiene a quella schiera di studiosi che mettono sempre in conto la possibilità dell’avvento di movimenti politici che rompono certi equilibri, nel bene e nel male, così come non è detto che un sistema in apparenza liberale non possa degenerare nel suo contrario.

La politica può produrre, con una certa regolarità, effetti che destabilizzano l’ordine politico. Citando ampiamente il saggio famoso di Edward Gibbon “Declino e Caduta dell’Impero Romano”, dimostra come un sistema di potere possa indebolirsi, decadere e collassare. Questo perché le regole costituzionali, garanzia di libertà personali, e l’organizzazione statuale che a partire dal diciannovesimo secolo ebbero un grande sviluppo, hanno dato prova di non riuscire mai ad imbrigliare completamente la politica, a neutralizzarne alcuni effetti disordinati, così come non sono sempre garanzia di protezione da poteri esterni, tecnocratici, in grado di condizionare l’ordine politico.

I sistemi costituzionali e gli equilibri dello scacchiere geopolitico, sono sempre esposti alla tempesta delle trasformazioni imposte dal politico, dall’insondabile conflittualità in tutte le sue forme più o meno razionali. Heffer nella sua analisi del potere non si conforma totalmente a Schmitt che riconduce tutto allo Stato, ma considera la presenza del politico come qualcosa che trascende questa realtà, qualcosa di necessario che sta dentro e fuori dall’entità statuale, si dipana in molteplici livelli senza risolversi una volta per tutte.

Questo affresco sulla realtà dei fatti intorno al conflitto politico, ci offre molti spunti. Max Weber ormai un secolo fa, ricordava come lo Stato rappresentasse un grande processo di razionalizzazione del potere politico in Occidente che è avvenuto prevalentemente attraverso due vettori: il monopolio legittimo della violenza e il dispiego dei suoi effetti sopra un territorio limitato. Questo percorso si è raffinato con la creazione di una burocrazia centralizzata, un esercito e altri elementi di comando che sopravvivono alle stagioni politiche. Lo Stato come edificio giuridico, va oltre la vita dei suoi vertici politici. Con una analisi ancora più elegante, il grande storico Ernst Kantorowicz riferendosi ai “due corpi del Re” li descriveva come uno fisico, carismatico e l’altro giuridico, impersonale e pubblico.

Nella concezione realista espressa dal libro c’è anche un richiamo implicito al problema della degenerazione delle democrazie in Stati totalitari, secondo la visione espressa da Bertrand de Jouvenel in Del Potere. Storia naturale della sua crescita. L’intellettuale francese mostrava con chiarezza il percorso di accrescimento del potere dalle sue origini nell’età moderna fino agli Stati totalitari del XX secolo e argomentava efficacemente sul fatto fondamentale per cui la democrazia, quando la penetrazione sociale dello Stato è profonda, non è in grado di fornire alcuna garanzia di tutela delle libertà individuali. Ciò, in particolare, quando tendevano a prevalere quelle correnti di pensiero, legate alla tradizione del diritto positivo, secondo cui tutto il diritto discendeva dall’autorità politica e per cui questa si trovava ad essere allo stesso tempo formalmente vincolata al diritto che solo essa stessa poteva creare. Un sofisma che si presta a forme di dispotismo nella società.

Spostandoci nel campo delle relazioni internazionali, Heffer considera tribunali, regole ed enti sovranazionali come la rappresentazione dell’ordine politico globale, creato dai vincitori in una determinata fase storica. Istituzioni fragili che esprimono dei semplici rapporti di forza tra Stati. Interessanti sono anche le considerazioni relative al rapporto tra politica e religione. Per l’Occidente il percorso di razionalizzazione del potere, ha significato anche secolarizzare le istituzioni pubbliche e passare dal patto-giuramento sacralizzato con Dio al patto tra cittadini come elemento fondamentale alla base del potere spersonalizzato dello Stato.

Da ultimo emerge sullo sfondo del saggio di Heffer la profonda relazione tra ordine politico e sviluppo capitalistico. La ricchezza della produzione e del commercio, originata dal pluralismo istituzionale occidentale, si fonde con i destini degli Stati e la propria influenza geopolitica. L’apertura dei mercati oltre i confini nazionali, caratteristica attribuibile in primo luogo agli imperi della storia moderna e dal ventesimo secolo agli Stati Uniti d’America, diviene un potentissimo meccanismo per l’espansione del potere. Lo stesso capitalismo trasforma e viene allo stesso tempo trasformato dal potere politico nelle varie fasi della storia. Lo Stato si era abbondantemente servito del capitalismo per espandere la propria sfera d’influenza politica provvedendo a tutto ciò che ai grandi capitalisti pesava sostenere come le infrastrutture e l’assistenza sociale. Tuttavia, come anche Heffer mostra, una eccessiva interrelazione tra capitalismo e statalismo può scadere in pericolosissime degenerazioni: monopoli, cartelli, oppressione fiscale e burocratica, depressione economica e, in definitiva, collasso del sistema economico e politico. Uno strumento, lo Stato, può facilmente divenire padrone dei popoli, nemico della libera iniziativa economica, tiranno dei mezzi di produzione, pianificatore di un capitalismo concentrato e clientelare, bisognoso di conflitti esterni per giustificare la propria espansione e il mantenimento del potere da parte dei governanti.

Come annotava profeticamente Hannah Arendt nel 1969: “Oggi dovremmo aggiungere la più recente e forse più formidabile forma di dominio: la burocrazia o il dominio di un intricato sistema di uffici in cui nessuno, né uno né i migliori, né i pochi né i molti, può essere ritenuto responsabile, e che potrebbe […] essere definito come il dominio da parte di Nessuno”.

Attualmente assistiamo a una trasformazione dello Stato e del potere pubblico. Esso nel corso dei decenni ha gradualmente ridotto il suo intervento nelle dinamiche economiche ma ha aumentato regolamenti e adempimenti burocratici. In molti casi un allargamento smisurato che ha moltiplicato il potere delle burocrazie depoliticizzate. In conclusione resta sullo sfondo un’altra domanda: Chi governa il mondo? La frammentazione dei regolatori globali, la loro composizione mista fra pubblico e privato e l’interventismo attraverso norme che discendono dal contesto internazionale o sovranazionale, sono tutte caratteristiche emerse con maggiore forza negli ultimi decenni.

Pierre Rosanvallon, utilizza il termine “Contre-Démocratie” (contro-democrazia) per descrivere quegli organi depoliticizzati, come le authorities e le agenzie amministrative espressione di un nuovo interventismo statale e un diverso bilanciamento dei poteri volto a contrastare la rappresentatività democratica in favore di poteri spuri e sovrastatali. Il potere non è evaporato, ma si è disaggregato. Si è fatto infrastrutturale, sottile e penetrante, volto ad estendersi in orizzontale più che in verticale, ad usare il diritto più della violenza come strumento di coercizione.

Questa metamorfosi non rende il potere meno pericoloso per le libertà individuali né tantomeno riesce a neutralizzare il Politico, come l’estremizzazione delle forze politiche delle democrazie occidentali dimostrano. Questa inquietudine si riverbera anche sul fronte geopolitico, come nota acutamente Simon Heffer, dove le democrazie liberali sono in affanno e le potenze a capitalismo autoritario, hanno scoperto una nuova realtà del potere che coniuga l’adesione ai principi della concorrenza globale a quello dell’autoritarismo dispotico. Un altro mito, quello del rapporto speculare tra libertà economica e politica, è già sfumato. Un concetto afferrato, seppur in termini diversi, anche dallo stesso Simon Heffer che scrive: “La rivalità esiste ancora, anche se lo sviluppo delle civiltà prescrive che alcuni dei rivali naturali debbano trovare metodi più discreti per entrare a far parte del gioco. Il trionfo della democrazia liberale resta una vittoria incompiuta”.

 

FELICE PRESTA

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La Redazione 29 Marzo 2023 0
Cultura

Coreografare i conflitti

Osservando i moti interiori, aprendo gli occhi all’esterno, è semplice fare esperienza del conflitto. Scontro, urto, opposizione, guerra se attingiamo dai sinonimi, comunicazioni interdette. Forme di resistenza inconsapevole, talvolta, e di attaccamento alle strategie e schemi comportamentali sedimentati nelle memorie. Coniando possibili immagini: posture esistenziali che delineano le nostre passeggiate nel mondo e ci differenziano dagli altri. Le nostre storie potrebbero essere lette come danze dei conflitti.

Ve n’è una in particolare che vorrei raccontare per consentirci di guardare diversamente al conflitto, e di pensare a esso fisicamente. È quella della ricerca condotta dalla danzatrice e scrittrice Dana Caspersen moglie e brillante interprete di Forsythe, alla cui firma si devono una serie di pratiche coreografiche pubbliche che indagano dinamiche relazionali complesse, i cosiddetti conflitti distruttivi perpetrati in una dimensione sistemica. Il passaggio tra la danza, la coreografia alla risoluzione dei conflitti nell’immaginario della danzatrice è davvero breve per la Caspersen, rappresentando un percorso di ricerca e di scelta nel caos degli eventi possibili. Quali forme di negoziazione nel presente che evitino la ripetizione fine a sé stessa.

Dana Caspersen

Ciascuna decisione risente di fondamentali categorie comportamentali: la spaziale, temporale, ritmica, formale, relazionale e la percezione interiore. Esse appartengono ai processi di risoluzione dei conflitti così come alla coreografia. Da qui il suo interesse ad applicare le strategie coreografiche all’indagine del conflitto, affinché gli abituali schemi comportamentali vengano portati alla luce a consentirci una possibilità differente.

Per meglio comprendere i suoi esperimenti, parleremo di alcuni progetti da lei ideati per portare nuova consapevolezza su complessi temi sociali come la violenza, il razzismo, il sessismo.

Il primo è un dialogo coreografico pubblico sull’immigrazione che accade a Berlino dal titolo Knotunknot. La coreografa invita persone con trascorsi d’immigrazione a collocarsi nello spazio rispondendo alle domande: Chi è tedesco? Chi ha discendenza tedesca? Chi non si identifica con sicurezza? Lo spazio, a sua volta è stato suddiviso in triangoli a rappresentare le possibili risposte. A Ciascuna risposta la propria porzione spaziale. Un’interrogazione sul concetto d’immigrazione che trova nella coreografia il metodo e invita il corpo a creare una corrispondenza tra il sistema di valori in cui si crede e lo spazio che si abita.

Interessante notare come cambiando la domanda, anche la posizione spaziale si modifica, allentando così le barriere fisiche e d’identità, il concetto di appartenenza. Al termine della coreografia, quasi chiuso un primo atto, se ne apre un secondo supportato dalla dimensione verbale. L’ambiente viene sagomato attraverso la presenza di venticinque tavoli e le persone presenti suddivise in modo tale che non si conoscano tra loro. Nuove domande inerenti l’esperimento appena provato verranno poste e la prima persona avrà un tempo limitato per rispondere e cambiare tavolo. La ristrettezza del minutaggio permette di introdurre oltre alla categoria spaziale, quella temporale che opera in modo da far vacillare le strategie di risposta per entrare in medias res.

La Caspersen continuerà sviluppando il proprio modello di dialoghi coreografici pubblici trapiantandolo in ambiti diversi, occupandosi della creazione di gruppi di comunicatori che prendano fisicamente e visivamente consapevolezza delle proprie modalità di comunicazione. La variante visuale si lega all’esperimento proposto presso l’Accademia di arti visive di Francoforte, dove sui tavoli di discussione vengono posti dei fogli sui quali è richiesto di lasciare una traccia durante il proprio turno di parola. I fogli poi stampati, messi al suolo, ricodificano il linguaggio verbale in gesto fisico accessibile ai partecipanti.

L’ultimo progetto di questa storia Violence:Recode propone una riflessione sullo spazio che le violenze strutturali occupano nel corpo e l’impatto della nostra posizione in esse. Come posturalmente ci si colloca nella società? La ricerca espone l’osservatore partecipante a una serie di posture, per esempio un uomo seduto, cui seguono due affermazioni: un uomo che aspetta sua moglie – un uomo che aspetta suo marito. I presenti spesso risentono di un cambiamento nel corpo quale effetto della sedimentata discriminazione di cui spesso siamo solo razionalmente e verbalmente coscienti.

I dialoghi coreografici della Caspersen sottendono l’idea di una responsabilità indivuale, spesso incoscia e incorporata, nel perpetrare gli schemi distruttivi sociali, posturalmente agiamo ripetendo dinamiche conflittuali non creative. La speranza è quella di aprire gli occhi da danzatori attenti ai nostri schemi motori nel navigare nella coreografia sociale e approcciare il conflitto come luogo di tensione dinamica, in cui le possibilità possano essere agite. Così facendo la comunicazione accoglierebbe il principio di opposizione come forza creativa e metterebbe in gioco la curiosità, capace di trasformare la nostra percezione soprattutto in situazioni di contrasto, perché è essa a determinare la differenza nell’ascolto, a trasformare il suono dell’attacco in informazione da conoscere.

Il prologo di questa storia è ancora da scrivere e danza nella domanda: quali coreografie a comporre la pace in corpi che agiscono sul palco della violenza?

Parafrasando la danzatrice: bisognerebbe illuminare con tutto il corpo la ricchezza della nostra differenza.

 

STEFANIA CHIUSOLO

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La Redazione 22 Marzo 2023 0
BeneventoBlogCronacheCulturaDocumentiInchieste

Una nuova realtà imprenditoriale: la OFFTEC

“Nessuno è profeta in patria”, figuriamoci se poi si tratta della nostra terra, il Sannio. Ma qualche eccezione, la storia ci insegna, c’è stata.

E qui entra in gioco una delle realtà, ormai consolidate, che nello spazio di pochi anni si è affermata prima in ambito nazionale e poi in quello internazionale. Parliamo, ovviamente, della OFFTEC e del suo presidente, l’architetto Flavian Basile, che nello spazio di 7 anni (è stata creata nel 2016) è diventata un laboratorio di progettazione impegnato sia nel campo dell’architettura che dell’ingegneria.

Benevento, Catania e Milano sono le sue tre sedi.

Per far vedere come si sta evolvendo la struttura OFFTEC è stata organizzata una mostra fotografica presso il museo Arcos di Benevento, intitolata “Quando spazio e luce iniziano a prendere forma” dove sono esposti parte dei progetti messi in piedi in questi anni dalla società. Un riconoscimento certamente all’azienda, ma anche al nostro territorio, il Sannio, che si crede, generalmente,  privo di qualsivoglia forma di sviluppo economico a certi livelli.

La mostra, come ha spiegato l’architetto Basile, è solo un punto di partenza e non di arrivo ed è servito, a margine della stessa, a spiegare due dei progetti che saranno portati avanti in questa città: la ristrutturazione del Grand Hotel Italiano al rione Ferrovia e la costruzione del campo da golf (e cosi adesso sappiamo anche chi ha avuto l’idea di rivitalizzare terreni abbandonati abbinandola ad un’idea imprenditoriale e turistica che potrebbe realmente portare benefici qui in città). Come giornale abbiamo sempre appoggiato iniziative imprenditoriali come queste -in special modo quando imprenditori vogliono investire, senza speculare sulla città (citare casi passati sarebbe qui inopportuno, ma sapete bene quali e quante battaglie su costruzioni abbandonate questo giornale sta portando avanti)-. E allora non ci resta che aspettare e vedere cosa succederà nel prossimo futuro, augurando alla Offtec e al suo presidente, Flavian Basile, di continuare sulla strada intrapresa finora.

 

Felice Presta

La mostra si protrarrà fino al 20 marzo.

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La Redazione 13 Marzo 2023 0
BeneventoCronacheCultura

La consapevolezza (nei ragazzi) di doversene andare

Nell’ambito dei “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” (PCTO) in ambito scolastico, anche per questo anno il giornale e l’associazione SANNIO REPORT sono stati chiamati per parlare con gli alunni di giornalismo, di cultura e di educazione civica. In pratica i tre ambiti in cui ci muoviamo dall’ormai lontano 2015.

Abbiamo iniziato chiedendo ai ragazzi di scrivere (anche in forma anonima) quali fossero, ad esempio, i loro sogni.

I ragazzi, giovanissimi, hanno risposto come ci aspettavamo, ma una lettera in particolare ci ha colpito di più.

“Il mio sogno è quello di lasciare il mio paese dopo aver finito la scuola e l’università, perché qui non c’è opportunità di lavoro”.

Poche righe per testimoniare la consapevolezza nei ragazzi nel sapere, fin da ora, che dovranno per forza di cose lasciare il territorio natio. I dati statistici della perdita di popolazione a Benevento e nel Sannio, d’altra parte, sono lo specchio di un’emorragia  che non accenna a diminuire, bensì ad aumentare anno dopo anno.

Fa specie che ragazzi di 16 anni scrivano questo per i loro sogni, invece di scrivere magari cose più adatte alla loro età. Ma ciò significa che comunque i nostri giovani hanno ben chiara e presente (anche se a noi grandi non sembra) la realtà che li circonda. Una realtà che li fa riflettere e preoccuparsi di ciò che riserverà loro il futuro.

Stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno di “emigrazione” verso altri territori. Principalmente verso il nord d’Italia , ma anche verso paesi esteri: luoghi capaci di dare sbocchi lavorativi a dei giovani il cui territorio d’origine è destinato alla desertificazione e all’impoverimento.

Cose già viste, cose già dette? Sicuramente, ma non c’è nessuno che ha voglia di cambiare questo stato di cose?

L’Italia è un paese che sta invecchiando rapidamente e solo l’immigrazione ci salva dal disastro di dati ancora più fallimentari.

Ma nessuno pensa a come arginare questo fenomeno? Evidentemente no. E allora in questa ottica colpisce ancora di più la maturità di questo ragazzo/a di 16 anni nel sapere già quale sarà il proprio futuro: andarsene dalla terra natia in cerca di fortuna….

Felice Presta

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La Redazione 13 Febbraio 2023 0
BlogCultura

Vienna 15 aprile 1902: la mostra che rivoluzionò l’idea di allestimento artistico.

Può una mostra artistica, essere così innovativa da incidere nella storia e nella concezione dell’arte? Sì, se prendiamo in considerazione quella che si aprì a Vienna il 15 aprile 1902, dedicata al genio artistico di Beethoven. Lì nel padiglione a forma di tempio costruito a Karlplatz e inaugurato nel 1898, su progetto di Joseph Maria Olbricht, ebbe origine una nuova idea dell’arte e di come esporla.

DER ZEIT IHRE KUNST, DER KUNST IHRE FREIHEIT, “Al tempo la sua arte, all’arte la sua libertà” – era il motto scritto a caratteri d’oro sul frontone della struttura: un semplice cubo bianco sormontato da una cupola traforata, scandito da semplici motivi lineari che ne evidenziavano l’assetto geometrico.

Il palazzo della Secessione era distinto dagli altri edifici neobarocchi e neoromantici che caratterizzavano il paesaggio urbano di Vienna alla fine del XIX secolo. La Secessione era un’associazione fondata nella capitale asburgica nel 1897, sulla scia di analoghe iniziative sorte a Monaco (1892) e a Berlino (1893): si trattava di un gruppo eterogeneo di artisti e architetti uniti dal desiderio di rinnovamento della vita artistica ufficiale, in aperta contestazione con il pesante accademismo dell’epoca. L’opera d’arte dove diventare “totale”, diversi stili dovevano convergere nel medesimo spazio espositivo. L’innovazione più significativa della “Secession” fu proprio nella nuova progettazione dell’allestimento. A differenza di analoghi movimenti europei, quello austriaco si distinse subito per uno stile inconfondibile e ben definito. L’innovazione della mostra del 1902 era semplice: non si tratta più di allestire un semplice “set” adeguato, ma di concorrere attraverso opere molteplici alla creazione di una scenografia la statua di Beethoven realizzata dallo scultore Max Klinger e posizionata al centro del nuovo tempio, al posto dell’altare.

Olbricht aveva previsto pareti mobili e spazi trasformabili, riducendo la minimo gli elementi fissi. Fin da subito, con quella mostra e nell’organizzazione di quelle successive, fu messa in pratica la nuova concezione dell’allestimento: non più dipinti appesi alla rinfusa e in più file sulle pareti, ma un’unica sequenza di dipinti per ogni autore, ad altezza d’occhio e su sfondi adatti, in ambienti appositamente disegnati da un architetto allestitore che per l’occasione era Josep Hoffmann, molto attento alle sequenze geometriche, dove ogni elemento, seppur realizzato da artisti diversi, sembrava trovarsi al posto giusto.

Il presidente del gruppo viennese era un pittore trentacinquenne e già affermato, Gustav Klimt, il quale insieme a Hoffman sarà il principale protagonista dell’evento. La mostra del 1902 resta fondamentale nella breve e intensa, storia della Secessione. L’esperienza acquisita attraverso le decorazioni, gli arredi, l’uso dei più svariati materiali, condurrà alla fondazione della Wiener Werkstaette, un insieme di laboratori di arti applicate che apre un nuovo campo di attività, mentre la forte stilizzazione figurativa, che l’unità perseguita da Hoffmann nell’allestimento aveva fatto prevalere, si impose definitivamente come cifra dello stile secessionista.

 

Felice Presta

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La Redazione 5 Febbraio 2023 0
BlogCultura

Sull’Euro e sui dogmi di politica monetaria

Dal 2002, la maggior parte di noi europei spende una moneta, cui non corrisponde alcuno stato. Caso unico al mondo, quel che dovrebbe essere la massima espressione della sovranità, continua a non avere un sovrano. C’è un controllore, la Banca Centrale Europea, senza un contrappeso politico, altra stravaganza di una situazione dalle conseguenze imprevedibili. Il destino dell’euro come moneta orfana di un governo è scritto nel suo codice genetico. Come altre unioni monetarie del passato, quella europea è stata giustificata con ragioni tecniche, ma è basata su logiche puramente politiche. Forse ve l’hanno raccontato molte volte, ma l’euro è soprattutto un desiderio dei francesi e dell’allora presidente Mitterand, dopo la riunificazione della Germania nel 1990, che minacciava di ricreare una propria politica di potenza al centro dell’Europa, in virtù di un forza economica notevole grazie alla supremazia del marco e a un solido sistema industriale. Da qui l’idea, di proseguire in fretta e furia, verso la moneta unica nell’illusione di imbrigliare la Germania, ottenendo esattamente il risultato opposto. L’euro per i tedeschi ha avuto l’effetto di una svalutazione competitiva, consentendogli un aumento delle esportazioni e del potere decisionale attraverso la forza economica.
Senza un qualche tipo di unione politica, si è deciso di sparpagliare la sovranità monetaria a tutti, praticamente a nessuno. Anche perché, se l’euro fu fatto, in un certo senso, contro la Germania, fu con questa che si dovette discutere al momento di scrivere le nuove regole che così imposero una banca centrale unica che ricalcasse nello stile e nella mentalità la Bundesbank tedesca, senza il controllo di nessuna autorità politica.
Quello di Maastricht è un testo strano, le cui pagine riflettono appieno la genesi franco-tedesca del progetto monetario europeo. Ai principi illuministici, mutuati direttamente dal mito della rivoluzione francese, si alternano passaggi di tecnica monetaria, che risentono fortemente delle teorie di Milton Friedman e della scuola di Chicago, particolarmente in voga in certi ambienti finanziari tedeschi vicini al governo. L’idea principale risiede nel sacro terrore dell’inflazione e nella funzione deflazionistica del ruolo della Banca Centrale, il cui mandato consiste nel tenere semplicemente sotto controllo l’andamento dei prezzi. Una ferrea disciplina monetaria. Questa politica deflazionistica è troppo rigida e, soprattutto, poco compatibile con le economie dell’Europa meridionale, storicamente meno efficienti e più avvezze alle svalutazioni. Non diciamo niente di nuovo. Le unioni monetarie generano squilibri notevoli, come spiegato bene dal cosiddetto “ciclo di Frenkel”. (1) Non è chiaro fino a che punto, nella fase di gestazione dell’euro, quali fossero le posizioni nell’elites europee, al di fuori della Germania. A giudicare dalla loro condotta, l’errore è stato quello di considerare il Trattato di Maastricht come un semplice accordo politico, nella sua genesi e soprattutto nell’applicazione. Un accordo flessibile, suscettibile di ogni genere d’interpretazione, a tal punto da illudersi di poterlo aggirare. Non vi sembra il momento giusto per contestare certi dogmi?

NOTA

Il ciclo di Frenkel si compone di sette fasi.

1. All’interno di un’area valutaria vengono introdotte norme che liberalizzano la circolazione dei capitali e dunque non ci sono più vincoli protezionistici al trasferimento finanziario tra i singoli paesi.

2. Siccome i capitali circolano liberamente, inizia un afflusso di risorse dai Paesi del “centro” verso quelli della “periferia”. I paesi del “centro”, sono quelli più forti finanziariamente perché hanno svalutato il cambio entrando nell’unione valutaria (la Germania col passaggio all’euro è come se avesse “svalutato” il vecchio marco). I paesi della periferia invece, hanno dovuto rivalutare il cambio per entrare nell’area valutaria comune (es. l’Italia ha rivalutato la lira passando all’euro). Ovviamente i paese più solidi del “centro” trovano vantaggioso trasferire capitali in periferia perché i tassi di interesse di quest’ultima, sono più alti e in ogni caso si tratta di prestiti dove non c’è il rischio del cambio monetario (essendo unica la moneta, ma lo stesso discorso vale con monete diverse, ma di pari valore).

3. L’afflusso di capitali (soldi in prestito) alimenta la domanda delle famiglie e delle imprese della periferia, generando crescita dei consumi e degli investimenti. Di conseguenza aumenta il PIL e migliorano i conti pubblici perché aumenta il gettito fiscale connesso all’espansione economica.

4. L’aumento dei consumi e degli investimenti favorisce la crescita del Prodotto Interno Lordo ma anche l’inflazione (troppo credito equivale a troppa moneta in circolazione). Nell’economia periferica che cresce, aumentano i prezzi, i debiti privati, il credito al consumo e spesso aumentano i valori immobiliari. Tutta questa crescita è di fatto una “droga” somministrata dall’arrivo di capitali dal “centro” e ciò si riscontra proprio dall’aumento del debito privato che cresce più rapidamente di quello pubblico, che nella terza fase tende a diminuire.

5. Uno shock interno o esterno fa scoppiare la bolla del debito privato. Non c’è più garanzia di restituzione e a questo punto i paesi del centro bloccano i rifornimenti alla periferia. (esempio di shock la crisi dei mutui subprime negli Usa nel 2008)

6. A questo punto venendo a mancare la liquidità dal centro, si innesca un corto circuito per cui i Paesi della periferia vanno in “recessione”. Il debito pubblico aumenta e contemporaneamente calano i consumi e gli investimenti. Cala il PIL e il rapporto deficit/pil peggiora e si attuano politiche di restrizione fiscale (tagli di spesa e aumento delle tasse) che di solito, peggiorano la situazione.

7. Il peggioramento dei conti pubblici rende la situazione insostenibile per la periferia che non ha alternative se quella di sganciarsi dall’unione valutaria a meno che, gli squilibri non vengano corretti con un intervento politico (nel nostro caso le istituzioni europee)

 

Felice Presta

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La Redazione 13 Gennaio 2023 0
Cultura

Giuseppe Tucci, un grande italiano

Zaino in spalla e scarpe resistenti, così Giuseppe Tucci si avventurava sul massiccio montuoso della Majella prima di ogni viaggio che l’avrebbe portato in Asia centrale, percorrendo quelle terre che secoli prima avevano attraversato le truppe multietniche di Alessandro Magno. Era nato a Macerata il 5 giugno del 1894, in una famiglia cattolica, ma nel 1935 divenne buddista dopo il folgorante incontro con un abate di un monastero nel Tibet meridionale. A descrivere l’episodio, con toni romanzeschi è Geminello Alvi, in un brano del suo libro Uomini del Novecento: «Il primo luglio incontrarono il giovane abate d’un monastero buddhista, vestito di rosso e appena uscito da un eremo dove aveva trascorso tre anni, tre mesi e tre giorni, meditando. Tucci gli chiese di sperimentare le liturgie sottili che sommuovono l’Io, liberando attese stupefatte e pavide: l’ottenne. E vide che quanto gli uomini chiamano “Io” non è che una crosta sottile in bilico dentro un cosmo inatteso e infinito».
Tucci è stato un orientalista, poliglotta, storico delle religioni, autore di circa 360 pubblicazioni tra articoli scientifici, libri e testi divulgativi. Dopo la laurea in lettere nel 1919, presso l’Università di Roma, si dedicò agli studi orientali tra il 1925 e il 1930, quando ebbe l’opportunità di partecipare a una missione culturale in India come docente alle Università di Shantiniketan e di Calcutta. Nominato accademico d’Italia nel 1929, nel novembre dell’anno successivo fu chiamato a occupare la cattedra di Lingua e letteratura cinese a Napoli e nel 1932 passò alla Facoltà di Lettere e Filosofia a Roma, dove fu professore ordinario fino al 1969. Tucci non era il classico intellettuale che trascorreva la vita in biblioteca, ebbe tre mogli, due delle quali lo accompagnarono in alcuni viaggi. Dal 1929 al 1948 compì otto spedizioni scientifiche in Tibet e dal 1950 al 1954 sei in Nepal. Nel 1955 avviò delle spedizioni archeologiche nella valle dello swat in Pakistan, nel 1957 in Afghanistan e nel 1959 in Iran. Nelle sue esplorazioni fu sostenuto sia da un’eccezionale forza di volontà che gli consentì di superare pericoli e affrontare fatiche notevoli, sia dall’eccezionale conoscenza di molte lingue e dialetti che gli permise di stabilire un contatto diretto con le popolazione e di superare le diffidenze.

Fosco Maraini, in Segreto Tibet, scrisse che a lui e agli altri membri della spedizione del 1948 non fu permesso di entrare nella città sacra di Lhasa e che poi, solo Tucci, come buddhista, ricevette il lam-yig, l’autorizzazione al transito. Nel periodo del suo insegnamento in India, Tucci era entrato in contatto con Rabindranath Tagore, poeta, filosofo, prosatore indiano di lingua bengalese, che gli aveva presentato Gandhi. Il Mahatma, a vederlo, raccontò poi l’italiano, sembrava «insignificante, vestito di una pezza di cotone tessuta da lui medesimo, le gambe e il torso nudi, occhialuto e calvo, sgraziato nelle mosse, di scarsa se non addirittura nulla sensibilità artistica». Tagore, invece, «aristocratico» e «ieratico» gli apparve «sospettoso del prossimo avvento della tecnica» e «spirito sommamente svelto e sottile».
Eppure, queste due persone, così diverse fra loro e che gli sembrava «non si comprendessero» lo colpirono profondamente. Con Tagore, ebbe un rapporto intenso, tanto da essere affascinato della sua passione per l’Italia. Per la verità, Tagore fu anche (e non ne fece mistero) un ammiratore di Mussolini e del fascismo anche se, poi, ridimensionò la portata di talune sue dichiarazioni in proposito, dopo il 1945. In quel periodo probabilmente, Tucci conobbe il patriota bengalese Subhas Chandra Bose, perché nel 1937 in una delle varie occasioni in cui il politico venne ricevuto da Mussolini, fu lui ad accompagnarlo in udienza. In una relazione sulla missione in India, inviata il 31 marzo 1931 al ministro degli Esteri Dino Grandi, Tucci propose la creazione di un istituto culturale finalizzato finalizzato ad agevolare gli studi dei giovani indiani in Italia e presso le istituzioni italiane, a promuovere la conoscenza dell’Italia in India, a mettere in contatto studiosi con interessi affini. Mussolini, che già accarezzava l’idea di dar vita ad un istituto per le relazioni con quella parte dell’Asia, ricevette in udienza il professore e rimase d’accordo con lui che avrebbe esaminato il suo progetto quando egli fosse ritornato dal viaggio di esplorazione che si accingeva ad intraprendere nel Tibet. Rientrato in Italia nel novembre del 1931, Tucci riuscì a coinvolgere nel suo progetto il presidente dell’Accademia d’Italia, Giovanni Gentile, che nel luglio dell’anno successivo ottenne da Mussolini l’approvazione definitiva.

L’IsMEO (Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente) nacque ufficialmente, nel febbraio 1933 con presidente e Tucci uno dei due vicepresidenti (l’altro fu G. Volpi di Misurata). Mussolini il giorno dell’inaugurazione parlò di “reciproca comprensione creativa” tra l’Italia e l’oriente asiatico. A seguito del caos del dopoguerra, l’IsMeo riprese le attività solo nel 1948, sotto la presidenza di Tucci che fondò un nuovo periodico “East and West”. Fu Giulio Andreotti a fornire l’impulso decisivo per la ripresa delle attività perché comprese perfettamente il valore scientifico e culturale di quelle missioni e il ritorno d’immagine che con esse ne aveva l’Italia. Tra i due, ci fu negli anni una corrispondenza epistolare.
Tucci nel 1971 in un discorso al Campidoglio disse che “Asia ed Europa sono un tutto unico, solidale per migrazioni di popoli, vicende di conquiste, avventure di commerci, in una complicità storica che soltanto gli inesperti o gli incolti, i quali pensano che tutto il mondo concluso nell’Europa, si ostinano a ignorare”. Più tardi nel 1977, ribandendo la necessità di considerare Europa e Asia accumunati da un unico destino, dirà: “in realtà si deve parlare di un unico continente, l’Eurasiatico”.

 

Felice Presta

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La Redazione 10 Gennaio 2023 0
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BN SCL FLM FSTVL ArTelesia – Franco Francesca nuovo direttore creativo -nuova veste e premi

La macchina del Benevento social film festival è partita. Si scaldano i motori per organizzare la quindicesima edizione del festival, che si arricchisce della presenza di un direttore creativo, che affiancherà il comitato  artistico dell’Associazione Culturale Libero Teatro, capitanati da Mariella di Libero ,Antonio di Fede ,Rosa Barone  e il fondatore  del festival Francesco Tomasiello

L’eco designer  Franco Francesca sarà il “deus ex machina” della prossima edizione, lavorando come creative director in supporto agli organizzatori dell’evento, occupandosi in prima persona degli aspetti relativi alla parte visiva, partendo dalla veste grafica fino alla scelta del premio 2023, per rinnovare e rappresentare appieno l’identità del tema scelto dalla rassegna cinematografica, che quest’anno è Il Viaggio. Il direttore creativo, inoltre, si occuperà di sviluppare eventi collaterali, strategie di marketing e campagne di rebranding, esplorando in tutte le sue forme il concetto di identità e diversità, inteso come integrazione ed inclusione, concetti chiave anche dell’Agenda 2030: best practice per lo sviluppo sostenibile.

Il concorso internazionale del Cinema Sociale per registi emergenti e professionisti, Scuole e Università, evento promosso dall’Associazione Culturale Libero Teatro di Benevento, ha diffuso il nuovo bando, che si articola in quattro sezioni: Filmmaker e DivAbili; School and University, Anteprime nazionali ed internazionali e Film di animazione. Questi i temi:

  • IO MI APPARTENGO – rispetto della propria individualità, saper essere oltre ogni apparire, coltivare la propria libertà contro ogni dipendenza.
  • INTEGRAZIONE – rispetto dell’identità etnica e culturale contro ogni forma di discriminazione: beyond cultural stereotypes.
  • SUPERFICI PROFONDE – scoperta e valorizzazione del patrimonio storico-artistico dei territori.
  • CORTOMETRAGGIO – Storie di agricoltura sostenibile.
  • Nella sezione DivAbili, concorso esclusivo del Social Film Festival ArTelesia, è possibile iscrivere lavori realizzati da registi diversamente abili o che abbiano coinvolto attori diversamente abili che non devono necessariamente incentrarsi sul tema della disabilità.

Temi della sezione School and University sono:

  • L’OROLOGIO SULLE 20.30: buone pratiche per lo sviluppo sostenibile.
  • INTEGRAZIONE: rispetto dell’identità etnica e culturale contro ogni forma di discriminazione: beyond cultural stereotypes.
  • CINELIBRIAMOCI: lavori ispirati ad opere della narrativa italiana e mondiale.

Particolare attenzione sarà riservata alle opere realizzate dagli studenti con dispositivi mobili – smartphone, tablet, action camera, droni. Per tutte le categorie è comunque previsto il tema libero. Il termine ultimo per l’invio dei lavori è il 28 febbraio 2023.

Tra le novità di questa edizione, nasce il Premio Green Carpet, che renderà il festival sociale di Benevento il primo al mondo a poter vantare questa nuova sezione! In questa rinnovata prospettiva, la quindicesima edizione del Social Film Festival ripercorrerà la storia dei successi raggiunti finora, puntando su una maggiore visibilità nazionale ed internazionale, grazie agli ospiti, alle tematiche e alle nuove strategie di comunicazione, puntando i riflettori su una rassegna cinematografica made in Sannio che appare una perla rara, da tutelare e sostenere con tutti i mezzi possibili. #BSFF2023

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La Redazione 5 Gennaio 2023 0
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