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Category: Cultura

BeneventoCultura

Intervista a Francesco Giordano, autore del romanzo “Le Fiamme della Fenice”

Oggi si parla molto di ecologismo, animalismo, veganismo, ecc., e quasi sempre in termini positivi, a causa del “politicamente corretto”che contrassegna la nostra epoca. In realtà queste ideologie, foraggiate da potenti gruppi di pressione,  sono pericolose perché se realmente messe in pratica e portate alle estreme conseguenze, possono produrre folli utopie di terrore. Ne abbiamo parlato con Francesco Giordano, giovane scrittore beneventano di 24 anni, autore de “Le Fiamme della Fenice”,  romanzo di genere fantascientifico distopico/post-apocalittico, autoprodotto di 188 pagine,  sostenuto  da una raccolta fondi (crowdfunding) su internet (http://bookabook.it/projects/le-fiamme-della-fenice/).

Francesco, come mai l’idea di scrivere questo libro?

Lo spunto mi è venuto in base alle tante sciocchezze  che sento dire dagli animalisti. Basti pensare alla recente campagna dell’ex ministro Michela Vittoria Brambilla, che si è battuta contro la macellazione degli agnelli in occasione delle festività pasquali; a certe prese di posizione oscurantiste e antiscientifiche di alcune organizzazioni animaliste…Sia chiaro: un conto è l’amore verso gli animali, che è una cosa nobile, un altro il fanatismo e l’odio pretestuoso contro il genere umano.

Parlaci della trama del tuo romanzo.

Il libro è diviso in due parti. Nella prima parte, i  protagonisti sono Isaac e Oliver, i quali decidono di creare un gruppo animalista su un social network. Con il tempo fondano un’associazione vera e propria, e successivamente un partito politico. Incontrano Leonard, che nutre un’esagerata venerazione per Isaac, ed insieme lavorano al progetto “Epurazione”, finalizzato a mettere in pratica la loro ideologia, che prevede il nudismo, la messa al bando delle armi tradizionali ed il primitivismo. Tutti coloro che non accettano queste disposizioni, vengono sterminati senza pietà. Si scatena così un conflitto di dimensioni apocalittiche tra i “bianchi”, cioè i pallidi, i seguaci della dottrina politica animalista, che disprezzano la carne e sono vegetariani, e il resto degli uomini, che non si piegano alle loro folli  direttive. La società diventa  rozza ed arcaica. Nella seconda parte del romanzo, entra in scena Adam, un esploratore. Egli esplora le rovine del vecchio mondo precedente. Durante una di queste esplorazioni incontra un sopravvissuto che sostiene di aver visto  altri “bianchi” pronti a dare ancora battaglia in quel luogo. Così inizia una guerra cruenta nel villaggio. I buoni perdono. Adam tradisce e passa dalla parte dei “bianchi”, non prima di aver superato una prova di iniziazione che consiste nell’uccidere un umano. Poi il finale è tutto da scoprire…

Quale messaggio intendi trasmettere attraverso questo lavoro?

Spero che questo libro contribuisca a far riflettere le persone, soprattutto in un tempo in cui nonostante internet e l’elevata alfabetizzazione, circola ancora molta ignoranza su alcuni temi importanti, come quello dell’animalismo. I miei propositi principali sono combattere l’ignoranza scientifica e diffidare dalle bugie che sempre più si sentono, cercando di trasmettere al lettore l’ esigenza e la volontà di analizzare i dati e le notizie, prima di farsi un’opinione, e non di prendere tutto per oro colato. Se 2+2 fa 4 non è perché qualcuno si è svegliato la mattina e ha detto che è così, ma poiché evidentemente dietro sono stati fatti degli studi e dei calcoli. Le associazioni animaliste molto spesso dichiarano cose non vere sul mondo della scienza, specialmente sulla sperimentazione animale, per avere consensi e benefici in termini di denaro. Il paradosso più importante è che la maggior parte di coloro che animano questi gruppi  nutrono un vero e proprio odio verso gli esseri umani. Il tanto sbandierato “amore per gli animali” è soltanto un pretesto funzionale ai loro scopi.

Francesco Pio Meola11154919_10204648209465961_6570581607199700541_o 11155162_10204648210185979_3221367028141610434_o

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La Redazione 6 Maggio 2015 0
BeneventoCultura

Il primo fascista beneventano: Clino Ricci

Il fondatore del fascismo nel Sannio fu Clino Ricci, nato a Paduli il 18 novembre 1898.

Il padre,  Stefano, uomo dal carattere forte e deciso, era un militare, mentre sua madre, Elisa Trombetti, era una donna dal temperamento molto mite.

Il loro giovane figlio erediterà e concilierà l’indole di entrambi i genitori.

Terminati gli studi superiori presso il Liceo Classico “Pietro Giannone” di Benevento, fu chiamato alle armi il 15 ottobre 1917 per combattere la “Grande Guerra”. L’esperienza lo segnò profondamente, accrescendo i suoi ideali patriottici.

La fine del conflitto fu una grande delusione per l’Italia, che non vide riconosciuti i propri  diritti sulla città di Fiume, e Clino Ricci si avvicinò  all’irredentismo legionario di Gabriele D’Annunzio.

Egli partecipò quindi in prima persona alla spedizione fiumana del 1919, dove coordinò il “Battaglione Randaccio”, di cui facevano parte alcuni conterranei, come Fiore Caturano, Camillo Pilla, Cosimo Pedicini ed Igino Pisanelli.

Nel luglio 1920, fu mandato a Napoli dallo stesso D’Annunzio nel tentativo di raccogliere nuove adesioni per la causa di Fiume. La missione ebbe l’effetto sperato, infatti  la Reggenza fiumana ottenne nuovi volontari e sostenitori.

Il fallimento della Spedizione di Fiume non lo scoraggiò, così conobbe il capitano Aurelio Padovani, capo degli irredentisti napoletani, che tra l’altro lo avvicinò al fascismo.

Clino Ricci si iscrisse alla sezione del  Partito Fascista di Napoli il 20 novembre 1920, ed entrò subito a far parte della dirigenza (o Direttorio) locale. In quel tempo, egli era studente di Giurisprudenza presso l’Università “Federico II”, e nel 1921 creò al suo interno i GUF, i Gruppi Universitari Fascisti.

Le elezioni del 1921, furono motivo per lui di grande delusione, e preso dai suoi impegni di studio e dall’imminente laurea, fu costretto a trascurare l’attività politica.

Nel 1922 divenne redattore della rivista culturale “Polemica”, organo dalla federazione fascista napoletana.

Nel mese di luglio del 1922, il Direttorio Campano del Fascismo, consapevole del suo carisma personale, lo nominò responsabile la propaganda  nel Sannio beneventano e nell’Irpinia; anche in questo caso ottenne ottimi risultati.

Il 28 ottobre 1922, Clino Ricci partecipò alla “Marcia su Roma”, capeggiando il gruppo di camicie nere provenienti da Benevento e provincia.

Con la conquista del potere di Benito Mussolini, egli si dedicò al rafforzamento del partito fascista a livello locale, e limitò le azioni eclatanti degli squadristi. La sua concezione del fascismo era quella di un movimento nazionale tutto improntato  all’abnegazione verso la Patria; infatti fu molto duro contro coloro che aderirono in un secondo momento al movimento, soltanto per ragioni di opportunismo.

L’ascesa di questi “fascisti della seconda ora” danneggiò la sua carriera politica, infatti perse la carica di Segretario Federale.

Non fu mai incline ad azioni violente; non a caso pronunciò parole di ferma condanna contro il “delitto Matteotti”. Definì gli assassini del politico socialista “traditori”.

All’età di 26 anni fu colpito da una grave infezione ai denti; la sera del 26 novembre 1924 fu immediatamente trasportato presso l’ospedale militare “Trinità” di Napoli, ma i medici non poterono nulla, e il 7 dicembre successivo morì.

La salma fu portata a Benevento per essere poi esposta nella Sezione Fascista; il giorno seguente fu trasportata e sepolta nel cimitero di Paduli.

Negli anni ’30 a Benevento è stata dedicata una strada a Clino Ricci, nei pressi della Stazione ferroviaria. Quella via conserva  ancora oggi il suo nome, segno che nonostante il passaggio dal fascismo alla democrazia repubblicana, si è voluta mantenere un certa considerazione verso una figura politica  che ha comunque segnato la storia del nostro territorio.

Francesco Pio Meola

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La Redazione 27 Aprile 2015 0
BeneventoCultura

“I Modestissimi”in scena al “Teatro Massimo” con “L’Inciucio”

Nei giorni 10 e 11 aprile 2015 al “Teatro Massimo” di Benevento è andata in scena alle ore 20,30 la commedia  in due atti della compagnia amatoriale “I Modestissimi” “L’Inciucio (che nun sé fa’ pe i figli)”.

Entrambe le serate, segnate da uno straordinario successo di pubblico (la vendita dei biglietti ha fatto registrare il tutto esaurito) sono state introdotte dalla presentazione del bravo comico Raffaele Spera, che ha  intrattenuto il pubblico con un monologo satirico, divertente e allo stesso tempo tagliente sulla realtà contemporanea.

Lo spettacolo, dal sapore tragicomico, narra un’intricatissima vicenda che si svolge in una casa appartenente a don Saverio Soriano, compagno di donna Filomena Marturano (chiarissimo ed esplicito il riferimento alla famosa commedia di Eduardo De Filippo) e abitata dall’artista Michele De Vincentiis e dalla sua consorte Luisa, una donna dal carattere particolarmente bizzarro ed eccentrico. Il centro della storia  è dato dal quadro “La Venere misteriosa”, opera di Michele. Luisa baratta l’opera del marito, già promessa alla ricca signora Donnarumma, moglie del primo ministro, con un collezionista di antiquariato, in cambio di una mazza; tra l’altro, sospetta che Michele la tradisca con Marina, la  modella rappresentata nel quadro e figlia della signora Donnarumma.

Contemporaneamente, don Saverio scopre che uno dei tre figli di Filomena è il suo, ma lei evita di dirgli chi è, per non generare contrasti in famiglia.

Gli altri personaggi che animano la commedia sono Felicina, confidente di Luisa, Rosaria, l’amministratrice del condominio, la prostituta Ines, l’investigatrice Colombella, il commissario Melicotto, il commendatore Lo Caccio, un vecchio muto e due aspiranti attrici.

Il filo conduttore che tiene unita la la trama è che nella vita si fa tutto per i figli, dalle azioni più nobili a quelle a volte moralmente discutibili.

Lo spettacolo è terminato con una dedica musicale intitolata “Una Canzone Per Te” di Donatella Loffredo, Claudio Massimo e Carmine Ricciolino a Paola Parrella, attrice de “I Modestissimi”, scomparsa poco tempo fa.

Gli interpreti della sono stati: Sergio Montano, Nunziatina Caporale, Renato Melillo, Marcello De Masi, Vincenza Fasulo, Donatella Loffredo, Annamaria Morante, Franco Montano, Pina Meola, Annamaria Varricchio, Carmine Sanges, Toni Lanzara, Katiuscia Carolla, Carmen Di Iorio, Rosaria De Vita, Annarita Zagarese; la regia è stata di Donatella Loffredo e di Michele Pietrovito.

Lo spettacolo è stato prodotto in collaborazione con la Misericordia provinciale di Benevento, a cui è andata parte dell’incasso.

Questa rappresentazione teatrale ha avuto il merito, grazie alla sua tragicomicità, di trasmettere un pluralità di emozioni che non ha di certo lasciato indifferente il pubblico, in un tempo in cui la comunicazione degli stati d’animo, dei sentimenti e dei valori è messa in seria discussione dal potere distorto e impersonale della meccanica e della tecnologia.

Francesco Pio Meola

 

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La Redazione 18 Aprile 2015 0
BeneventoCultura

Un luminare della psichiatria: Leonardo Bianchi

La provincia di Benevento può vantare di aver dato i natali ad uno dei più grandi psichiatri italiani: Leonardo Bianchi.

Egli nacque a San Bartolomeo in Galdo il 5 aprile 1848, da Vincenzo, un  farmacista, e da Alessia Longo. Frequentò gli studi classici a Benevento (verso i quali conservò un grande interesse per tutta la vita), successivamente si iscrisse alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli, dove si laureò nel gennaio del 1871.

Subito dopo la laurea, grazie alla sua ottima preparazione, ottenne molti e prestigiosi incarichi presso vari ospedali, case di cura e istituti di ricerca. A 31 anni divenne docente all’Università di Cagliari, e nel 1882 assistente del dottor Giuseppe Buonomo, esperto in psichiatria; questa esperienza fu decisiva  per la sua carriera di medico, in quanto lo portò ad approfondire il complesso universo delle malattie mentali.

Nel 1883 Bianchi fondò la rivista scientifica “La Psichiatria”, alla cui direzione pose il suo maestro Buonomo; dopo la morte di quest’ultimo, ne prese lui stesso il posto. Tra il 1888 e il 1890 ottenne incarichi di docenza presso le università di Palermo e Napoli.

Il suo importante curriculum gli spianò la strada verso la direzione del manicomio San Francesco di Sales della città partenopea. Appena entrato in carica, sottopose l’istituto ad una incisiva riforma. In primis, egli introdusse la rieducazione del personale sanitario,  che consistette in una maggiore responsabilità da parte dei medici nel loro rapporto con i pazienti, e l’abolizione della camicia di forza, da lui considerato uno strumento di tortura disumano.

Contemporaneamente, compì una serie di importanti studi sul cervello, sulle malattie mentali ed altre disfunzioni, ma soprattutto sui lobi frontali, ritenuti sede dell’aggregazione di tutti gli stimoli sensoriali e motori. Leonardo Bianchi fu il primo italiano ad avere l’onore di scrivere un articolo sulla grande rivista medica di Neurologia “Brain”, dove espose appunto la sua teoria sui lobi frontali.

Ateo e miscredente, nel 1889 fu iniziato alla Massoneria presso la loggia “Losanna” di Napoli.

Appassionato e interessato alla politica, si candidò e fu eletto  in Parlamento nel 1892, nelle fila del  gruppo radical-democratico; fu un fiero avversario del primo ministro Francesco Crispi, autentico dominus dell’Italia del tempo. Eletto per la seconda volta nel 1897, non senza aver assaporato  una forte delusione per una precedente sconfitta, al centro della sua agenda  politica pose sempre problematiche di ordine sociale. In Parlamento si batté contro la prostituzione  minorile e per la diffusione della cultura tra le masse popolari.

Dal 28 marzo al 24 dicembre 1905 fu nominato  ministro della Pubblica Istruzione nel governo di Alessandro Fortis, uomo della Sinistra Storica. In quei pochi mesi riuscì comunque a lasciare un’impronta: istituì la cattedra di Psicologia Sperimentale in tutte le facoltà di Filosofia, quella di Malattie del Lavoro a Milano e di Antropologia Criminale a Torino; inoltre, intraprese una guerra personale contro l’analfabetismo.

Si fece promotore della costruzione di  linee ferroviarie che collegassero Napoli con il Molise e la Puglia attraverso l’Appennino Sannita. Fu instancabile assertore, insieme al governo di cui faceva parte, di una lotta durissima all’alcolismo, alla sifilide e alla malaria; in particolare, egli riuscì nel suo intento di limitare gli effetti di quest’ultima per mezzo dell’avvio di alcune bonifiche.

Con l’avvento della Prima Guerra mondiale nel 1914, Bianchi si schierò a favore dell’entrata dell’Italia nel conflitto al fianco dell’Intesa. Nel 1916 fu chiamato dall’allora  presidente del Consiglio Paolo Boselli, uomo legato alla Destra Storica, a ricoprire la carica di ministro senza portafoglio addetto  a compiti essenzialmente tecnici, quali la previdenza sociale e l’assistenza sanitaria e psicologica per i soldati.

Leonardo_BianchiFinito il conflitto, nel 1918 Giovanni Giolitti propose la sua nomina a Senatore del Regno, che fu favorevolmente accolta da re Vittorio Emanuele III, e nel 1919 entrò a far parte della Commissione del dopoguerra, dove si occupò della prevenzione dei disturbi psichici.

Con l’ascesa al potere del fascismo nel 1922, Bianchi prese le distanze dal nuovo regime. Tra l’altro, nel 1925 fu proposto come candidato vincitore del Premio Nobel per la Medicina, ma il capo del governo Benito Mussolini si oppose alla sua designazione.

Morì all’età di 79 anni il 13 febbraio 1927 a Napoli colto da un infarto mentre teneva un convegno all’Università; venne soccorso dai colleghi Pietro Castellino e Giuseppe Moscati, il grande medico beneventano poi  proclamato santo dalla Chiesa cattolica, che gli fu vicino in quei drammatici momenti e che lo convinse a convertirsi alla fede cristiana in punto di morte.

La città di Benevento ha dedicato a Leonardo Bianchi un monumento eretto in occasione del centenario della sua nascita in via Tonina Ferrelli, nelle immediate vicinanze del Viale Atlantici, ed anche una strada nel Rione Ferrovia.

Francesco Pio Meola

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La Redazione 9 Aprile 2015 0
BeneventoCultura

Antonio Mellusi, il “gentil poeta” del Sannio

Una delle grandi personalità legate al Sannio fu certamente Antonio Mellusi, figura poliedrica di poeta, avvocato, novellatore, storico e parlamentare.

Egli nacque a Torrecuso il 25 novembre 1847 da una famiglia dell’aristocrazia locale; il padre si chiamava Giuseppe, mentre la madre Angelica, appartenente ai nobili Rivellini.

Fin da piccolo seguì in prima persona le varie vicende storiche che segnarono la storia d’Italia. A soli 13 anni, nel 1860 fu entusiasta testimone dell’annessione di Benevento, roccaforte pontificia, allo Stato unitario. Con il conseguente diffondersi del brigantaggio negli anni successivi, suo padre, notorio filo-risorgimentale, fu rapito dai briganti, mentre nel 1866 si arruolò volontario con i garibaldini per poter partecipare  alla Terza Guerra d’Indipendenza.

All’indomani del conflitto, tornato alla vita di tutti i giorni, cominciò a dedicare la maggior parte del suo tempo agli studi storici e letterari, senza trascurare l’attività politica, infatti alle elezioni del 1886 fu eletto per la prima volta in Parlamento (dopo due tentativi andati a vuoto nel 1881 e nel 1884) nelle file del Partito Repubblicano, di ispirazione mazziniana. Ideologicamente Mellusi faceva parte della corrente minoritaria “di destra”, infatti era uno strenuo difensore dell’unità nazionale e votò a favore della guerra d’Eritrea (1886-1896).

Fu riconfermato alle elezioni del 1890, ma non venne rieletto nel 1892, motivo per cui poté  dedicarsi maggiormente all’attività culturale. In quel periodo strinse amicizia con il politico neoguelfo Ruggiero Bonghi, ma soprattutto con il meridionalista Giustino Fortunato.

Uomo dalla vastissima cultura, nel 1909 fu nominato primo direttore dell’Archivio Storico Provinciale di Benevento, e nel 1914  fondò la “Rivista Storica del Sannio”. Quegli anni furono particolarmente proficui per la sua produzione poetica e letteraria.

Mellusi, seppur repubblicano, era profondamente credente e cattolico, attratto soprattutto dalla religiosità francescana; per questo motivo non volle mai entrare a far parte della Massoneria. Fedele allo spirito di San Francesco, aiutava i malati e i poveri; tra l’altro, difendeva  gratuitamente i bisognosi in tribunale.

Con la nascita dell’ideologia fascista nel 1919, egli abbandonò il repubblicanesimo per abbracciare questa nuova dottrina politica, a cui aderì con grande entusiasmo; nel fascismo, Mellusi vedeva il completamento del Risorgimento e il rafforzamento dello Stato nazionale. Il 23 maggio 1925 fu autore della targa celebrativa che conferì a Benito Mussolini la cittadinanza onoraria di Benevento.

Non volle mai prendere moglie, e trascorse gli ultimi giorni della sua vita a Napoli dalla sorella. Una strana coincidenza del destino ha voluto che lui morisse il 4 ottobre 1925, giorno di San Francesco d’Assisi, a cui era molto devoto, all’età di 78 anni.

Ci ha lasciato tantissimi componimenti poetici e scritti storici, tra questi il più considerevole è “L’origine della Provincia di Benevento”(1911).

Nella città di Benevento sono state intitolate ad Antonio Mellusi un’importante strada, nonché la Biblioteca Provinciale, e gli è stato eretto un busto vicino all’ingresso principale della Villa Comunale.

 Francesco Pio Meola

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La Redazione 19 Marzo 2015 0
BeneventoCultura

La Chiesa, ormai ex, di San Modesto

La domenica si sa, a tutti piace un po’ di relax, soprattutto quando dopo un freddo inverno piovoso, i primi caldi raggi di sole baciano il tuo viso e tu sei lì a goderti il tuo riposo settimanale.

Cosa faceva invece la troupe di Sannio Report nella prima domenica di caldo primaverile?

Una fugace escursione e come l’ abbiamo definita noi, una piccola lotta di sopravvivenza contro rovi, erbacce, immondizia, evitando di cadere in fossati ben nascosti dalla folta vegetazione.

Il tutto al fine di “visitare” ed effettuare un brevissimo reportage in quel luogo, ormai dimenticato, identificato come la Ex Chiesa di San Modesto!

Per noi nuove generazioni è impossibile averne memoria, ma chi è nato qualche anno prima forse ricorderà o avrà sentito parlare di quella Chiesa che si ergeva lungo l’ attuale strada, Via Episcopio, che da via G. Rummo porta a Piazza Manfredi, alla zona archeologica dell’ Arco del Sacramento e al quartiere Triggio.

Oggi, se ci capita di parcheggiare la macchina lungo la discesa, non possiamo fare altro che notare quest’ area incolta e abbandonata, quasi una specie di discarica a cielo aperto che certo non invita ad incuriosirsi e affacciarsi oltre per vedere cosa invece si conserva al di sotto dei nostri piedi.

Il video e le foto realizzati da Sannio Report mostrano meglio delle parole quanto rimane, ma noi ora proviamo a ricostruire le fasi storico – architettoniche di questa struttura, per capire anche la sua originaria destinazione e quanto questa sia cambiata nel corso dei secoli.

Edificata nella seconda metà dell’ VIII sec. d.C., tra il 758 e il 774, cui venne annesso un cenobio maschile entro l’ 852, entro cioè la metà del IX sec. d.C., la chiesa di San Modesto accoglieva le spoglie del Santo ed era collocata all’ interno delle mura della civitas nova e godeva di uno Status di piena autonomia che si conservò inalterato per tutto il percorso di vita.

Ebbe il proprio scriptorium come S. Sofia e una propria scuola per la formazione di monaci, tanto che nel IX sec. aveva anche un magister scole.

La chiesa di San Modesto è documentata per la prima volta nel 774 d.C., nello scriptorium memoriae delle donazioni arechiane in favore di S. Sofia: tra i beni concessi al monastero è compresa anche l’ Ecclesia Sancti Modesti, ceduta ad Arechi dal suo fondatore Leoniano. In origine quindi San Modesto fu un’ obedientia di S. Sofia e durante la reggenza dell’ Abate Gontario, tra l’ 857 e l’ 862, il monastero fu devastato e incendiato dai Saraceni: dei 28 monaci che vi abitavano, uno fu trucidato, 26 costretti ad abbandonare la comunità monastica e solo Meginardo rimase a custodia delle rovine della Chiesa.

Vent’ anni dopo una nuova fiorente comunità ripopolava quei luoghi, tanto che nell’ 879 l’ Abate Pietro ottenne la immunità perpetua della giurisdizione ordinaria.

Trapassato sotto la giurisdizione apostolica tra fine XI sec. e inizi XII sec., il monastero subì di nuovo gravi danni da parte delle truppe di Federico II tra il 1239 – 1240 e di nuovo all’ inizio del 1250.

La comunità Benedettina si estinse all’ inizio del XVI sec., come testimonia l’ ultima notizia che si ha del suo ultimo Abate, Giangiacomo di Tocco, che si data al 1505.

Devastato poi dal terremoto del 1688 il complesso fu diroccato dal terremoto del 14 Settembre del 1702 e solo nel 1711 furono terminati i lavori di ricostruzione.

Nel 1821 parte del complesso monastico fu ceduta ai Padri Redentoristi e dopo l’ Unità d’ Italia adibita a officina della società Elettrica del Sannio. La restante parte fu destinata ad abitazione del parroco e il tutto fu quasi totalmente spianato dai bombardamenti del 1943.

Secondo il modello del cenobio beneventano, il complesso doveva essere composto da una Chiesa di dimensioni contenute, un edificio per esigenze abitative dei monaci e un giardino, ma San Modesto possedeva anche un chiostro, che presentava qualche anomalia, perché pur avendo tutti gli ambienti distribuiti intorno al grande chiostro (la Chiesa vi si accostava con il lato lungo come nei conventi degli ordini mendicanti), aveva l’ oratorio e la Sala Capitolare separati, per mezzo del deambulatorio, dall’ Aula Chiesastica.

In epoca moderna, quando fu restaurato, ebbe anche un secondo ingresso al piano superiore che si affacciava sullo slargo di San Bartolomeo, oggi Piazza Orsini.

Queste le scarne notizie storiche che le fonti tramandano.

Insomma quel che resta di un gioiello giace nella totale non curanza, e anche la piccolissima contrada che lo affianca, calata Olivella, ha subito il crollo di una parete e la zona risulta è agibile, non solo per questioni di incolumità legate ad eventuali crolli parietali, ma anche al tappeto di immondizia e siringhe che si alternano costantemente e accompagnano il cammino dei mal capitati.

Tutto ciò che abbiamo potuto fare, noi di Sannio Report, a parte cercare di non farci male, è stato documentare il totale abbandono in cui vessa questa piccolissima area di interesse storico – archeologico, dimenticata dalle istituzioni poste a tutela.

Ora, la domanda che mi sono posta subito dopo il sopralluogo è la seguente: “Visto che l’ ex Chiesa di San Modesto è nelle immediate vicinanze dell’ area dell’ Arco del Sacramento, zona debitamente scavata, studiata e portata in luce, perché non si è proceduto allo studio e alla messa in sicurezza anche di questa piccola area?”

FELICE PRESTA

 

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La Redazione 16 Marzo 2015 0
BeneventoCultura

L’illuminazione scomparsa di Luigi Piccinato

Che Benevento sia una città ricca di monumenti e testimonianze storiche artistiche è cosa risaputa, che nasconda, nelle sue pieghe tante cose sconosciute ai più è altrettanto vero.

E non parliamo di vicoli del centro storico, o delle pietre poste per abbellire i palazzi o di Unesco.

Parliamo di cose che, magari, passeggiando, guardiamo tutti i giorni.

Tra questi c’è sicuramente ponte Vanvitelli, il ponte Calore per intenderci.

Si, proprio quello che, nelle intenzioni dell’attuale amministrazione, dovrà essere oggetto di un restauro con l’apertura del cantiere nei prossimi giorni (necessario ed urgente).

Lungo gli argini del ponte fanno capolino i pali dell’illuminazione, luce gialla, calda, quella che più si addice ad una città storica come Benevento.

Pali che sono posizionati lungo le 4 strade che costeggiano il fiume Calore: via Posillipo, via Grimoaldo Re, via Lungo Calore e via del Pomerio.

In una di queste strade, e precisamente in via Grimoaldo Re, questi pali erano in stato di abbandono da anni e non erano funzionanti, tanto che il sottoscritto più volte si domandava del perché stessero in quello stato e non fossero rimossi.

Poi qualche anno, fa sempre nella stessa via, fu posta un’illuminazione pubblica nuova, con nuovi pali e nuove luci.

E tutto cadde sotto silenzio. Fino ad oggi.

Infatti ad una precisa domanda del sottoscritto all’indirizzo di Fausto Pepe, il sindaco rispondeva che quei pali erano un patrimonio artistico-storico della città di Benevento e che come tali dovevano essere restaurati e valorizzati. Perché?

Perché li aveva ideati e fatti realizzare Luigi Piccinato noto architetto urbanista del dopoguerra. Nato a Legnano e morto a Roma nel 1983.

Avevo scoperto un particolare nuovo della millenaria storia della nostra città.

Proprio Luigi Piccinato, a Benevento, tra il 1956 e il 1959, ha contribuito alla realizzazione del piano regolatore intrapreso all’epoca.

Per ricordarlo a lui è stata anche intitolata una strada nel popoloso quartiere del rione Libertà. Fin qui la storia.

E veniamo alla nota dolente…. con questi presupposti cosa immaginereste voi?

Che con i lavori, iniziati qualche mese fa, in via Grimoaldo Re i famosi pali del noto architetto-urbanista fossero restaurati.

Cosa è successo invece?

Che ben 6 pali sono stati tolti.

Farsi le domande per noi è un obbligo, e anche cercare una risposta.

Sono stati tolti per restaurarli e poi riposizionarli?

Sono stati tolti definitivamente?

Chi li ha in custodia?

Domande che giriamo a chi deve tutelare il patrimonio storico-artistico della nostra città, nel caso in esame il sindaco di Benevento, Fausto Pepe.

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La Redazione 12 Marzo 2015 0
BeneventoCultura

La donna del Sannio che racconta le donne

La donna del Sannio che racconta le donne: a colloquio con la scrittrice Mariagrazia De Castro

Com’è noto ai nostri lettori, la redazione di Sannio Report si occupa delle cose brutte ma anche delle cose belle della nostra città e soprattutto delle persone che le danno lustro, che si distinguono nel loro settore e campo d’interesse e il cui impegno,  varcando i confini locali, merita il giusto riconoscimento perché porta alto il nome della nostra Benevento.

Una di queste è Mariagrazia De Castro, nostra lettrice, che in questa veste conosciamo come scrittrice di numerosi saggi, monografie, articoli su riviste nazionali e internazionali di settore e racconti.

Docente a contratto di discipline ambientali presso l’Università degli Studi del Molise, Mariagrazia è beneventana DOC. Qui è nata nel 1975 e qui vive con la sua famiglia.

Si occupa di economia ambientale e scrive saggi sui temi della sostenibilità (ha scritto di trasporti sostenibili, di paesaggio, di donne rurali e persino di economia domestica a impatto zero) ma qui vogliamo conoscerla nella veste di narratrice.

Dopo la prematura scomparsa della madre – come ella stessa ci ha raccontato – ha dovuto rifugiarsi nella scrittura, “per dare una nuova forma al dolore e lasciare che in questa nuova veste uscisse”: è da qui che è iniziata la produzione di racconti brevi, intimi e intimistici, evocativi e profondi in cui la protagonista è spesso l’amata madre ma in generale l’universo femminile del quale mette in evidenza pregi ma, senza sconti, anche difetti.

Con questi racconti – oggi pubblicati in antologie – ha anche vinto diversi premi letterari tra cui la I edizione del Premio Letterario “Versi sotto gli irmici”, la I edizione del Concorso internazionale per racconti brevi “La Valle delle Storie” e la I edizione del Premio letterario “L’avventura di essere donna”.

Qualche mese fa è uscito il suo romanzo Donne Maledette per i tipi di Milena Edizioni. Due sorelle, Charlotte e Silvye, sono protagoniste di un mondo tutto femminile, a cui fa da sfondo la Parigi a cavallo tra le due guerre mondiali e in cui fanno da comparsa donne realmente esistite come l’esploratrice Maria Henrietta Kingsley o la pittrice Suzanne Valadon.

La ricerca della verità per la sorella narratrice è un bisogno interiore che non conosce appagamento e che non si arresta neppure di fronte all’ipocrisia sociale e borghese che la circonda, quella rassicurante, quella che è comodo rifugio.

Un racconto che mescola sentimenti e impegno culturale (autorevoli sono le citazioni di autori e autrici del Novecento come Albert Camus, Virginia Woolf, Irène Nemirovsky) in cui quello che apparentemente sembra un sentimento di astio espresso in termini di polemica sociale, in realtà si  trasforma in un’analisi dell’adolescenza (della sorella minore) e dell’educazione sentimentale delle donne.

La borghesia che va in pezzi – descritta con puntuali e taglienti tratti quasi grotteschi – è solo il pretesto per affrontare quei sentimenti che abbiamo imparato a controllare e dai quali abbiamo imparato a difenderci ma che, soprattutto la sorella maggiore Charlotte, vive con saggezza…quella saggezza che implica anche il prendersi la responsabilità di ciò che si sente. È proprio Charlotte che apre le porte segrete dell’esistenza ma al tempo stesso scopre di aver fallito nel progetto sentimentale più importante della sua vita. Ne ha consapevolezza e questo è dolorosissimo e l’allontana dalle sue aspirazioni e dai suoi sogni.

E tuttavia il racconto lascia aperta la possibilità di modificare il doloroso sentimentale vissuto e spetterà al lettore scegliere se quella che Charlotte vive sarà l’unica realtà – autolesionista e improntata alla sottomissione – o se invece la sua sofferenza compare al momento del bisogno…del bisogno del cambiamento.

Felice Prestadownload

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La Redazione 10 Marzo 2015 0
BeneventoCultura

La battaglia di Benevento (26 febbraio 1266)

Esattamente 749 anni fa fu combattuta una delle battaglie più importanti della storia d’Italia, quella di Benevento del 26 febbraio 1266, che decretò la fine dell’influenza sveva sull’Italia e del sogno di restaurazione del Sacro Romano Impero, e l’ascesa della dinastia angioina, nonché il crescente potere del Papato sulla  Penisola.

Ma andiamo con ordine, vale la pena fare un breve excursus storico sul contesto politico di quegli anni. L’episodio va inquadrato nell’ambito della lotta tra il Papato e l’Impero, rappresentato dalla casa sveva degli Hoenstaufen, che segnò parte del Medioevo.

Alla morte dell’imperatore Federico II, avvenuta il 13 dicembre 1250, al figlio Manfredi fu affidato il Regno di Sicilia, che corrispondeva all’Italia meridionale. Il papa, che a quell’epoca era Innocenzo IV, non vide di buon occhio l’acquisizione di quei territori, che riteneva di diritto spettanti alla Chiesa. Scoppiarono alcune rivolte, ma il sovrano svevo riuscì a domarle. Nel 1258 Manfredi usurpò il trono di Baviera al nipote Corradino (il quale era ancora bambino); il nuovo papa, Urbano IV, temendo un eccessivo rafforzamento di Manfredi, lo scomunicò, dichiarandolo decaduto, e chiamò in soccorso Carlo d’Angiò, conte di Provenza e fratello del re di Francia Luigi IX (alleato della Chiesa), promettendogli il trono di Sicilia. La discesa in Italia del francese fu possibile però soltanto nel 1265, quando il successore di Urbano IV, papa Clemente IV, gli assicurò il totale sostegno.

Il 14 maggio di quell’anno Carlo arrivò a Roma, ma a causa di una mancanza di risorse finanziarie, fu costretto a temporeggiare, mentre  Manfredi rimase in posizione di attesa. Con il passare del tempo però, la situazione cominciò a deteriorarsi, in quanto alcuni feudatari del Regno di Sicilia, abbagliati dalle   adulazioni e dalle promesse dell’angioino, cominciarono a schierarsi al fianco del nemico, così il sovrano svevo, temendo ulteriori defezioni, si convinse ad avviare le operazioni di guerra.                                                                                                                                                 Così Manfredi si era assestato a Capua, ma i suoi baluardi difensivi caddero piuttosto facilmente, a causa del tradimento di parte dei suoi soldati; particolarmente umiliante fu l’abbandono del ponte di Ceprano. Le truppe franco-angioine avanzavano, mentre quelle “siciliane” furono costrette a ripiegare verso Benevento, città strategicamente importante in quanto era ben collegata con la Puglia, da dove sarebbero pervenuti i maggiori rinforzi per Manfredi.

Le forze guelfe potevano disporre di un gruppo di effettivi etnicamente quasi omogeneo, composto in larga parte da francesi e da mercenari italiani; quelle ghibelline invece erano costituite da feudatari del Regno di Sicilia, tedeschi, saraceni e mercenari italiani. Per quanto riguardava il loro numero, i primi contavano 3.000 cavalieri, mentre i secondi 3.500, oltre ad alcune migliaia di arcieri.

La battaglia ebbe inizio la mattina del 26 febbraio 1266, quando Manfredi (dopo aver consultato un astrologo) diede l’ordine di attaccare per primi e di far avanzare la prima linea, formata da cavalleria leggera e arcieri saraceni, superando il ponte nei pressi del quale erano appostati; la manovra, per la verità un po’ avventata, non sortì l’effetto sperato, e fu respinta dagli angioini, che decimarono gli arcieri saraceni. Poco dopo, la cavalleria francese, beneficiando di una fase di rilassamento degli avversari, scatenò un poderoso attacco che sorprese i nemici, tra l’altro colpendoli all’altezza delle ascelle (le uniche parti del corpo scoperte della loro armatura). Manfredi ordinò alle riserve di intervenire, ma alcuni del suo schieramento tradirono. Il sovrano svevo fu colpito a morte in quei concitati momenti, insieme a pochi  fedelissimi. Il suo corpo fu ritrovato soltanto tre giorni dopo sul campo di battaglia. I soldati francesi, riconobbero il cadavere, e mossi a pietà per il coraggio e il valore mostrati, lo seppellirono sotto un cumulo di pietre, sulle rive del fiume Calore, a pochi metri dal ponte nei pressi del quale si era consumata la battaglia.

Sette mesi dopo la sua morte, il vescovo di Cosenza, Bartolomeo Pignatelli (che aveva condotto le trattative per la discesa di Carlo d’Angiò in Italia), acerrimo nemico di Manfredi, con la complicità di  papa Clemente IV, fece violare la tomba del re scomunicato e trasportare la sua salma, per farla nascondere nel letto del fiume Liri, nel Lazio, dopo averne fatto deviare momentaneamente il corso, fuori dai confini del Regno di Napoli.

L’importante evento del 1266 ha perfino ispirato  la  letteratura, basti pensare al III Canto del Purgatorio della “Divina Commedia” di Dante Alighieri (vv. 103-145) e al romanzo storico “La battaglia di Benevento” (1827) di Francesco Domenico Guerrazzi.

Crediamo sia doveroso concludere proprio con gli immortali versi del “Divin Poeta” dedicati a Manfredi e alla sua tragica fine sul campo di battaglia, resa però meno drammatica dal  pentimento in punto di morte, e dal conseguente  perdono di Dio:

 

«E un di loro incominciò: “Chiunque

tu se’, così andando, volgi ’l viso:

pon mente se di là mi vedesti unque”.

 

Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

 

Quand’io mi fui umilmente disdetto

d’averlo visto mai, el disse: “Or vedi”;

e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.

 

Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,

nepote di Costanza imperadrice;

ond’io ti priego che, quando tu riedi,

 

vadi a mia bella figlia, genitrice

de l’onor di Cicilia e d’Aragona,

e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.

 

Poscia ch’io ebbi rotta la persona

di due punte mortali, io mi rendei,

piangendo, a quei che volontier perdona.

 

Orribil furon li peccati miei;

ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

che prende ciò che si rivolge a lei.

 

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia

di me fu messo per Clemente allora,

avesse in Dio ben letta questa faccia,

 

l’ossa del corpo mio sarieno ancora

in co del ponte presso a Benevento,

sotto la guardia de la grave mora.

 

Or le bagna la pioggia e move il vento

di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,

dov’e’ le trasmutò a lume spento.

 

Per lor maladizion sì non si perde,

che non possa tornar, l’etterno amore,

mentre che la speranza ha fior del verde.

 

Vero è che quale in contumacia more

di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,

star li convien da questa ripa in fore,

 

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,

in sua presunzïon, se tal decreto

più corto per buon prieghi non diventa.

 

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,

revelando a la mia buona Costanza

come m’ hai visto, e anco esto divieto;

 

ché qui per quei di là molto s’avanza”».

Francesco Pio MeolaIMG_4119
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Nelle foto una riproduzione della battaglia di Benevento del maestro Severino realizzata nel 1969 (palazzo privato Benevento)

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La Redazione 4 Marzo 2015 0
CulturaNovità

Un grande giurista medievale: Biagio da Morcone

A  causa della scarsità di fonti, molto spesso è difficile ricostruire la vita di un qualsiasi personaggio storico, e si rischia di dover procedere a tentoni e per ipotesi; l’importante è comunque tenere ben presente il contesto di riferimento e tutti gli indizi a disposizione. Le ricerche sulla figura di Biagio da Morcone hanno dovuto seguire questi accorgimenti storiografici.

Molto probabilmente egli nacque nel paese sannita alla fine del Duecento. Quasi certamente compì gli studi di diritto a Napoli, presso l’Università “Federico II” nei primi anni del Trecento, dove conobbe il professore Benvenuto Di Milo, suo conterraneo, che non gli fece mai mancare ogni tipo di sostegno.

L’inizio della sua attività forense sembra documentato da un diploma del 9 febbraio 1323 a lui concesso  dal  duca Carlo di Calabria, che lo autorizzava ad esercitare la professione in Terra di Lavoro, Molise, Abruzzo e Capitanata. Tuttavia il documento indicava Biagio come “iudex Blasius Pacconus de Morcono”; questo ha lasciato ipotizzare la sua appartenenza ad una certa famiglia Paccone, di cui però non vi è mai stata certificata l’esistenza.

Con il passare del tempo, Biagio intraprese la carriera ecclesiastica, e dopo un periodo trascorso a Cerreto, nel 1331 fu nominato preposito (parroco con privilegi eccezionali, con funzioni simili a quelle del vescovo) di Atina, vicino Frosinone.

Egli scrisse alcune opere, tutte di argomento giuridico, tra cui glosse alle costituzioni del Regno di Napoli, ma il suo capolavoro fu indubbiamente il “Tractatus  de differentiis inter ius Langobardorum et ius Romanorum”, composto sicuramente nell’arco di un decennio tra il 1323 e il 1333. Questo importantissimo  trattato è rimasto inedito fino al 1912, quando lo studioso e parlamentare sarnese Giovanni Abignente trovò un esemplare manoscritto nella Biblioteca Oratoriana di Napoli. Il merito principale dell’opera è stato quello di aver messo a confronto con grande rigore e scientificità le differenze tra il diritto romano e quello longobardo.

Biagio da Morcone trascorse il resto della sua esistenza ad Atina preso dal  ministero ecclesiastico e  dagli  studi, fino a quando la sua tranquillità fu sconvolta prima nel 1349 da un disastroso terremoto (in quella triste circostanza scrisse alcune opere di pietà), e successivamente nel 1350  da una violenta pestilenza in cui perse la vita.

A Benevento gli è stata dedicata una strada in località San Vito, come del resto anche a Napoli nel famoso quartiere di Chiaia.

Francesco Pio Meola

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La Redazione 12 Febbraio 2015 0
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