Sannio Report

  • Home
  • Blog
  • Cronache
  • Categorie
    • Inchieste
    • Inchieste fotografiche
    • Cultura
    • Video
    • Documenti
    • Le Vignette
  • Contatti

Sannio Report

  • Home
  • Blog
  • Cronache
  • Categorie
    • Inchieste
    • Inchieste fotografiche
    • Cultura
    • Video
    • Documenti
    • Le Vignette
  • Contatti
  • Home
  • Blog
  • Cronache
  • Categorie
    • Inchieste
    • Inchieste fotografiche
    • Cultura
    • Video
    • Documenti
    • Le Vignette
  • Contatti

Sannio Report

Sannio Report

  • Home
  • Blog
  • Cronache
  • Categorie
    • Inchieste
    • Inchieste fotografiche
    • Cultura
    • Video
    • Documenti
    • Le Vignette
  • Contatti
Cultura
Home Cultura Pagina 13

Category: Cultura

Cultura

Il castello di Ceppaloni e Barba

Non è bastata la pioggia, non è bastato il freddo a impedire lo svolgimento dell’appuntamento culturale, svoltosi sabato nell’aula consiliare di Ceppaloni, che ha visto come protagonista la storia raccontata dal Prof E. Spagnuolo.

Un breve scorcio sui venticinque anni che hanno caratterizzato la vita del castello di Ceppaloni e Barba, gli anni che vanno dal 1113 al 1138, quelli in cui come ha detto Spagnuolo stesso, si sono succeduti tutti quegli avvenimenti che siamo abituati a vedere raccontati nei film, come eventi accaduti lontano dalle nostre terre e che invece sono successi anche qui..

È stata questa una piacevole narrazione, dal linguaggio semplice e diretto, una lezione di storia accattivante, raccontata da chi la storia la mastica quotidianamente. Non dimentichiamo infatti che E. Spagnuolo è un appassionato ed esperto di storia locale; tanti sono i suoi saggi sul Brigantaggio in Irpinia e sul Medioevo Irpino, nonché scritti a carattere religioso.

Ad impreziosire l’incontro sono intervenuti il Dott. Claudio Cataudo, sindaco di Ceppaloni, e il Dott. Alfredo Rossi, anche egli esperto di storia locale. A Rossi infatti è spettata la panoramica storica iniziale, quella che ha poi introdotto il racconto vero e proprio!

Senza la quale non sarebbe stato comunque facile riuscire ad inquadrare il periodo storico e le vicende narrate.

Al sindaco invece la parte dei saluti, quella della valorizzazione Del nostro territorio, perché laddove non c’è memoria storica, non c’è identità ; le risorse vanno riscoperte per rendere fruibili i nostri beni, anche solo come beni storici.

Al termine della serata, grazie anche agli interventi dei presenti, lo stesso sindaco ha lanciato proposte molto interessanti che l’ Associazione Blond si è impegnata a portare avanti con la collaborazione della Pro – loco del paese e di tutti coloro i quali avranno voglia di dare vita ad un nuovo evento.

Blond ringrazia coloro i quali si sono mostrati sensibili e disponibili alla realizzazione dell’evento. ma sopratutto Francesco Porcaro per la perfetta macchina organizzativa e Federico Tranfa per la grafica.

Anthonyla Bosco

IMG_4872 IMG_4876 IMG_4878 IMG_4882 IMG_4884 IMG_4885

Read More
La Redazione 10 Febbraio 2015 0
CulturaNovità

e sempre in tema di pellegrini………

IMG_4066

Read More
La Redazione 26 Gennaio 2015 0
CulturaNovità

MONOGRAFIE: NICCOLO’ FRANCO

Pochi sanno che nel Cinquecento la città di Benevento ha avuto il suo poeta “maledetto”, Niccolò Franco.

Egli nacque nel capoluogo sannita il 13 settembre 1515, da una famiglia di umili origini. Nella città natia trascorse soltanto gli anni  dell’infanzia e della gioventù, in cui intraprese gli studi letterari presso la scuola del fratello Vincenzo. Fin dall’inizio, rivelò il suo disprezzo verso lo stile petrarchista e classicista allora in voga, i cui massimi esponenti erano Pietro Bembo, Ludovico Ariosto, Baldassarre Castiglione e monsignor Giovanni Della Casa, preferendo la letteratura triviale, erotica e popolaresca di Marziale, Petronio, Catullo, e di altri autori più recenti quali Francesco Berni, Luigi Pulci e il Ruzzante, da lui considerati suoi maestri.

Nel 1534 si trasferì a Napoli, dove iniziò a studiare Legge e conobbe l’insigne giurista Bartolomeo Camerario, suo concittadino. In quegli anni, scrisse una raccolta di epigrammi latini (Hisabella, 1535) dedicata ad Isabella di Capua, moglie del viceré Ferrante I Gonzaga.

La sua opera non ebbe molto successo, quindi nel 1536 decise di spostarsi a Venezia, presso la casa  di Benedetto Agnelli, oratore del duca di Mantova, che lo introdusse nel “bel mondo” della città lagunare; nel mese di agosto pubblicò il poemetto in ottave Tempio d’Amore, in onore delle gentildonne veneziane, ma in realtà era un plagio di un’operetta scritta dal poeta napoletano Capanio.

Caduto in miseria, nel 1537 fu accolto dal letterato Pietro Aretino che lo nominò suo segretario personale, ed insieme, grazie ad una proficua attività giornalistica, cominciarono a diffondere notizie piuttosto scomode e compromettenti su attività illecite commesse da alcuni potenti signori di Venezia.

Questo sodalizio durò fino a quando Franco decise di mettersi in proprio, suscitando l’ira  dell’Aretino che lo cacciò di casa. Di tutta risposta, l’autore beneventano in ben due scritti, nelle Pistule Vulgari del 1538 e nei Dialoghi Piacevoli del 1539, lanciava ben chiari messaggi di odio verso il suo vecchio protettore.

La tensione si acuì talmente tra i due che Ambrogio Eusebi, amico fraterno dell’Aretino, stanco delle provocazioni e delle dure invettive di Franco, gli sfregiò il volto. L’episodio increscioso lo convinse a cambiare città, peregrinando tra gli Stati italiani e ponendosi al servizio di vari ed influenti signori.

Soggiornò a Casale Monferrato, dove fondò l’ “Accademia degli Argonauti” e continuò la polemica contro Aretino, dedicandogli sonetti dai contenuti gravemente offensivi, e nel 1546 pubblicò la sua opera più famosa, la Priapea, caratterizzata da un linguaggio violentemente osceno e volgare; appartiene al periodo piemontese anche la stesura del Dialogo delle Bellezze del 1542, che fu una sorta di esaltazione delle donne della città. Il periodo successivo fece tappa a Mantova, Cosenza e Napoli; pubblicò ancora altri componimenti, ma non ebbe successo.

Nel 1558 giunse a Roma: anche qui si mise al servizio di potenti aristocratici continuando la sua attività letteraria e giornalistica. Il suo arrivo fu funestato però da un arresto; infatti a Roma ritrovò il suo vecchio amico Bartolomeo Camerario, che allora ricopriva la carica di commissario generale per l’Annona, ed insieme furono incriminati per  essersi appropriati illecitamente di fondi pubblici. L’accusa gli costò l’incarcerazione per 8 mesi, dove fu liberato solo dopo l’intervento del duca di Paliano, Giovanni Carafa. In questo caso gli era stata utile la fitta rete di conoscenze di cui poteva disporre, che non escludeva tra l’altro la frequentazione di delinquenti comuni, ubriaconi e donne di malaffare.

A Roma entrò in contatto con il procuratore fiscale apostolico Alessandro Pallantieri, ostile alla fazione della famiglia Carafa. Pallantieri commissionò a Franco un libello diffamatorio ed alcune pasquinate indirizzate al papa Paolo IV Gian Pietro Carafa, che contribuirono ad inimicarsi per sempre quel potente clan.

Non a caso, dopo alterne e complicate vicende, dopo l’elezione al soglio pontificio del cardinale Giovanni Ghisleri con il nome di Pio V (1566), sostenuto da quella influente famiglia, Franco fu accusato di aver avuto un ruolo importante nelle vicende che portarono all’ingiusta condanna del cardinale Carlo Carafa; infatti nella sua casa furono ritrovati documenti e scritti compromettenti.

Incarcerato e torturato dal Tribunale dell’Inquisizione in piena Controriforma, gli fu data la possibilità di ritrattare e di fare i nomi dei suoi complici, ma preferì non pentirsi, anche perché aveva sempre nutrito odio verso la figura del papa e la Chiesa cattolica; non a caso, in precedenza, aveva avuto contatti con i protestanti e con alti prelati sospetti di eresia e di filo-luteranesimo, tra cui il cardinale Giovanni Morone. Niccolò Franco fu condannato a morte e impiccato a Roma l’11 marzo 1570 presso Ponte S. Angelo.

Il poeta beneventano va senz’altro accostato ad altri spiriti tormentati e dalla vita burrascosa del Cinquecento, come Tommaso Campanella, Giordano Bruno ed il Caravaggio, uomini figli di un’epoca  segnata da una grande crisi di coscienza creatasi con l’avvento del Protestantesimo e che produsse la fine dell’unità religiosa e morale dell’Europa cristiana.

A Niccolò Franco è stata intitolata una piccola strada nel centro storico di Benevento.

Francesco Pio Meola

 

Read More
La Redazione 22 Gennaio 2015 0
CulturaNovità

MONOGRAFIE: Arturo Bocchini il “viceduce”

Arturo Bocchini, il “viceduce”

 

Un celebre personaggio legato alla nostra terra, finito nella damnatio memoriae per essere stato il “numero 2” del regime fascista, fu senz’altro Arturo Bocchini.

Egli nacque a S. Giorgio La Montagna (l’odierna S.Giorgio del Sannio), il 12 febbraio 1880 da una famiglia nobile locale. Il padre Ciriaco, proprietario terriero, era un notabile ed esercitava la professione di medico, mentre la madre, Concetta Padiglione, proveniva da una famiglia della piccola nobiltà napoletana; Arturo era l’ultimo di otto figli. La famiglia Bocchini, tra le più illustri del paese, viveva nella parte più alta e antica, situata sul colle detto “dei Marzani”.

Dopo gli anni giovanili trascorsi nell’agiatezza e nella riservatezza familiare, ottenne la maturità classica a Benevento, e successivamente si iscrisse all’università, presso la facoltà di Giurisprudenza della “Federico II” di Napoli, dove si laureò il 22 luglio 1902. Tornato in paese dopo aver terminato gli studi, decise di fare carriera nel Ministero dell’Interno; infatti dopo un anno divenne consigliere di Prefettura, ottenendo incarichi presso le province di Perugia, Firenze, Rovigo, Brescia e Messina. Nel 1914 fu trasferito a Roma, dove divenne capo sezione della Polizia di Stato. Negli anni romani, ebbe l’occasione di conoscere da vicino politici importanti ed altri personaggi molto influenti; tra l’altro fece parte della delegazione che accompagnò l’allora primo ministro Vittorio Emanuele Orlando alla Conferenza di Versailles del 1919, all’indomani del primo conflitto mondiale.

Con la fine dell’Italia liberale, e l’ascesa al potere di Benito Mussolini il 28 ottobre 1922 in seguito alla “Marcia su Roma”, Bocchini, da buon burocrate, rimase piuttosto nell’ombra, aspettando i successivi sviluppi.

Nel frattempo, il 30 dicembre di quello stesso anno fu nominato prefetto di Brescia, dove conobbe Augusto Turati, il futuro segretario del PNF (Partito Nazionale Fascista); in quel periodo, visto anche il tranquillo consolidarsi del potere di Mussolini, aderì ufficialmente al fascismo.

Il 16 dicembre 1923 divenne prefetto di Bologna, una città tradizionalmente socialista e di sinistra, dove però i gruppi fascisti erano ben coordinati da Leandro Arpinati, ex militante anarchico. Egli però nutriva disprezzo e odio verso Bocchini, in quanto quest’ultimo era contrario alle incursioni squadriste, e cercò di contrastare in ogni modo la sua attività. Nonostante questi problemi, poté contare sulla stima dell’emiliano Dino Grandi.

Il 12 ottobre 1925 fu trasferito a Genova, altra città notoriamente di sinistra, dove Bocchini si distinse nel contrasto alla lotta contro i sindacati marittimi e gli stessi gruppi fascisti squadristi, ed ebbe il massimo sostegno dell’allora ministro dell’Interno Luigi Federzoni.

La massima stima del capo del Viminale e l’efficienza mostrata nelle “città rosse”, convinsero Mussolini il 13 settembre 1926 a nominarlo al vertice supremo della Polizia, al posto di Francesco Crispo Moncada, accusato di non aver saputo prevenire ben tre attentati contro il Duce avvenuti tutti nel giro di un anno. Don Arturo accumulò così un potere enorme, fiero nel difendere le prerogative dello Stato contro le ingerenze del  Partito, tanto da essere soprannominato il “viceduce”.                                                                                                                                                         Con l’ennesimo attentato alla vita di Mussolini, stavolta ad opera del giovanissmo anarchico bolognese Anteo Zamboni, avvenuto il 31 ottobre 1926, Bocchini decise di costituire un’imponente   squadra composta da ben 500 uomini, che avrebbe dovuto provvedere alla sicurezza del Duce; ne facevano parte poliziotti, carabinieri e gendarmi dell’MVSN (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale). Successivamente furono creati gli “Ispettorati Speciali”, i primi nuclei della polizia segreta che avrebbero dato vita all’OVRA.  

Tornava sempre più sporadicamente a S. Giorgio, al massimo due o tre volte all’anno, giusto per rilassarsi dalle fatiche lavorative; ossessionato dal mito della sicurezza, chiamò la sua villa Securitas, una splendida residenza che comprendeva anche una piscina, che attualmente,dopo molti anni di abbandono, è stata acquistata dal Comune, ed è diventata pubblica. Le sue grandi passioni erano la buona tavola, le belle donne (non si era ancora sposato) e stare in compagnia. I compaesani, soprattutto quelli più poveri, aspettavano con ansia i rientri del loro celebre conterraneo, in quanto egli spesso distribuiva loro soldi con larga generosità. Nel 1929, stanco di essere etichettato come “montanaro”, dal nome del paese natio, chiese ed ottenne dal governo di far mutare la denominazione del suo luogo d’origine in San Giorgio del Sannio.

Convinto di dover rafforzare ulteriormente la difesa dello Stato fascista, in primis dai nemici esterni e  poi da quelli interni, Bocchini istituì nel 1930 l’OVRA, la famigerata polizia segreta del regime. L’origine di questa sigla è tuttora avvolta nel mistero: è stato osservato che il termine avesse avuto una voluta  assonanza con “piovra”, o con “Ochrana”, la polizia segreta della Russia zarista; per alcuni si tratterebbe di un’errata trascrizione, per altri invece, sarebbe l’acronimo di “Organizzazione di Vigilanza e Repressione dell’Antifascismo”, o qualcosa di simile. L’OVRA era formata da una capillare rete di informatori dispiegata sia in Italia che all’estero, ed era ispirata alla Čeka sovietica.

I rari soggiorni a S. Giorgio del Sannio erano stati per un paio di volte occasione di due importanti visite ufficiali:  furono ospitati nel 1932 presso Villa Securitas il Principe di Piemonte Umberto di Savoia, e nel 1938 il suo omologo tedesco Heinrich Himmler, il capo delle SS, il quale nutriva una profonda stima verso Bocchini, tanto da definirlo il suo “maestro”(anche se il sangiorgese non ricambiava totalmente, e soprattutto era alieno dal fanatismo del comandante nazista). Nel 1937 la villa avrebbe dovuto ospitare Benito Mussolini, ma un inatteso imprevisto impedì la visita.

Arturo Bocchini morì il 20 novembre 1940 a Roma, poco dopo lo scoppio della guerra (verso la quale aveva nutrito parecchi dubbi, ma si mantenne comunque fedele al Duce). Le cause della morte sembrano essere state dovute agli eccessi dello stress e della vita gaudente che conduceva. Accettò di sposare in articulo mortis la signorina Maria Gabriella De Lieto Vollaro (di molti anni più giovane di lui); inoltre morì da buon cristiano ottenendo la benedizione di un vescovo che lo assistette in quei momenti drammatici. La sua agonia durò per ben due giorni. I medici che lo avevano seguito dichiararono che il decesso era stato causato da un ictus cerebrale. Per la verità sulla morte sono state fatte alcune insinuazioni: membri della sua famiglia, anche a distanza di anni, non hanno escluso che fosse stato avvelenato per ordine di alcuni gerarchi contrari alla sua condotta moderata; qualcuno invece ha addirittura pensato che fosse stato ucciso dagli antifascisti. In realtà l’ipotesi dell’avvelenamento non ha mai avuto alcuna prova o riscontro.

I funerali si tennero a Roma il 22 novembre; tra i partecipanti, anche i nazisti Himmler e Reinhard Heydrich. La salma fu successivamente trasportata nel paese natio per i secondi funerali che furono celebrati due giorni dopo nella Chiesa  Madre di S. Giorgio Martire.

Il Capo della Polizia lasciò un testamento in cui richiese espressamente che sia la casa paterna che lo chalet di Villa Securitas fossero in futuro adibiti a luoghi di studio e formazione, ma l’incuria degli uomini ha puntualmente disatteso questa volontà.

Il suo corpo riposa nella cappella di famiglia del cimitero dei Marzani a S.Giorgio del Sannio, nei pressi della chiesa dedicata a S. Rocco; sulla sua lapide c’è scritto:“Ad Arturo Bocchini, Cav. Dell’Ordine di Savoia, Senatore del Regno, Capo della Polizia/ In tempi difficili e duri fece tutto il bene ed il minor male possibile.”.

Francesco Pio Meola

Read More
La Redazione 10 Gennaio 2015 0
CulturaNovità

CIAO PINO

Ha cantato la sua Napoli in mille modi e ha lanciato gridi di allarme per quello che vedeva e per come era cambiata la sua città dalla giovinezza alla maturità. Ha cantato dell’amore, ha fatto sentire l’odore dei vicoli napoletani, dei bassi, delle donne napoletane, delle matrone. Ha cantato delle mille facce, belle e brutte, di una città, della sua città, in un misto di immenso amore e di odio per ciò che vedeva. Più di qualsiasi altro cantante partenopeo, Pino Daniele era Napoli. La Napoli sotterranea, la Napoli che i turisti non vedono e che anche gli stessi napoletani, molto spesso, non vogliono vedere. La Napoli degli “scugnizzi”, dei panni stessi, delle grida, delle moto e motorini che scorrazzano nei vicoli, della politica che non gli piaceva (questa Lega è una vergogna). Con una chitarra modificata, da lui stesso,  che solo nelle sue mani poteva suonare producendo note al di fuori di ogni schema, una chitarra “calda”, non una semplice chitarra, ma uno strumento per raggiungere i cuori di chi ha conosciuto e apprezzato un musicista unico nel suo genere,  e con una voce in falsetto ha saputo raccontare meglio di tanti scrittori i volti di una città…. Questo era Pino Daniele (e molto altro) e cosi vogliamo ricordarlo fermo restando che i “grandi” non muoiono mai.

Felice Presta

pinodaniele

 

Read More
La Redazione 9 Gennaio 2015 0
CulturaNovità

Le janare di Benevento: la verità storica alla base della leggenda

Anno del Signore 570, Benevento. Anzi Ducato Longobardo di Benevento.
Non è trascorso più di un anno da quando i Longobardi hanno iniziato la loro discesa conquistatrice in Italia guidati da Alboino, che il condottiero Zottone insediatosi in una parte del Meridione d’Italia ha fondato un ducato con capitale la città sannita.
Si sono formalmente convertiti al Cristianesimo, mossa più politica che di reale devozione religiosa, per mantenere buoni rapporti con la popolazione della Penisola nei territori da loro conquistati (ricordiamo che, pur essendo vincitori, erano comunque in numero decisamente minore rispetto ai vinti) e soprattutto per non fornire pretesti “evangelizzatori”a Bisanzio, sempre pronta a tentare di riconquistare l’Italia nel vano tentativo di dare nuovamente vita a un impero romano anche in Occidente.
Ma nonostante tutto i preesistenti culti pagani continuavano a proliferare tra la popolazione longobarda, un culto in particolare, che riguarda da vicino la città di Benevento e tutta la sua storia e il suo patrimonio leggendario che ha segnato il centro in età medievale e moderna.
Parliamo del culto della vipera a due teste: i migliori guerrieri del ducato periodicamente si riunivano intorno ad un albero di noce lungo le rive del fiume Sabato e in presenza di questo simulacro d’oro gareggiavano in un rituale molto particolare, quasi un torneo, infatti veniva appesa all’albero una pelle o una carcassa d’animale e i contendenti dovevano strapparne un pezzo con la lancia o la spada mentre galoppavano velocemente e mangiarlo crudo.
L’adorazione di un idolo in forma di serpente non era nuovo nella città di Benevento, infatti in età domizianea era stato introdotto dall’imperatore il culto della dea egizia Iside, di cui ci rimangono notevoli testimonianze scritte, ma soprattutto archeologiche, con numerose statue provenienti dall’Iseo probabilmente da localizzarsi nei pressi del convento di Sant’Agostino, e uno dei simboli pertinenti a questa divinità è proprio la vipera, o comunque il serpente.

Cista proveniente dall'Iseo di Benevento con la vipera raffigurata sul coperchio

Cista proveniente dall’Iseo di Benevento con la vipera raffigurata sul coperchio

Inoltre è molto probabile che ancora in età preromana nei boschi o nelle campagne beneventane si praticassero dei culti misterici dedicati alla dea delle selve e della notte Jana, che poi in epoca romana è stata associata a Diana, con connotati tanto positivi, quanto negativi e malefici: questi rituali erano praticati di notte e avevano una forte connotazione magica, che con molta facilità può essere stata assorbita e fusa nel culto esoterico di Iside.
Insomma possiamo affermare che quando i longobardi giunsero in riva ai fiumi Sabato e Calore trovarono sicuramente un terreno fertile ai loro ancestrali rituali pagani, che bene si conciliavano con queste preesistenze cultuali.
Questo rappresentava un problema per la religione Cristiana, contraria ad ogni forma di idolatria e tesa, soprattutto in quegli anni difficili, ad una opera evangelizzatrice di grande portata, dato che vedeva minata la sua stabilità da queste forme di spiritualità che rischiavano di avere grande presa sugli strati anche bassi della popolazione.
In questo contesto si inserisce l’opera di proselitismo di un grande santo beneventano, San Barbato.
Nato nei primi anni del 600 d.C, molto probabilmente a Castelvenere: cominciò la sua attività pastorale a Morcone, da cui fu costretto ad allontanarsi, pare per calunnie mosse nei suoi confronti. Intorno al 660 era però a Benevento, governata dal duca Grimoaldo.
Cominciò subito la sua battaglia per convertire definitivamente al cristianesimo i longobardi, ma con scarso successo.
Almeno fino al 662.
In quell’anno Grimoaldo partì per Pavia, dove si stava svolgendo una lotta per il trono di quel ducato del nord Italia e lasciò il trono beneventano al figlio Romualdo.
L’anno successivo l’imperatore bizantino Costante II decise di muovere guerra in Italia, per mettere fine al dominio longobardo. Per fare ciò aveva bisogno di un alleato che tenesse occupati i longobardi del nord della Penisola, mentre lui avrebbe attaccato il ducato meridionale di Benevento, e lo trovò nei Franchi. Costante sbarcò a Taranto e iniziò la sua avanzata nel ducato di Benevento, trovando poca resistenza: i successi militari del sovrano bizantino indussero Romualdo a chiedere l’aiuto di suo padre, che però, fino a quando non avesse sconfitto i Franchi, non avrebbe potuto intervenire al fianco del figlio.
Un’occasione migliore non poteva presentarsi a Barbato. Approfittando della precarietà della situazione militare del duca longobardo, propose un patto sacro a Romualdo: se questi avesse accettato di convertirsi insieme al suo popolo alla religione cristiana, il futuro vescovo avrebbe pregato e chiesto intercessione divina in quella battaglia che si presentava impari.
Romualdo forse non accettò subito il patto, ma, si narra nella Vita Barbati Episcopi Beneventani un testo anonimo di IX-X secolo, che durante la battaglia definitiva la Madonna apparve al giovane duca che, anche grazie all’aiuto militare del padre che riuscì a giungere in suo soccorso, sconfisse Costante II e accettò di convertirsi al Cristianesimo.
Barbato aveva compiuto la sua missione e nello stesso anno fu eletto per acclamazione popolare vescovo della diocesi di Benevento, che provvide subito a riorganizzare dopo quasi un secolo di disordine dovuto al dominio longobardo.
Ma prima ancora si recò con il sovrano lungo il fiume Sabato e abbatté il famoso noce ove si tenevano i rituali pagani e in suo luogo fece erigere la Chiesa di Santa Maria in Voto, in onore della Madonna che aveva propiziato la vittoria.
Romualdo invece donò al vescovo il simulacro aureo che rappresentava la vipera a due teste perché fosse fuso per ottenerne un calice e altre suppellettili per la chiesa.
Barbato fu vescovo per 19 anni, partecipò al concilio romano indetto da Sant’Agatone papa nel 680 e morì nel 682.

San Barbato che abbatte il noce in un'incisione del '700

San Barbato che abbatte il noce in un’incisione del ‘700

Ma quegli antichi culti pagani non erano stati definitivamente estirpati e la loro carica misterica non era sopita.
Infatti pochi anni dopo e per tutta l’età medievale, secondo le leggende, ma anche secondo fonti letterarie autorevoli, si narra che periodicamente delle donne si riunissero intorno a un albero di noce, forse lo stesso abbattuto da Barbato e magicamente rinato nello stesso posto, lungo le rive del Sabato, in un luogo chiamato Ripa delle Janare, per dei rituali di stregoneria, i sabba, che in molti aspetti erano debitori di quelle antiche pratiche religiose e anche il nome con cui erano conosciute le streghe, janare, può avere origine da quello delle sacerdotesse di Jana/Diana. Il luogo preciso dei malefici consessi non si conosce con precisione; nei secoli sono state avanzate varie ipotesi circa l’ubicazione, ma non si può dire di avere una documentazione concorde, che ha condotto sempre le ricerche e le indagini a non identificarlo.
Benevento divenne la città delle streghe, che da ogni parte d’Europa volavano nei cieli notturni per trovarsi all’ombra del noce; e a nulla valsero i processi di stregoneria (purtroppo non si ha notazione precisa per la distruzione di considerevoli parti dell’archivio arcivescovile di Benevento sia nel 1860 che durante il secondo conflitto mondiale, ma pare che ammontassero a circa 200), le persecuzioni e i periodici abbattimenti del noce, perché i sabba continuavano a tenersi e l’albero continuava ricrescere per gli influssi della magia nera delle janare.

000 CI cieli d’Europa continuavano a risuonare della malefica formula magica che le streghe usavano per propiziare i loro incontri:
“unguento unguento,
mandame alla noce di Benevento,
supra acqua et supra vento,
et supra ad omne maltempo”.
Ciò pare sia durato non solo per tutto il medioevo ma anche nei secoli a venire.

E non c’è da stupirsi se qualcuno, vuoi per suggestione, vuoi per chissà quale altro motivo, è disposto a giurare di vedere ancora, nelle notti tempestose e senza luna, donne invasate che danzano il loro sabba lungo le rive del Sabato, precisamente alla Ripa delle Janare.

Carmine De Mizio

Read More
La Redazione 7 Gennaio 2015 0
Cultura

Le feste rubate

Anche Capodanno è passato e con esso anche le ultime polemiche legate a queste feste natalizie che di natalizio hanno avuto ben poco.

Potremmo iniziare parlando delle luci natalizie in mezzo al Corso,con note musicali posizionate insieme a tre strumenti musicali,pagate a caro prezzo che non hanno riscaldato mai, almeno per la maggior parte, il cuore dei beneventani.

Per non parlare poi degli ostacoli incontrati dalla Camera di Commercio per installare luci su tre viali della città,viale  Mellusi, viale Principe di Napoli e via Napoli ,che avrebbero dovuto dare un senso anche al resto della città, che non sia sempre e solo il corso Garibaldi.

Potremmo anche accennare al fatto che la potatura tardiva degli alberi al rione Ferrovia abbiano causato un piccolo inconveniente a tal proposito, perché su uno di due lati del viale le luci erano sepolte dai manti degli alberi cresciuti oltremisura.

Possiamo  poi continuare con le iniziative natalizie quali le casette montate dalla Valisannio e smontate prima di Capodanno, con i soliti (perché ci sono tutto l’anno) mercatini in via Traiano denominati, solo per dare un senso, “mercatini di Natale”, con i giocolieri e gli artisti di strada, che ogni tanto sono apparsi al corso Garibaldi in qualche sporadica, quindi pressoché inutile, esibizione.

Fino ad arrivare al clou del megaconcerto programmato dall’amministrazione comunale per festeggiare il Capodanno in piazza Castello dove, secondo il sindaco Fausto Pepe, si sarebbero dovute accalcare migliaia di persone per festeggiare tutti insieme. Cosa che in realtà non è avvenuta. Per onor di cronaca vuoi per le defezioni degli artisti, vuoi per il maltempo ma far suonare davanti a venti persone un gruppo per 30/40 minuti che senso ha avuto? Non era meglio rimandarlo del tutto?

E vogliamo parlare del Concerto di Capodanno e delle polemiche, giuste, messe in campo dal Maestro Quadrini?

Ma forse nella sua “visione” il sindaco Fausto Pepe, nella conferenza stampa del 29 dicembre, aveva in mente la descrizione di un’altra città, anche perché, come sempre, alle belle parole e ai buoni propositi in questi ultimi anni, non sono mai seguiti i fatti.

Rimane una “perla” luccicante e solitaria quella manifestazione ideata da Luca Aquino, RIVERBERI, che ha illuminato, sia pure per sole due ore, il cuore di tutti quelli che hanno avuto la fortuna di assistervi e presumiamo, anche quello di tutti gli artisti che hanno partecipato.

Rimangono i simboli classici, il Natale in famiglia, i pranzi e le cene e lo scambio di auguri da fare rigorosamente in famiglia o con gli amici. Per il resto….il nulla.

Lo scorso anno parlai di Natale rubato….adesso hanno rubato tutte le feste.

Auguri di Buon Anno.

Felice Presta IMG_6821

Read More
La Redazione 2 Gennaio 2015 0
Cultura

MEDICI DEL SORRISO

Sorrisi ed emozione in corsia
Grande “successo umano” per l’iniziativa “Medici del sorriso” tenutasi domenica 20 dicembre presso il Presidio ospedaliero “G. Rummo” di Benevento.

Il nutrito gruppo di volontari di Libero Teatro e dei giovani delle ACLI, ha “visitato” e curato con la terapia del sorriso i pazienti di cinque reparti .

In ogni corsia, in ogni camera sono entrati con la stessa carica umana e lo stesso entusiasmo che nasce dal desiderio di donare un po’ di sé alle persone ricoverate.

E se in Ostetricia e ginecologia dove molti bambini erano nati da poche ore e lì , “Più Natale di così !” non è stato difficile far sorridere o ridere di cuore, anche in Chirurgia d’urgenza e Oncologia, dove il Natale viene trascorso con  tristezza e dolore, hanno trovato il modo per lasciare trasparire un  sorriso di speranza  e un grazie a coloro che sanno offrire un gesto  semplice di amore verso il prossimo.

Sotto l’albero della Pediatria sono stati lasciati i giocattoli donati dai bambini di Libero teatro e ai piccoli, per fortuna pochi pazienti i giovani delle ACLI hanno regalato simpatici oggetti.

I volontari sono allievi del laboratorio Libero Teatro, avvocati , professori universitari, studenti di medicina, tutti disposti a travestirsi e trasformarsi, a fingersi fantomatici medici  con repertori canori, teatrali e coreografici nati all’impronta solo per divertire.

Alla guida del gruppo, il mattatore Marvin Tomasiello, ormai esperto in quel difficile gioco che è l’improvvisazione mai improvvisata perché nutrita di percorsi di teatro e di vita, così  capace di galvanizzare i gruppi e di catalizzare con originale carica umoristica i pazienti, che spesso diventano loro stessi attori sul grande palcoscenico della vita.

In attesa della prossima “visita” dei “Medici del Sorriso” presso La Fondazione Maugeri il 4 gennaio 2015, Libero Teatro anche quest’anno propone l’iniziativa “Aggiungi un posto a tavola”. Ogni membro dell’Associazione aggiungerà una sedia alla tavola delle feste natalizie per accogliere persone sole o che vivano in condizioni di temporaneo o permanente disagio. Chiunque voglia trascorrere con noi “attori filantropi in questa distratta società” qualche ora in lieta armonia, potrà farlo telefonando ai numeri 320 35 41 913 , 393 2102 565o   scrivendo una e- mail a liberteatro@libero.it o sulla pagina di facebook libero teatro.

20141221_152241 20141221_16210020141221_152612

Read More
La Redazione 22 Dicembre 2014 0
Cultura

Il ratto di Europa e il cratere di Assteas

Sant’Agata de’ Goti, provincia di Benevento, anni ’70. Precisamente 1973.

Nelle campagne dell’antica Saticula un personaggio, un contadino della zona (non una banda organizzata, non un “professionista” dell’arte dell’usare violenza verso il Patrimonio artistico del nostro Paese) trova nelle sue terre un bellissimo vaso in una tomba sannitica.

Apprezzò molto questo oggetto e la sua bellezza, tanto da farsi fotografare con esso.

Almeno inizialmente.

Passa qualche anno e il signore, con vicende molto poco chiare, riuscì a contattare un antiquario a cui presentò questo cratere (un vaso che serviva a mescolare il vino con le varie spezie, secondo il rituale del simposio greco) e probabilmente amò ancora di più quest’opera quando riuscì a venderla per un milione di vecchie lire e, pare, un maialino.

E, con grande amore per l’arte, la storia e per la salvaguardia e la valorizzazione del territorio, il caro antiquario pensò bene di concludere quello che, con molta probabilità, fu il più grande affare della sua vita.

Nientemeno che con il Paul Getty Museum di Malibu, nel 1981, che lo acquistò per la cifra di 380.000 dollari.

Il vaso finì in California, con altrettanta premura, da parte dei dirigenti del museo, per questo che rappresenta un tassello importante dell’antica storia del Sannio e dell’arte magnogreca.

Questa, che sembra una storia inventata, un buono spunto per un “poliziesco archeologico” purtroppo è la triste (fino a questo punto del racconto) verità.

In tutti i romanzi ci sono personaggi buoni e talvolta, per fortuna, anche nella vita reale accade che l’antagonista o gli antagonisti vengano sconfitti da quella che Manzoni chiamerebbe “Provvidenza”.

La Provvidenza del nostro racconto ha un nome diverso, si chiama Comando dei Carabinieri Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale, che nel 2007, dopo lunghe e accurate indagini, sono riusciti a ricostruire la storia del vaso (anche grazie alla foto scattata dal contadino) e a ottenerne la restituzione per essere esposto nel Museo Archeologico Nazionale di Paestum.

L’opera

Il vaso è un cratere a calice decorato a figure rosse, alto più di 70 cm e con un diametro di 60 cm, che poggia su un piede a tromba rovesciata collegata al vaso da un echino molto pronunciato.

Deve il suo nome,” Cratere con ratto di Europa”, dalla scena raffigurata sul lato principale. Il mito narra di una bellissima fanciulla, Europa, figlia del re fenicio Agenore e di Telefassa, che spesso si recava con amiche e ancelle sulle rive del mare; un giorno Zeus la vide dall’alto e se ne innamorò perdutamente. Allora decise di scendere sulla terra e, per non terrorizzare la fanciulla, prese le sembianze di un bellissimo toro bianco e cominciò a pascolare vicino alla giovane, la quale, attratta dall’eleganza dell’animale e vedendolo mansueto, prese ad accarezzarlo, finché, quasi per gioco, gli salì in groppa; allora il toro si mise a correre all’impazzata verso il mare e una volta raggiunte le rive riuscì a galoppare sopra l’acqua, finché giunse sull’isola di Creta, si fermò all’ombra di un albero e, riprese le sue vere sembianze, Zeus si unì alla giovane Europa, che così generò Minosse, Radamanto e Sarpedonte.

Sul cratere in modo particolarissimo è raffigurata una fanciulla dai lunghi capelli sciolti, Europa appunto, dalla veste riccamente ricamata come richiede il suo rango, che con la mano sinistra trattiene il velo, mosso dal vento e con l’altra si aggrappa al corno del toro sovradipinto di bianco, sotto le cui zampe stanno Scilla e Tritone insieme a pesci e ad animali marini, che rappresentano metaforicamente il mare che Zeus sta attraversando. Sulla testa di Europa vola un erote, Pothos, il desiderio erotico, base fondamentale di tutta la vicenda mitica, che sparge profumi con un ramo da una coppetta che porta in mano.

In alto ai lati vi sono due scomparti, ognuno raffigurante tre personaggi: a sinistra Zeus (in forma antropomorfa), la personificazione di Creta e Hermes, che forse rappresentano il momento successivo al rapimento, quando il viaggio è terminato (e questo spiegherebbe la figura di Hermes, protettore dei viaggiatori), Zeus è giunto a Creta e ha ormai assunto le sue sembianze; a destra vi sono invece Eros, Adone e Afrodite, figure che in vario modo indicano l’amore.

Il toro, pur procedendo verso sinistra, ha lo sguardo rivolto verso lo spettatore, mentre Europa guarda davanti a sé, non si volge indietro a cercare aiuto, è ormai sedotta dal dio, e il suo sguardo è rivolto verso Creta, che si affaccia dal riquadro davanti a lei, riccamente abbigliata e ingioiellata, a indicare metaforicamente il futuro di regina che aspetta la giovane.

La scena è racchiusa all’interno di una fascetta di forma grossomodo pentagonale risparmiata dalla verniciatura e le figure sono facilmente riconoscibili dai nomi graffiti accanto dopo la cottura.

Il vaso purtroppo è conosciuto isolato dal contesto originale da cui proveniva, ovvero una necropoli sannitica, ma comunque ci offre spunti di riflessione molto importanti: primo fra tutti la firma che porta, quella di un importantissimo ceramografo pestano di IV secolo a.C, Assteas, di cui si conoscono altre opere che portano la sua firma oltre a numerosi altri vasi attribuiti a lui o alla sua officina, in un arco di tempo che va dal V al III a.C, ovvero prima, durante e dopo il periodo in cui Assteas stesso ha operato, opere conservate in numerosi musei in tutto il mondo e soprattutto nel Museo Archeologico Nazionale di Paestum.

Questa esposizione rappresenta il primo passo verso il coronamento definitivo di un desiderio a lungo espresso, quello di vedere finalmente nel suo luogo di ritrovamento la meravigliosa opera d’arte: infatti alla fine della mostra il vaso sarà trasferito definitivamente all’interno del Museo Archeologico Nazionale del Sannio Caudino e di Montesarchio, davvero un motivo di gioia per il territorio, che vede finalmente tornare un pezzo importante della sua storia.

Dal 18 dicembre 2014 il vaso è tornato a Sant’Agata de’ Goti, per una mostra di 6 mesi, ovvero fino al 17 maggio 2015, all’interno della Chiesa di San Francesco, dal nome “L’oggetto del desiderio. Europa torna a Sant’Agata”: l’iniziativa è stata possibile grazie alla collaborazione tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta e il Comune di Sant’Agata de’ Goti.

Questa esposizione rappresenta il primo passo verso il coronamento definitivo di un desiderio a lungo espresso, quello di vedere finalmente nel suo luogo di ritrovamento la meravigliosa opera d’arte: infatti alla fine della mostra il vaso sarà trasferito definitivamente all’interno del Museo Archeologico Nazionale del Sannio Caudino e di Montesarchio, davvero un motivo di gioia per il territorio, che vede finalmente tornare un pezzo importante della sua storia.

Carmine De Mizio

vaso2europazeus1

Read More
La Redazione 22 Dicembre 2014 0
CronacheCultura

C’ era una volta … Santi Quaranta

C’era una volta e adesso non si sa, nelle vicinanze della Chiesa della Madonna delle Grazie un complesso monumentale, intitolato “Santi Quaranta” dalla dedica ai Quaranta Martiri di Sebaste della Chiesa in esso impiantata, probabilmente tra il 1119-1180. Di questo gioiello locale molto poco si sa.

La datazione inizialmente proposta lo vedeva inquadrato tra la tarda età Repubblicana e la fine del II sec. d. C. – inizi III sec. d.C., ma la tecnica muraria impiegata, l’ opera quasi reticolata in cal-care, particolarmente attestata tra l’ ultimo quarto del IV sec. a.C. e il I sec. a.C., potrebbe orientare la datazione verso il II sec. a.C. – I sec. a.C. Oltre a ciò resta di difficile interpretazione anche la destinazione d’ uso. Danneggiato dai bombardamenti del 1943 e restaurato nel 1985, è costituito da un criptoportico e da una serie di costruzioni ad esso connesse, visibili a Sud – Ovest del piazzale antistante la Chiesa della Madonna delle Grazie, e che si estendono con continuità al di sotto del terrapieno sul quale sorge Viale San Lorenzo. Sono state evidenziate ben 10 fasi costruttive e diverse tecniche edilizie impiegate. Ampliato e rimaneggiato più volte, il complesso ha suscitato contrastanti interpretazioni, tanto da essere considerato una terma, un criptoportico, un foro boario, o ancora un Santuario dedicato alla Dea Athena. Anche se ad oggi non è ancora stata individuata la sua vera destinazione d’ uso, resta evidente la sua felice posizione, a cerniera tra la zona urbana dell’ arx e quella dei quartieri artigianali e commerciali presenti nell’ area di Cellarulo. L’ ipotesi più accreditata resta quella che vede, nei pochi resti sopravvissuti, la realizzazione di un criptoportico appunto, su cui poi è stato impiantato l’ edificio religioso dedicato ai Santi Quaranta. E queste le scarne informazioni storiche riguardanti un bene storico che sembra essere rimasto all’ ultimo restauro effettuato. Si, perché dalle foto realizzate durante una calda mattinata estiva dalla redazione di Sannio Report è evidente il totale e sembra definitivo stato di abbandono in cui vessa questo resto di storia sepolto dai rovi. Per un occhio inesperto risulta anche difficile individuare la zona di collocamento del manufatto, così come la sua natura storica, ma non siamo qui a giocare a chi indovina cosa, perchè esistono persone che studiano quelli che molti definiscono “pietre vecchie” e che sapranno darne la giusta inquadratura. Ciò che invece preme evidenziare e invito ogni singolo lettore a formulare la propria considerazione, non volendo qui ripetere i continui rimproveri alle autorità preposte alla tutela del nostro patrimonio storico – artistico, sullo stato di non manutenzione e non conservazione di un pezzo della Benevento antica. A tutti una felice riflessione.

FELICE PRESTA

com’era

Ecco le attuali condizioni dell’area

10707366_739879579412377_240825960_o

 

Read More
La Redazione 17 Settembre 2014 0
  • 1
  • …
  • 11
  • 12
  • 13
  • 14
pagine
  • Benevento
  • Blog
  • Cronache
  • Cultura
  • Documenti
  • Inchieste
  • Inchieste fotografiche
  • Le Vignette
  • Novità
  • Rubriche
  • Sannio
  • Senza categoria
  • Video
Tag
#rialzatibenevento #SiAmoSannio abbandono alfredo verga alluvione amministrazione comunale amministrazione pepe amts artisti artisti locali atti vandalismo benevento briganti sanniti centro storico benevento comune di benevento cultura degrado dr jazz eventi fallimento amts fausto pepe galleria malies giustizia gospel il saloon il sannio sa remare Island Tales ivan & cristiano jazz Junius mad in sud malies mimmo cavallo musica musica jazz natale ponte san nicola presepe referendum 12 giugno rubriche sannio sannio report Simone Schiettino truffa vandali

Copyright © 2020 Virtus by WebGeniusLab. All Rights Reserved