IL FEMMINICIDA: monologo di Dante Siciliano

26 Feb

Sono colpevole.

Quando mi resi conto dell’accaduto, andai a consegnarmi all’autorità giudiziaria, declinai le generalità, consegnai portafogli e chiavi di casa, e dichiarai d’essere colpevole.

E’ stata l’unica e sola dichiarazione fatta fino ad oggi.

A me stesso, non ho mai nascosto la verità. Ma le mie verità, non ho mai avuto il coraggio di gridarle. In vita mia, la verità, non l’ho mai detta -per tanti comodi motivi, era preferibile tacere, almeno questo, erroneamente pensavo: che fosse preferibile tacere!.

Sono colpevole anche di questo: aver troppo taciuto e per troppo tempo.

Se viviamo senza avere il coraggio, sempre, di dire la verità, di dire ciò che pensiamo, accettiamo di vivere nella menzogna, e se la menzogna diventa l’incontrastata padrona del nostro quotidiano, le conseguenze non possono che essere tragiche.

Quanti non hanno capito il mio silenzio! Se ho deciso oggi, e solo oggi, a verdetto ormai acquisito -spero-, di leggere in quest’aula solenne, una dichiarazione al solo scopo di ribadire la mia più completa e totale colpevolezza, è perché credo sia giusto vivere, almeno l’ultimo tratto del cammino, all’insegna della verità.

Che paradosso! Dopo una vita vissuta all’ombra della menzogna, là, dove la verità avrebbe avuto tutto il diritto di lanciare il grido di dolore in quanto vittima del delitto che quotidianamente si consumava nel soffocarla, adesso, nelle circostanze drammatiche, di un ben altro delitto conseguente al deficit di verità, e dove niente dovrebbe avere più senso, la verità vorrebbe celebrare il suo macabro trionfo!

Non ho un avvocato di fiducia. Non ho chiesto nessun patteggiamento. La mia condotta è stata chiara fin dall’inizio. Credo di meritare una giusta punizione.  Chiedo giustizia alla giustizia. Un verdetto senza appello: il carcere a vita. Spero nell’ergastolo, di modo che  finire i pochi anni che mi restano, lontano da quel consorzio umano di cui non mi sento più facente parte.

Signori giudici, confido in voi. Non merito nessuna attenuante. Le mie colpe sono tante e vanno ben oltre il delitto di cui sono accusato. In fondo, il delitto commesso, è la logica conseguenza di tanti altri precedenti delitti che andavano consumandosi giorno dopo giorno, menzogna dopo menzogna.

Che la morte di mia moglie, sia avvenuta in circostanze disgraziate, è un fatto evidente. In un accesso d’ira, una spinta, può essere una conseguenza.

Avrebbe potuta darla lei a me, e forse senza che accadesse niente di drammatico, fatto sta che  io l’ho data a lei… il resto si sa: ha battuto la testa ed è morta sul colpo.

Vi era in me voglia di vendetta? Volontà di delinquere? Ci sono domande che non hanno risposta!

Chi può sapere cosa passa per la mente di un essere umano nel mentre di un’accesa discussione?!

Forse in casi come questo le attenuanti sono di prammatica, quasi da prassi, direi, ma io vi esorto, signori giudici, a non cadere nell’errore.

Io sono colpevole.

E di una colpevolezza senza appello alcuno.

Sono colpevole perché ho commesso un ben altro delitto: quello di desiderare, per una vita intera, la morte di mia moglie!

E non merito già per questo l’ergastolo?!

Che importanza volete che abbia la dinamica che ha sancito la fine di una vita che comunque si desiderava!?

Non pensiate però che io non desiderassi anche la mia, di morte! Ci vuole ahimè coraggio nel mettere fine ai propri giorni!

E dove volete che io prendessi questo coraggio vivendo all’insegna della vigliaccheria!?

Coraggiosi si può nascere così come vigliacchi si può diventare per una moltitudine di circostanze che in questa sede è ormai inutile annoverare.

Quante unioni non andrebbero celebrate! Quanti matrimoni vengono vissuti in un’atmosfera di terrore! L’unico, vero, grande trionfatore, laddove l’amore cede il passo a sentimenti non meglio definiti, è lo stress -che da quel momento, come un orologio, scandirà  lo scorrere del tempo-.

Quante volte ho vissuto il tempo, in compagnia di mia moglie, come un incubo.

Non vivevo la sua presenza, la subivo, come lei subiva la mia.

E sia chiaro: lungi da me l’idea di giustificare in qualche  modo quel che ho fatto, l’accusa me la prendo tutta, cerco solo di capire e far capire il meccanismo perverso che si instaura nella coppia dal momento in cui ci si rifiuta di prendere atto che una storia è finita.

Che una storia possa finire, non dovrebbe essere la fine del mondo.

Ma se la fine si vive come il totale fallimento della propria esistenza , si entra inconsapevolmente in un  perverso meccanismo come un terreno fertile che altro non può produrre che frustrazione e rancore.

I no sono più difficili dei sì, i no sono dolorosi, i sì hanno l’effetto placebo, ma alla lunga  sono distruttivi -i miei troppi sì non hanno fatto altro che produrre odio, perché se da una parte erano la dimostrazione della mia ipocrisia, dall’altra erano la certificazione della pochezza della personalità del sottoscritto-.

L’odio è devastante, è il cancro della coscienza, diventa un padrone assoluto, si autoalimenta, prolifera generando tante di quelle metastasi da offuscare totalmente il cervello che la ragione addiviene un ricordo lontano e la cognizione è messa al bando e guardata a vista come una pericolosa minaccia.

Ah, se avessi avuto il coraggio… non dico di affrontare il tutto… ma almeno il coraggio di una fuga da quella casa vissuta per troppi anni da entrambi come una prigione!

Una fuga dall’odio divorante e contagioso, una fuga per allontanarsi da tutto, alla ricerca dell’oblio, alla ricerca dell’uomo che non ero mai stato, alla ricerca d’una possibile palingenesi.

Per la società, sono un esempio negativo, per i media, un mostro -ovviamente merito e accetto qualsiasi definizione-.

Ma io mi chiedo e vi chiedo: quanti potenziali mostri può ancora produrre la nostra società malata?!

Il bene è forse preponderante?!

L’amore prende il sopravvento sull’odio?!

In questa sede -e solo in questa sede, nell’attesa della giusta condanna all’ergastolo-, posso parlare e rivolgermi, da ultimo degli ultimi, a quanti ancora rischiano la mia stessa fine.

Non abbiate paura, non diventate prigionieri della paura, evitate in tutti i modi di alimentarla, chiedete aiuto finché siete in tempo, la paura genera mostri, e i mostri prima o poi vanno alla sbarra per essere giudicati.

Giudicare un mostro è facile, dopo aver commesso una nefandezza, evitare di costruirlo, di alimentarlo, di farlo crescere fino all’inevitabile delitto, è uno sforzo forse troppo immane, forse inutile, forse una lotta già persa in partenza, ma bisogna comunque provarci.

Ogni potenziale mostro deve provare a deragliare dalla subdola via intrapresa, non è difficile individuarla questa via: è quella che si alimenta di demoni, quella che fa vivere nello stress quotidiano, quella che fa odiare, oltre la potenziale vittima, cioè la donna, anche tutti quanti gli altri, in definitiva, la vita stessa.

Alle donne, non saprei cosa dire.

A loro posso solo augurare di non incontrare uomini come me, augurare loro di incontrare uomini che non hanno bisogno di essere educati all’amore, al rispetto perché questo amore e questo rispetto sono già bagaglio della loro cultura, della loro intrinseca personalità.

Quante volte ho pensavo: ‘Domani me ne vado!’. Nel mentre della discussione fatale, per l’ennesima volta: il pensiero di andare via definitivamente… poi, purtroppo, la spinta…

Anni ed anni a pensare sul da farsi senza mai prendere la definitiva decisione, e basta un attimo, un attimo in più, un attimo di troppo, e la tragedia è lì consumata.

La tragedia di un piccolo uomo, che aveva fatto della pavidità, una guida spirituale.

Bastassero i sensi di colpa! Bastasse l’angoscia! Bastasse la compagnia dei tanti fantasmi a perorare la causa d’una redenzione!

Spero solo nella fine!

Una fine quanto più vicina possibile. Bisogna espiare. Più dolorosa sarà l’espiazione, più si avvicinerà la fine tanto agognata.

Il pensiero che possa esistere da qualche parte un’entità talmente grande da provare compassione per l’ultimo degli ultimi, è un atto di fede e insieme un dono misericordioso, l’ultima occasione per recepire la più semplice delle verità: che la vita è un atto d’amore frutto di una volontà superiore, e che sta, a chi la riceve, farne buon uso, rispettando la propria vita e quella degli altri, con la consapevolezza che il più grave dei delitti è quello di sostituirsi a colui che questa vita l’ha creata, e sacrilegio è là, dove in qualsiasi modo viene mortificata la sacralità della vita.

Dopo aver commesso il più grave dei crimini, mi si concede la possibilità d’una espiazione -che possa servire, la mia contrizione, a generare riflessione, ad essere da monito per coloro i quali, la pessima condotta quotidiana, se ribadita nell’ottusa ignoranza, non può che generare ulteriori delitti-.

A questi infelici va il mio ultimo pensiero.

A loro, dico: sconfiggete il male, non lasciatevi sopraffare, abbiate coraggio e usate le forze della ragione per combattere il nemico invisibile ch’è in voi.

L’amore è luce, il male è buio, quanto più vivrete nella luce, tanto più allontanerete da voi le tenebre.

Non siate attori di questa grande tragedia che è il femminicidio. Io oggi vago senza più una meta tra simili sconosciuti. In questo buio perenne, mi sento nudo, in attesa d’una alba, che non arriverà. Da me stesso vorrei difendermi, ma non so come.

Vorrei chiedere aiuto, ma a chi, se perdi ogni diritto?!

Pure Dio si sente impotente davanti a tanta, triste desolazione e non riesce ad avere pietà di me: sono proprio solo!

Mi sento talmente solo, che piango dalla vergogna. Il dolore è una grande verità davanti alla quale mi prostro come l’umile condannato al suo destino.

Ormai per me, vi è solo buio qui in terra, qualsiasi altro, non potrà esser peggio. Ma l’attesa, sarà una lunga notte!  

Dante Siciliano

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