Il populismo. Una risposta a chi pensa di insultarci

 

“Altri dimostrino pure che noi abbiamo veduto male, noi vogliamo dire ciò che crediamo di vedere” (Friedrich Nietzsche)

La crisi che oggi scuote le democrazie, costringendole ad un approfondito esame di coscienza, ha origine dallo smarrimento del significato originario di questa formula politica: potere del popolo, di un’entità organica e consapevole costituita non di semplici individui, ma di cittadini attivi. Nel primo Novecento Vilfredo Pareto, scrisse: “La società appare come una massa eterogenea e con una gerarchia dei suoi componenti. Tale gerarchia non manca mai (…)”.
Pareto, Mosca, Michels, Weber e altri, individuano tutti la presenza di minoranze attive e organizzate nella società, anche se sono su posizioni differenti in merito alla loro formazione. Pareto parla di élites, Mosca utilizza il termine di “classe”, Michels quello di “oligarchia”. Nel nostro discorso queste parole sono intercambiabili, la cifra espressiva di una società si valuta dalle élites che genera, in particolare quelle politiche, economiche e culturali.
Dire che la democrazia è un regime incompatibile con la nozione di élite è sbagliato, perché è uno strumento particolarmente sicuro per individuare un’élite e promuoverla. Al popolo tocca la grande responsabilità di selezionare. Fino a quando la classe politica orienta la propria azione in modo positivo, rispettando la volontà popolare o cercando di spiegare alla cittadinanza l’importanza di alcune scelte, sarà sempre in qualche modo legittimata.
Il problema sorge quando una classe politica mediocre e corrotta, tende ad ingannare utilizzando argomenti democratici, trincerandosi dietro la retorica del “consenso ricevuto” (anche se in molti casi estorto). L’élite a quel punto, rompe il rapporto fiduciario con il popolo che intuisce la frode. Di fronte al tradimento ci sono due possibilità: rassegnarsi oppure innescare una reazione.

Il termine populismo ricorre nel lessico del discorso politico con toni dispregiativi, un insulto camuffato da analisi raffinata spesso, utile a chi ha pochi argomenti a disposizione.
Alexis de Tocqueville, scriveva ne l’Antico Regime e la Rivoluzione: “Come commuovere un popolo disincantato come il nostro, senza farlo tremare per pericoli immaginari?”.
La classe politico-mediatica escogita pericoli immaginari, incluso il populismo, per distrarre dai pericoli veri e dalla proprie miserie. Di solito il populismo si manifesta di fronte ad una crisi di legittimità di un intero sistema, è una reazione contro una classe dirigente considerata distaccata dalla realtà quotidiana e che toglie al popolo ogni ruolo politico.
Per fronteggiare questa crisi di rappresentanza, il populismo rifiuta una serie di mediazioni unitili, si scaglia contro quelle istituzioni ingessate e non risparmia nessuno: dai sindacati al potere finanziario. E’ una ribellione che si pone fuori da logiche democratiche per recuperare l’essenza concreta della democrazia. Più o meno consapevolmente, mostra l’insufficienza della democrazia liberale, misurandola sul terreno delle cose pratiche.

Il populismo ha virtù e vizi e la sua vena anti-elitista è incompatibile con tutti i sistemi autoritari ai quali viene maliziosamente assimilato. Chi lo critica, pone l’accento sulla semplificazione eccessiva delle questioni pubbliche complicate, ridotte a caricature adatte a suscitare istinti irrazionali. Quante volte si sente dire “il suo è un argomento populista”? Serve solo a troncare il discorso. In realtà questo modo di presentare e concepire il populismo denota un’immagine dispregiativa delle moltitudini: il “popolo” è spesso disinformato, disinteressato al bene comune, attratto dalle semplificazioni, estraneo a quella razionalità che impone analisi approfondite a questioni complesse ed è affetto da pigrizia cognitiva.
Il popolo è buono e consapevole solo quando si allinea al pensiero della classe al potere, solo in quel caso fa “la scelta giusta” e se proprio non si riesce a raddrizzarlo, è opportuna una svolta tecnocratica. Questa interpretazione del significato politico del fenomeno populista è inadeguata e a tratti ipocrita.

Il populismo è una tendenza, non un progetto politico organico, non è privo di difetti e può combinarsi a ogni ideologia: nazionalista, ultraliberale, populismo di sinistra, operaista. Il populismo può essere reazionario, solidarista, xenofobo, ha un aspetto camaleontico e come tale, i suoi dispregiatori possono applicarlo a tutto. Di qui l’eccessivo uso polemico che scoraggia tipologie e definizioni.
Il difetto maggiore del populismo è il rischio di trasformarsi in un qualunquismo brontolone, o quello di diventare preda di tribuni improvvisati col sorriso stampato o l’atteggiamento truce, che sfruttano rancori, frustrazioni alla ricerca di un alibi senza mai attaccare – beninteso – la logica del Capitale. Altro difetto del populismo è l’eccessivo ricorso agli appelli o una certa ingenuità verso presunte “virtù innate” del popolo.
Criticabile quanto si vuole, è pur sempre una reazione del “basso”, verso “l’alto”, di ampi settori della popolazione che si rivoltano contro l’élites traditrici che confondono l’esperienza di governo con il godimento dei privilegi. Mostra le disfunzioni di un sistema che delude le attese, non sa mantenere un minimo di legame comunitario e dove un miscuglio di ideologie globaliste e prepotenza delle forze economiche, crea disagio e spinge i cittadini a scansare le urne perché tanto non si aspettano nulla. Il populismo rifiuta una democrazia rappresentativa, che non rappresenta nulla e dove la sovranità è confiscata e ricorda che in democrazia il popolo è l’unico depositario della sovranità.

Gli attacchi denigratori al “populismo”, servono a disarmare il conflitto politico e a diluirlo per conservare degli avanzi di forme politiche, “destra” e “sinistra” che da luoghi geometrici dello spazio politico, sono diventati “luogo comune” di una nuova classe dirigente, venale e corrotta, ansiosa – dice Annie Collovald – di “delegittimare chi nel popolo vede la causa da difendere e di favorire chi nel popolo vede il problema da risolvere”.
Come forma politica il populismo è un sentimento comunitarista, distante dalla “grande società”, poco solidale con lo Stato e tantomeno con il Mercato perché rifiuta statalismo e individualismo liberale. Esso ha un futuro tanto più lungo quanto è più corto quello della politica istituzionale. Il populismo se bene articolato, offre un’alternativa credibile all’egemonia neoliberale fondata sulla sola politica rappresentativa. Può rinvigorire la politica locale e avere una funzione liberatoria. Così ritrova il ruolo originario: servire la causa del popolo. C’è un espressione di Moeller van den Bruck molto suggestiva: “La democrazia è la partecipazione di un popolo al proprio destino”.

Ogni dibattito sul futuro delle forme di convivenza politica deve muovere da una dimensione antropologica per giungere, dopo una serie di passaggi alla dimensione istituzionale. Il populismo è un sintomo di una malattia: l’incapacità della democrazia liberale di fondare una nuova dimensione politica (senso di appartenenza collettivo), se non vuol essere un’irrealizzabile utopia. Ciò presuppone un lavoro “metapolitico” per affermare una cultura e un ordinamento capaci di esprimere in rapporti comunitari e non soltanto economici. Solo così si può spezzare la “tenaglia” che preme e serra la politica, accerchiata tra fede economica e fede religiosa, tra “tecno-crazia” e “clero-crazia”, le due potenze che almeno in Italia, riempiono il vuoto lasciato dalle ideologie.

Vincenzo B.